Si prospetta un rush finale nel weekend a cavallo tra febbraio e marzo in Banco Bpm per la definizione della lista del cda, la prima che testerà il rinnovo del board di una società quotata sotto i dettami della Legge Capitali. Il lavoro interno di legali, manager e consiglieri è stato certosino e lo si vede dal modo in cui è stato ridisegnato lo statuto approvato giovedì 23 dall’assemblea dell’istituto milanese presieduto da Massimo Tononi e guidato da Giuseppe Castagna.
Il meccanismo è complesso perché prevede fino a 6 posti su 15 alle minoranze, in misura proporzionale ai voti ottenuti in assemblea e in relazione al risultato ottenuto dalla lista del cda. L’esito potrebbe avere effetti importanti nella governance dell’istituto, dove i francesi di Crédit Agricole sono a un soffio dal 21% e hanno in tasca il via libera Bce a salire fino al 29,9%.
I tempi stringono: la legge prevede che la lista del cda venga presentata almeno 40 giorni prima dell’assemblea, ovvero entro il 6 marzo dato che l’assise è convocata per il 16 aprile. Castagna vuole anticipare i tempi. Così i nomi verranno definiti sostanzialmente nel weekend. Un nuovo consiglio di amministrazione si terrà martedì 3 per l’approvazione dell’elenco delle candidature.
Saranno 20 i nomi proposti dal board uscente, proposti dal board uscente, con in testa le riconferme di Tononi e Castagna. Ma per avere un’idea del futuro consiglio di 15 membri bisognerà vedere quali saranno le mosse dei francesi, del fondo di Davide Leone con il suo 5% e soprattutto di Assogestioni. Tutti giocheranno la partita dentro i confini del nuovo statuto, che ha esteso i posti a disposizione delle minoranze.
Tutte e sei le poltrone di minoranza potrebbero essere assegnate, se le liste diverse da quella del cda prenderanno più della metà dei voti espressi in assemblea. Se andasse così, considerati complessivamente, Agricole, Leone e Assogestioni potrebbero pesare più dei soci che appoggiano la lista del cda, a cominciare dal patto delle Fondazioni che oggi raccoglie appena il 5,9% e di cui fanno parte Enpam (1,99%), Cassa Forense (1,66%) e Inarcassa (1,03%).
Dentro e fuori la banca si contano le azioni e si studiano i precedenti. Crédit Agricole parte dal suo rotondo pacchetto costruito in anni di paziente partecipazione e gonfiato durante la scalata di Unicredit, anche in funzione anti-Orcel e che di fatto rappresenta un’ipoteca sul futuro dell’istituto milanese.
Assogestioni storicamente raccoglie le preferenze dei fondi istituzionali presenti in maniera corposa nel capitale della ex popolare: nel 2023, quando venne eletto l’attuale board, Assogestioni raccolse il 30,5% delle azioni partecipanti al voto (compreso il 5% di Leone), su una partecipazione totale di appena il 59% del capitale. Nelle assemblee egli anni successivi, la frequenza media si è attestata a poco più del 60%. Se si stima conservativamente una quota del 10% a favore di Assogestioni, con Leone e Agricole le minoranze avrebbero circa il 36% del capitale.
Sono conti che anche dentro Banco Bpm hanno fatto più volte. È probabile quindi che i sei posti vengano tutti assegnati. Ma come saranno ripartiti? Dipenderà dai voti effettivi: verosimilmente, la divisione sarà di 3 a 3 o di 4 consiglieri per Agricole e 2 per Assogestioni. In ogni caso un livello tale da non far impantanare la governance dell’istituto. Anche perché non pare questo lo scopo dei francesi. Dopo aver discusso un’eventuale partecipazione alla lista del cda - ipotesi saltata perché non ci sarebbe stato accordo sulla presidenza al socio d’Oltralpe - la linea della banque verte rappresentata in Italia da Hugues Brasseur è ancora quella dell’attesa.
Prima o poi il risiko a livello europeo dovrà sbloccarsi. E a quel punto potrebbero giocare su Milano un’altra partita. Molto più pesante. Hanno trovato le porte aperte proprio dalla Legge Capitali, che ha alzato la soglia d’opa al 30%, e dalla bocciatura del golden power su Unicredit. Per agire mancano solo le azioni. E il benestare della politica. (riproduzione riservata)