A parole tutti vogliono l’Unione Bancaria in Europa. Ma nei fatti gli Stati hanno fatto tutto il possibile negli ultimi anni per bloccare il capitale e la liquidità delle banche nei confini nazionali. Il contrario di quanto dovrebbe avvenire in un’area integrata.
Oggi tutte le società all’interno di uno stesso gruppo bancario devono rispettare i requisiti come se fossero istituti separati.
La gestione delle risorse è così inefficiente: secondo i calcoli di Afme, 225 miliardi di capitale e 250 miliardi di liquidità sono bloccati nelle società controllate all’estero (subsidiary) delle banche europee. È questo uno dei principali fattori che oggi rende poco appetibili le fusioni transfrontaliere.
Nell’Eurozona c’è una moneta comune, ma non un mercato unico bancario. Perciò la Bce ha appena rinnovato l’invito alla Commissione Ue a varare regole che consentano di muovere capitale e liquidità infragruppo in modo più libero tra Paesi.
Il problema sarebbe risolto con una garanzia comune dei depositi (Edis). Ma anche all’interno dell’attuale legislazione ci sono spazi per una maggiore circolazione dei capitali. Ne ha parlato più volte Andrea Enria quando era al vertice della Vigilanza Bce. La materia è stata trattata anche nei lavori del giurista Bce Giovanni Bassani. I margini di manovra dell’attuale legislazione però nei fatti restano inutilizzati, soprattutto perché gli Stati temono lo svuotamento delle banche nazionali da parte di capogruppo estere.
Ma cosa dicono le regole Ue e quali sono i limiti della circolazione di fondi tra Paesi? Se si guarda al capitale, gli standard di Basilea richiedono requisiti a livello consolidato, ma l’Ue li applica a livello di singole società. Il regolamento europeo (Crr) prevede un’esenzione (waiver) soltanto a livello nazionale.
In altri termini, se una banca ha tante società controllate in un Paese estero, può applicare requisiti patrimoniali unificati in quello Stato, come se lì ci fosse una sola entità. Ma la stessa logica non può essere applicata a livello Ue. Dopo l’avvio della Vigilanza Bce, la Commissione Europea ha proposto di estendere l’esenzione a tutta l’Ue, ma gli Stati hanno bloccato il progetto e l’idea non è stata più ripresentata.
Anche le norme sulla liquidità sono significative. In questo ambito le regole Ue sono differenti e consentono un’esenzione più ampia, anche a livello cross-border. Tuttavia la possibilità di trasferire liquidità in Europa resta solo sulla carta: è utilizzata soltanto da una banca (non nota).
La legge c’è ma le autorità nazionali ne bloccano l’applicazione facendosi sentire nella Vigilanza Bce. I supervisori si sono anche autoimposti un limite (contenuto nella guida su opzioni e discrezionalità): la Bce si è impegnata a garantire che nelle controllate estere significative i requisiti di liquidità siano rispettati almeno al 75% (invece che al 100%).
Così lo sconto massimo è del 25%, un vincolo non contenuto nel Crr. Nella prima versione della guida era previsto un riesame della materia nel 2018, con la possibilità di un abbassamento dei requisiti fino al 50%. Poi non si è fatto nulla.
La decisione di limitare la diffusione della liquidità, in assenza di Edis, è stata difesa nel 2016 anche da Peter Praet, ex capoeconomista belga della Bce. Si potrebbe osservare che il Belgio è uno dei Paesi più attenti alla materia dopo che Fortis è stata acquisita da Bnp Paribas (il governo belga è uno dei suoi maggiori azionisti).
Molti Paesi piccoli dell’Eurozona si trovano in una situazione simile poiché hanno banche controllate da gruppi esteri. La Germania è a metà strada perché Deutsche Bank possiede banche all’estero, mentre Hvb è controllata da Unicredit, in attesa di sviluppi su Commerzbank.
Oltre a tutto ciò bisogna considerare che alcuni Stati, tra cui Germania e Belgio, si avvalgono della facoltà di imporre limiti ai trasferimenti di liquidità: questi Paesi sfruttano una norma in teoria transitoria del Crr, ma che è applicata dal 2013 e lo sarà fino al 2028, quando potrà essere ulteriormente prorogata.
Ci sarebbe comunque un modo per superare ogni problema: trasformare le subsidiary in branch, ovvero in semplici filiali che non sono entità legali. Svanirebbero i vincoli legislativi su capitale e liquidità, ma resterebbero quelli politici. Così anche la cosiddetta branchification di fatto non è applicata.
Il paradosso è che questa opportunità è stata invece colta, soprattutto dopo la Brexit, dalle banche degli Stati Uniti: così i gruppi Usa sono oggi gli unici a ottenere i benefici dell’Unione bancaria, anche grazie all’avvio di entità nella forma di SE (Societas Europaea), precursore spesso dimenticato del 28esimo regime su cui oggi spinge l’Ue).
L'unico vincolo tecnico per la creazione di branch riguarda i contributi al fondo di garanzia dei depositi: soltanto quelli degli ultimi 12 mesi possono essere trasferiti nel Paese della capogruppo. Ma anche questa materia si potrebbe risolvere (innanzitutto con Edis), se ci fosse la volontà politica di farlo.
Sul tema la Bce e l’Eba hanno suggerito una correzione anche nell’ambito delle ultime regole sulle crisi (Cmdi), ma la normativa non è stata modificata.
Dietro gli aspetti tecnici, è evidente che gli Stati si sono spesso mossi in direzione contraria a quella dell’Unione bancaria. I Paesi hanno diritto di difendere le banche domestiche per ragioni di sicurezza nazionale. Lo ha fatto anche l’Italia con le norme sul golden power.
Ma senza un cambio di rotta degli Stati Ue, il risultato sarà inevitabile: l’Unione Bancaria resterà un traguardo irraggiungibile, nonostante i frequenti richiami alla sua necessità. (riproduzione riservata)