Così Mps è diventata la preda più ambita del risiko bancario. Ma Generali va difesa. Parla Pierantonio Zanettin
Così Mps è diventata la preda più ambita del risiko bancario. Ma Generali va difesa. Parla Pierantonio Zanettin
Il presidente della Commissione Banche valuta positivamente il consolidamento ma resta vigile sulle prossime mosse: «Giovedì 11 ascolteremo Cimbri in Senato». Per sostenere il credito alle Pmi si lavora ai fondi di garanzia  

di Anna Di Rocco 08/06/2026 11:59

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Tutte le strade portano a Siena. Sebbene fosse una battuta quella pronunciata da Luigi Lovaglio al congresso Uilca, mentre il mercato discuteva del futuro di Montepaschi, si è trasformata nel giro di poche settimane la fotografia del nuovo risiko bancario italiano.

Attorno alla banca senese si stanno infatti ridisegnando gli equilibri del credito nazionale, tra le ambizioni di Banco Bpm, la mossa di Intesa Sanpaolo e il ruolo di Unipol, con Generali sullo sfondo. «Mps è passata dall’essere il brutto anatroccolo della finanza italiana alla preda più ambita», osserva il presidente della Commissione Banche, Pierantonio Zanettin, in un’intervista a MF-Milano Finanza sulla partita che sta ridisegnando il sistema finanziario del Paese

Domanda. Senatore, si è aperta la seconda stagione del risiko bancario italiano. Prima Banco Bpm ha lanciato una proposta di aggregazione amichevole verso Mps. Poi Intesa Sanpaolo, insieme a Unipol, ha presentato un’offerta da oltre 30 miliardi. Che lettura dà di questa situazione?

Risposta. La cosa che più risalta è la grande vitalità del settore bancario italiano. Va poi evidenziato il successo della valorizzazione di Monte dei Paschi di Siena, che è stato attuato in particolare da questo governo. Quello che era il brutto anatroccolo della finanza italiana si è trasformato nella preda più ambita del sistema bancario nazionale.

D. Valuta la mossa di Intesa una giusta operazione di sistema?

R. Oggi assistiamo a una competizione molto serrata tra diversi operatori italiani. Per capire quale sia la soluzione migliore, se un’integrazione con Banco Bpm o con Intesa Sanpaolo, serviranno ancora settimane e ulteriori approfondimenti. Sarebbe prematuro esprimere giudizi definitivi. Quello che possiamo dire è che gli investitori credono nel settore. I mercati hanno accolto positivamente queste operazioni perché la creazione di grandi campioni nazionali, che possano diventare anche campioni europei, rappresenta un vantaggio per il nostro sistema economico.

D. Unipol ha battezzato il terzo polo con Bper, preparandosi a rilevare da Intesa oltre 600 filiali di Mps. Che opinione ha di questa mossa?

R. Giovedì prossimo Carlo Cimbri, amministratore delegato di Unipol, sarà audito in Commissione d’inchiesta bancaria: è una congiuntura molto utile per cercare di avere qualche informazione in più. A settembre, inoltre, avremo anche Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo. I grandi protagonisti verranno tutti a trovarci e potremo sviscerare aspetti di dettaglio che al momento sono ancora prematuri.

D. Molti osservatori ritengono che il vero obiettivo sia Generali. È importante preservarne l’italianità?

R. Credo di sì. Forse il più grande asset del nostro Paese è il risparmio degli italiani. Da tempo discutiamo di come indirizzarlo maggiormente verso investimenti che sostengano l'economia nazionale ma purtroppo non sempre si riesce. Dobbiamo preservare questo patrimonio e fare in modo che possa essere canalizzato verso investimenti produttivi a beneficio del sistema economico italiano. In questo senso è comprensibile l’attenzione verso un soggetto strategico come Generali.

D. Il risiko amplia il rischio che diminuiscano le alternative bancarie per clienti e imprese?

R. L’obiettivo deve essere mantenere una concorrenza viva. Allo stesso tempo, tutti gli operatori che abbiamo ascoltato in Commissione ci hanno spiegato che il nanismo bancario non aiuta. Bisogna sviluppare il sistema su due livelli: da una parte creare grandi player europei e possibilmente globali; dall'altra preservare il credito di prossimità garantito dalle banche di credito cooperativo e dalle banche popolari, che restano molto vicine alle famiglie e alle piccole imprese. Come Commissione Banche seguiamo con particolare attenzione proprio questo segmento.

D. Mi ha citato i grandi player europei. È favorevole alla crescita di Unicredit in Germania? E all’espansione di gruppi francesi in Italia, per esempio attraverso Banco Bpm?

