Si apre la seconda stagione del risiko bancario italiano. Dopo mesi di operazioni, alleanze e consolidamenti che hanno ridisegnato gli equilibri del credito nazionale, Banco Bpm rompe gli indugi e lancia domenica 7 giugno una proposta di aggregazione amichevole a Mps. L’obiettivo dichiarato è la creazione di un nuovo grande gruppo bancario e finanziario capace di diventare il secondo operatore nazionale per dimensioni e uno dei principali protagonisti europei del settore. A Piazza Affari Bpm capitalizza poco più di 20 miliardi di euro, mentre Mps quasi 27,2 miliardi.
Lunedì 8 la proposta arriverà al vaglio del vertice di Siena. In calendario c’è già un cda convocato per le cooptazioni nel board dopo le uscite di Carlo Vivaldi e Fabrizio Palermo che probabilmente verranno rimpiazzati dai primi dei non eletti nella lista del cda, cioè Gianluca Brancadoro e Alessandro Caltagirone, secondogenito dell’imprenditore romano e socio forte di Mps al 13,5%. Nella riunione ci sarà un primo esame della proposta di Bpm ed è possibile che vengano già nominati degli advisor per assistere le negoziazioni.
La mossa è stata formalizzata dal cda di Banco Bpm (assistito da Citigroup e Goldman Sachs oltre che dallo studio Legance), che domenica 7 giugno ha deliberato all’unanimità l’invio a Mps di una comunicazione per avviare un confronto finalizzato a discutere e concordare una possibile integrazione. Non si tratterebbe di un'acquisizione tradizionale ma di un'operazione «strutturata secondo le modalità tipiche di un merger of equals», formula che secondo Piazza Meda rappresenta «la soluzione più coerente per allineare tutti gli azionisti su un disegno industriale comune».
L'obiettivo è preservare «il dna dei due istituti» e valorizzarne le rispettive culture aziendali. Nella proposta assume inoltre un ruolo centrale la governance del futuro gruppo, che sarebbe fondata su «criteri di equilibrio e rappresentatività» e orientata alla «salvaguardia dei rispettivi brand, delle sedi storiche e del radicamento territoriale».
Dal punto di vista industriale, Bpm punta alla «creazione di un nuovo campione nazionale», destinato a diventare il «secondo operatore bancario domestico per dimensioni» e a rafforzare la capacità del sistema creditizio di affrontare «le nuove sfide dettate dall'evoluzione del mercato bancario». Il nuovo gruppo potrebbe contare su un'integrazione geografica con «una copertura completa su tutto il territorio nazionale» e una presenza particolarmente forte nelle regioni a maggiore potenziale, diventando il primo operatore per numero di filiali in Lombardia, Toscana e Veneto.
Tra gli elementi centrali del progetto figura inoltre la «complementarietà industriale delle fabbriche prodotto» e l'«elevato upside derivante dalla loro possibile ottimizzazione». Secondo Bpm, la combinazione consentirebbe di valorizzare sia le attività storicamente esternalizzate da Mps e recentemente internalizzate da Banco Bpm, sia le piattaforme specialistiche apportate dal polo Mps-Mediobanca.
In questo contesto l'operazione «si innesterebbe nel processo di integrazione di Mediobanca attualmente in corso in maniera efficiente e complementare», favorendo «uno sviluppo coordinato e contestuale delle fabbriche prodotto coinvolte» e rafforzandone il contributo industriale all'interno del nuovo gruppo.
Un capitolo importante riguarda poi la partecipazione detenuta da Mps in Generali. Secondo Banco Bpm, la quota nel Leone di Trieste ha una «decisiva rilevanza» perché consentirebbe di «ampliare il perimetro delle opzioni strategiche a disposizione del gruppo», nell'interesse degli azionisti e degli altri stakeholder.
