Un conflitto prolungato in Medio Oriente «aumenterebbe in modo significativo i rischi di recessione», ma in questa fase un «buffer» per l’Italia sono i bilanci delle banche e il basso debito privato, mentre l’alto debito pubblico rimane «una vulnerabilità chiave che richiede prudenza fiscale e riforme in grado di aumentare la crescita». Lo ha sottolineato Sergio Nicoletti Altimari, vice direttore generale della Banca d’Italia, in un intervento a Washington.
«Le solide condizioni macrofinanziarie dell'Italia fungono da cuscinetto. La solidità del capitale e della liquidità delle banche contribuisce alla stabilità generale, assieme al basso livello di indebitamento privato, nettamente inferiore rispetto ad altre economie avanzate, e a una posizione patrimoniale netta sull’estero positiva e in crescita», ha detto.
In Italia il debito delle imprese è al 56% del pil, mentre quello delle famiglie è pari al 58% del reddito disponibile, contro medie dell’82% e del 104% rispettivamente nell’Eurozona. Nello scenario base (che include una graduale discesa dei prezzi dell’energia, in linea con le attese di mercato) Bankitalia prevede per l’Italia una crescita dello 0,5% in Italia nel 2026, con inflazione al 2,6%.
Quanto alle banche, Nicoletti Altimari ha ricordato che «il sistema finanziario italiano è oggi significativamente più forte ed efficiente rispetto a dieci anni fa. Le banche hanno ricostituito il capitale, ripristinato la redditività e sono meglio attrezzate per sostenere l’economia anche in un contesto difficile».
Tuttavia «permangono sfide importanti. I rischi globali sono in aumento, persistono divari strutturali – in particolare nei mercati dei capitali –, l’elevato debito pubblico continua a richiedere un’attenta gestione e la crescita è ancora insoddisfacente». In prospettiva «sarà essenziale approfondire l’integrazione finanziaria europea» e in particolare «completare l’unione bancaria con una garanzia europea dei depositi (Edis) e creare safe asset comuni europei».
Nicoletti Altimari ha sottolineato che «uno dei problemi principali è che la frammentazione dei mercati dei capitali europei ne limita la portata, determinando una minore concorrenza, costi più elevati per gli investitori e una minore partecipazione del retail. Insieme alla performance più forte del mercato Usa, ciò ha determinato significativi deflussi di capitali verso gli Stati Uniti».
In questo quadro le istituzioni finanziarie non bancarie (Nbfi) estere «svolgono un ruolo crescente, specialmente nei mercati dei titoli di Stato, dove gli hedge fund rappresentano ora circa il 30% delle transazioni.
Sebbene questi fondi forniscano liquidità in tempi normali, operano con posizioni molto a leva nel breve termine e potrebbero diventare una fonte di volatilità quando le condizioni cambiano».
La Bce intanto ha rinnovato il sostegno alle fusioni bancarie cross-border in Europa. Il vicepresidente Luis De Guindos, rispondendo in una conferenza a Madrid a una domanda sulla potenziale acquisizione di Commerzbank da parte di Unicredit, ha sottolineato: «Per quanto riguarda l’integrazione bancaria, siamo sempre stati favorevoli alle fusioni transfrontaliere. Riteniamo che sia essenziale avere banche veramente europee». De Guindos ha ricordato che la Bce ha rimosso limitazioni e vincoli alle aggregazioni. «Sosteniamo un mercato bancario unico con libertà di flussi di capitali e di movimento di liquidità tra i diversi attori», ha detto. «Sosteniamo l’integrazione bancaria, le fusioni transfrontaliere e l’esistenza di banche sufficientemente grandi».
In tema di politica monetaria invece la Bce ha pubblicato un intervento sul sito nel quale ha spiegato che «l’intelligenza artificiale può aiutare a monitorare i rischi di inflazione in tempo reale». In particolare un nuovo modello della Bce basato sul machine learning «fornisce agli esperti indicazioni sulla probabilità che l’inflazione risulti molto più alta o molto più bassa rispetto alle previsioni». (riproduzione riservata)