Banche, ultimo round di privatizzazioni: così lo Stato uscirà da Mps e dalla ex Popolare di Bari (ora BdM)
Banche, ultimo round di privatizzazioni: così lo Stato uscirà da Mps e dalla ex Popolare di Bari (ora BdM)
Conclusa la stagione dei salvataggi, il Tesoro prepara l’uscita dal settore del credito. E sul mercato può presto finire il 4,9% di Mps e BdM Banca, la ex Popolare di Bari rilevata nel 2020 attraverso Mcc  

di di Luca Carrello e Luca Gualtieri 13/03/2026 20:00

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Il triennio d’oro del credito ha fatto guadagnare non solo banchieri e azionisti ma anche lo Stato italiano. La pioggia di utili generata dai gruppi si è tradotta in maggiori proventi per il bilancio pubblico. In primo luogo il fisco ha incassato quasi 30 miliardi di tasse, di cui circa 8,1 dai profitti realizzati nel 2023 e 11,2 miliardi da quelli del 2024, mentre per lo scorso anno si ipotizza un importo ancora superiore visto il maggior contributo chiesto in manovra dal governo. Ulteriori risorse sono arrivate dai dividendi staccati: solo il Montepaschi, tra il 2024 e lo scorso anno, ha girato al Mef cedole per 210 milioni.

Da ultimo ci sono stati gli incassi delle privatizzazioni. Sempre la banca senese ha fruttato entrate per 2,7 miliardi a seguito della cessione in tre tranche del 52,5% del capitale, consentendo così allo Stato di rientrare di parte dei 7 miliardi di fondi pubblici investiti nel salvataggio tra il 2017 e il 2022. E gli affari potrebbero continuare, con un’ultima accelerazione sulle exit, anche perché le valutazioni del settore sono ancora molto alte nonostante il progressivo riallineamento dei tassi di interesse.

La partita di Siena

Il dossier più caldo è quello di Mps. Dopo l’opas su Mediobanca il Tesoro si è diluito passando dall’11,7 al 4,9%, una percentuale che scenderà al 4,5% dopo la fusione della merchant bank nella capogruppo prevista per il terzo trimestre dell’anno. Dalla fine dell’offerta pubblica la partecipazione si è apprezzata perché il titolo Mps ha toccato i massimi storici a inizio anno. E il valore (un miliardo circa) resta ancora di tutto rispetto nonostante i ribassi dell’ultima settimana a seguito dell’esclusione del ceo Luigi Lovaglio dalla lista del consiglio.

La valutazione è figlia di una redditività ancora elevata, con un ritorno del capitale (roe) al 22,1% in linea con le maggiori banche italiane. Non è detto però che questa situazione resti a lungo cristallizzata e dunque potrebbe essere il momento giusto per completare l’uscita del Tesoro dal capitale di Siena. È stata la stessa premier Giorgia Meloni a prospettare questa strada dichiarando a fine febbraio che «il ruolo del governo» nella banca «è terminato».

Le vie dell’exit

L’uscita potrebbe avvenire attraverso un nuovo collocamento sul mercato, in linea con le precedenti operazioni. Ipotizzando che i prezzi restino quelli attuali e che alla dismissione venga applicato uno sconto compreso tra il 2,5 e il 5% (come solitamente avviene negli abb), via XX Settembre potrebbe incassare oltre 900 milioni di euro. Quale potrebbe essere la finestra ideale per vendere? Gli analisti ipotizzano che il Mef si muoverà dopo lo stacco cedola del prossimo 18 maggio – che frutterà all’azionista pubblico ulteriori 128 milioni – e prima del closing della fusione tra i due istituti.

Proprio in vista dell’imminente exit il Tesoro non parteciperà al rinnovo dei vertici nell’assemblea del prossimo 15 aprile. Nel precedente giro di nomine il socio pubblico aveva espresso 12 consiglieri su 15, compresi il presidente Nicola Maione e lo stesso Lovaglio. Alcuni di questi amministratori sono entrati nella lista del consiglio (Gianluca Brancadoro, Domenico Lombardi, Paola Lucantoni e Renato Sala) che propone per il ruolo di ceo uno tra Fabrizio Palermo, Corrado Passera e Carlo Vivaldi. Via XX Settembre però non parteciperà al voto.

Non c’è solo Siena

Un altro dossier bancario potrebbe aprirsi a breve al Tesoro: la privatizzazione della ex Popolare di Bari, oggi Banca del Mezzogiorno (BdM). L’istituto pugliese è finito nell’orbita dello Stato con il salvataggio da 1,17 miliardi del 2020. Da allora è in mano a Mediocredito Centrale, la banca di secondo livello controllata dal Mef tramite Invitalia e guidata dal ceo Francesco Minotti, che negli ultimi anni ha rilanciato l’attività della partecipata.

I risultati del risanamento sono attestati dai numeri recentemente approvati: il 2025 si è chiuso con un utile di 31,83 milioni di euro (+42,1%) grazie soprattutto al forte incremento delle commissioni (+15,8%), che hanno portato i ricavi a quota 361,25 milioni (+5,6%). Il rapporto cost/income si è ridotto, scendendo al 68,9%, un livello comunque ancora molto alto per un istituto di credito. E anche il roe è lontano dagli standard del settore visto che è fermo al 5,7% contro il 12-15% della media italiana.

Si scalda la Bari

Con lo stabilizzarsi dei tassi d’interesse però è difficile immaginarsi grandi spazi di miglioramento e dunque il momento potrebbe essere propizio per una exit da parte dello Stato. Il dossier è già sotto la lente di consulenti e competitor, che si attendono l’avvio di un’asta nella seconda metà dell'anno. In prima fila per aggiudicarsi l’asset potrebbero esserci diverse banche medie, da Banco Bpm a Bper fino a Montepaschi, e non è escluso un interesse da parte di istituti di taglia più ridotta come il Credito Emiliano o il Banco di Desio.

Molto dipenderà dal prezzo. Negli ultimi anni le banche con un rendimento del capitale simile a quello di BdM hanno trattato a 0,4-0,5 volte il patrimonio netto, che in questo caso si tradurrebbe in una valutazione di 250-280 milioni. Ma le cifre incassate potrebbero essere più alte come accaduto nella cessione della controllata Cassa di Risparmio di Orvieto, valutata dal compratore Banca del Fucino circa 0,8 volte il book. Se si applicherà questo multiplo, BdM potrebbe costare fino a 450 milioni, cifra molto vicina al prezzo del salvataggio per le casse pubbliche.

L’ultima chiamata

Anche se i proventi della doppia partita bancaria saranno certamente inferiori all’onere sostenuto per la messa in sicurezza (quasi 7,5 miliardi tra Montepaschi e Bari), quella attuale resta comunque la migliore finestra per massimizzare gli incassi dalle exit. Aspettare potrebbe essere una strategia rischiosa visto che per le banche tradizionali la stagione degli utili d’oro rischia di essere ormai alle spalle. (riproduzione riservata)