Sul fronte economico, il progetto presenta un «significativo potenziale sinergico a regime superiore a 1,1 miliardi al lordo delle imposte». Di questi, «oltre 650 milioni» deriverebbero da sinergie di costo e «oltre 450 milioni» da sinergie di ricavo. Banco Bpm stima inoltre che i maggiori ricavi sarebbero generati per «circa 250 milioni da maggiori ricavi sulle reti» e per «Euro 200 milioni dall'ottimizzazione delle fabbriche prodotto».
Il gruppo risultante dall'aggregazione potrebbe inoltre raggiungere una «capitalizzazione di Borsa stimata potenzialmente superiore a 50 miliardi», con un conseguente «rafforzamento del posizionamento nel mercato dei capitali e ampliamento della base investitori». Una dimensione che, secondo Banco Bpm, consentirebbe il «raggiungimento di una scala operativa adeguata a sostenere gli investimenti tecnologici e il posizionamento competitivo», permettendo di competere sia con i principali operatori internazionali sia con i nuovi player digitali.
Anche sotto il profilo patrimoniale il progetto si presenta particolarmente solido. La banca stima per il nuovo gruppo «una posizione patrimoniale ai vertici del settore», con un Cet1 ratio fully loaded pro-forma «pari a circa il 15%». Gli azionisti beneficerebbero inoltre di «una creazione di valore pari ad almeno 5,5 miliardi» e di «una crescita degli utili per azione a doppia cifra», sostenuta da una potenziale «generazione di utile netto a regime pari a circa 6 miliardi».
Secondo le stime di Banco Bpm, il nuovo gruppo potrebbe esprimere una «potenziale generazione di utile netto a regime pari a circa 6 miliardi», accompagnata da «una crescita degli utili per azione a doppia cifra» e da «una significativa capacità distributiva, superiore a quella oggi prevista nei due piani stand-alone», oltre che da «una forte generazione organica di capitale».
Ora la palla passa a Siena. Banco Bpm ha fatto sapere di auspicare l'avvio «in tempi rapidi» di un confronto con Mps e il suo management per «esplorare l'opportunità» e, in presenza di un reciproco interesse, «definire i principali elementi di una possibile aggregazione attraverso un percorso strutturato e collaborativo».
Nella visione delineata da Piazza Meda, l'operazione consentirebbe la «creazione di un nuovo leader di mercato», preservando «i punti di forza e le specificità delle due realtà e il loro forte legame con i territori di riferimento». Proprio perché concepita come «operazione concordata» e sviluppata secondo un approccio di merger of equals, l'integrazione favorirebbe «una realizzazione più efficace dell'aggregazione», «una minimizzazione del rischio di esecuzione» e «una piena valorizzazione delle complementarità industriali», con benefici per azionisti e stakeholder e un contributo al «rafforzamento del sistema bancario italiano».
Sullo sfondo resa l’ipotesi che l’operazione debba passare dal comitato golden power visto che i francesi del Credit Agricole ora quasi al 23% sono proiettati al 29,9% e che altri soggetti entrino nella partita. Da un paio di settimane nella city milanese si rincorrono rumor su un’attenzione di Bper per il possibile polo Bpm-Mps.
Come rivelato da MF-Milano Finanza, la banca partecipata da Unipol e guidata da Gianni Franco Papa è recentemente entrata nel capitale di Piazza Meda rilevando l’1,5% e, dopo l’acquisto della Popolare di Sondrio, vuole dare un contributo alla fase due del risiko. Una fusione amichevole a tre Mps-Bpm-Bper sarebbe certamente ambiziosa ma non manca qualche precedente illustre come l’operazione che alla fine degli anni Novanta diede vita dal gruppo Unicredito.
Sempre secondo ricostruzioni non confermate, Bper e Unipol si starebbero avvalendo dei consigli di banker di razza per studiare le diverse opportunità e, tra gli altri, circola il nome dell’ex ceo di Mediobanca Alberto Nagel. (riproduzione riservata)