R. Credo che dovremmo uscire da certi provincialismi. Se vogliamo costruire un vero mercato finanziario europeo, capace di competere con gli Stati Uniti, dobbiamo favorire la nascita di realtà sovranazionali. Da questo punto di vista guardiamo con favore all'operazione di Unicredit su Commerzbank. Allo stesso modo bisognerà valutare attentamente quale potrà essere l'evoluzione della presenza di Crédit Agricole in Banco Bpm e, più in generale, all’interno di questo risiko bancario. Non possiamo essere europeisti soltanto quando gli investimenti partono dall'Italia e diventare protezionisti quando avviene il contrario. Naturalmente ogni operazione va valutata nel dettaglio, ma in linea generale credo nella costruzione di un grande mercato europeo, che rappresenta l'unica alternativa per fermare il declino competitivo del continente rispetto a Stati Uniti e Cina.

R. In questa fase il governo dovrebbe intervenire? È ipotizzabile un ricorso al Golden Power?

D. È presto per dirlo. Tuttavia, il governo potrebbe avere un ruolo, anche perché in Monte dei Paschi è ancora presente una partecipazione pubblica. Inoltre, esiste sempre lo strumento del Golden Power, che può essere utilizzato per valutare operazioni di particolare rilevanza strategica. Lo abbiamo già visto nel caso Unicredit. Ma oggi sarebbe prematuro formulare ipotesi precise.

D. Con il consolidamento bancario come si può aiutare l’accesso al credito delle piccole e medie imprese?

R. È uno dei temi principali sui quali stiamo lavorando anche in Commissione Banche. Tra gli strumenti che hanno funzionato meglio vi sono sicuramente i fondi di garanzia pubblici. L'esperienza dimostra che hanno sostenuto efficacemente piccole, medie e micro-imprese, che rappresentano il tessuto produttivo del Paese. Dobbiamo favorire la crescita dei grandi gruppi bancari, ma allo stesso tempo preservare il modello dell'impresa diffusa. Io provengo dal Nord-Est, dove la piccola e media impresa è fondamentale e spesso riesce a ottenere risultati straordinari. Per questo è essenziale garantire accesso al credito e a strumenti finanziari adeguati. A oggi il Fondo di garanzia è probabilmente lo strumento che ha dato i risultati migliori.

D. Passiamo alla vicenda Euronext-Cdp. Cosa pensa delle rivelazioni di Milano Finanza sui patti parasociali? E quale dovrebbe essere la soluzione?


R. Come Commissione abbiamo chiesto la documentazione sia a Euronext sia a Cassa Depositi e Prestiti e attendiamo di riceverla. Quello che continuo a sostenere è che una vicenda di questa complessità non possa essere risolta esclusivamente nelle aule dei tribunali. Ci è stato spiegato che il giudizio di merito davanti al Tribunale di Amsterdam potrebbe durare almeno un anno, cui andrebbero aggiunti eventuali appelli. Credo invece che sia necessario aprire un tavolo negoziale, probabilmente coinvolgendo anche il governo. Questioni di questo rilievo, che riguardano lo sviluppo del mercato dei capitali italiano e il futuro della Borsa, non possono essere lasciate soltanto al contenzioso. I tribunali servono a fissare principi e paletti, ma la soluzione finale dovrebbe essere trovata attraverso il dialogo.

D. Il ministro Giorgetti potrebbe avere un ruolo in questa mediazione?

R. Mi auguro che il governo prenda una posizione più chiara. Finora mi sembra sia rimasto sostanzialmente neutrale. Il 18 avremo l’occasione di ascoltare anche il ministro Giancarlo Giorgetti in Commissione e sarà importante capire se ritiene praticabile un intervento, anche attraverso strumenti come il Golden Power, oppure se individua altre strade. L’obiettivo dovrebbe essere quello di arrivare a una soluzione negoziale che tuteli gli interessi del Paese.

D. È d’accordo con Matteo Salvini quando propone una tassazione straordinaria sugli extraprofitti bancari?

R. No, ho una posizione completamente diversa. Parto da un principio semplice: non esistono gli extraprofitti, esistono i profitti. E i profitti devono essere tassati secondo regole chiare e predeterminate. Non si può modificare la normativa ogni volta che un settore registra risultati particolarmente positivi. La tradizione della scienza delle finanze insegna che la tassazione delle società deve essere proporzionale e stabile, non soggetta a interventi estemporanei. Per questo non condivido l’idea di introdurre imposte straordinarie sui profitti bancari. Mi sembra una posizione più populista che fondata su principi economici consolidati. (riproduzione riservata)