Le maggiori sette banche italiane hanno raggiunto un nuovo record di profitti nel 2025: 28 miliardi, in aumento del 13% rispetto all’anno precedente.
Il margine di interesse è sceso del 5,5% come conseguenza del calo dei tassi Bce, con un impatto negativo aggregato per 2,3 miliardi.
Ma questo effetto è stato pareggiato dall’aumento delle commissioni del 7% (che ha comportato un beneficio per 1,8 miliardi) e dall’aumento degli altri ricavi (+13%).
La differenza positiva rispetto all’utile del 2024 è così dovuta al risultato della gestione non operativa, migliorato di 3,2 miliardi. È quanto emerge dall’analisi di Value Partners sui bilanci 2025.
«I conti delle banche hanno mostrato solidità ma c’è anche un campanello d’allarme da considerare», sottolinea Gabor David Friedenthal, managing director di Value Partners.
«La crescita delle commissioni è stato un fattore positivo ma non potrà durare per sempre. Soprattutto quelle di bancassurance e certificates sono in parte upfront, quindi si fanno una volta sola e non si possono ripetere in egual misura ogni anno. Abbiamo visto un incremento delle fee nella seconda parte del 2025 che è servito per compensare il calo dei tassi. Ma nel futuro l’attenzione dei manager dovrebbe tornare sul lato dei costi, in particolare grazie all’intelligenza artificiale. È questo il sentiment del mercato, non solo in Italia. Le potenzialità di efficientamento dell’AI sono ancora enormi».
L’incremento delle fee nel 2025 è stato una conseguenza dell’aumento delle commissioni sugli investimenti, della crescita della raccolta indiretta (+18% annuo) e dell’internalizzazione delle fabbriche di prodotto portata avanti negli ultimi anni dai principali istituti.
Anche la raccolta diretta è salita di quasi il 5%.
Nel 2025 i costi operativi sono invece rimasti stabili. In particolare il costo del personale è rimasto quasi immutato per effetto della riduzione degli organici che ha compensato il rinnovo del contratto dei bancari, mentre le altre spese amministrative sono leggermente aumentate (+1% su base annua). Ricavi e costi pressoché invariati hanno determinato un rapporto cost/ income in linea con l’anno precedente e pari al 42%.
Quanto invece alla rettifiche sui prestiti, «il costo del rischio di credito è lievemente aumentato a 30 punti base, dai 28 del 2024, soprattutto per rettifiche di valore addizionali di Intesa Sanpaolo», dice Pietro Galiberti, associate di Value Partners. «L’Npl ratio lordo al 2,3% conferma l’importante attività di derisking svolta dalla banche italiane nell’ultimo decennio». I crediti deteriorati dei sette istituti sono scesi dell’8%, con sofferenze in calo del 13%.
Il conto economico è stato influenzato poi dal risultato della gestione non operativa: «Le variazioni positive delle poste straordinarie sono legate a proventi netti da investimenti di Unicredit per quasi 1,6 miliardi, in gran parte connessi a Commerzbank. Anche Intesa e Mps hanno avuto registrato valori positivi in questo ambito per circa 900 e 700 milioni rispettivamente».
Tra le singole banche, Unicredit ha ottenuto profitti complessivi per 10,9 miliardi (+12%), Intesa Sanpaolo per 9,3 miliardi (+8%), Mps per 2,75 miliardi (+41%, senza considerare l’impatto dell’acquisizione di Mediobanca), Banco Bpm per 2,1 miliardi (+8%, incluso Anima), Bper per 1,6 miliardi (+17%, senza considerare Popolare di Sondrio che ha registrato 648 milioni di utili) e Credem 622 milioni (stabile).
A livello patrimoniale, il capitale di maggiore qualità (Cet1) è sceso al 14,6%, dal 15,2% del 2024. È stato l’effetto dell’aumento delle attività ponderate per il rischio, che sono il denominatore dell’indice.
Nel complesso «il 2025 conferma la capacità delle principali banche italiane di mantenere una solidità patrimoniale superiore ai requisiti normativi nonostante l’intensa attività di M&A», osserva Galiberti.
Value Partners indica tre sfide principali per le banche italiane quest’anno. Innanzitutto «portare a termine con successo le integrazioni annunciate nel 2025, per sfruttare le sinergie e continuare a crescere».
In secondo luogo, «ridurre il gap tecnologico rispetto a fintech e player americani che stanno diventando una minaccia sempre più rilevante sul segmento consumer (i primi) e sul segmento affluent (i secondi)».
Infine le banche dovranno «guardare con attenzione a possibili integrazioni con altri player europei per aumentare la scala».
Riguardo alle fusioni in Italia Friedenthal osserva: «Si vedrà se ci sarà spazio per un terzo polo, altrimenti il consolidamento potrebbe avvenire soprattutto a livello di banche medie».
Intanto gli istituti dovranno considerare che «oggi oltre il 20% dei clienti italiani si rivolge a nuove banche digitali», aggiunge il managing director di Value Partners. «La sfida per quelle tradizionali sarà recuperare il divario tecnologico e riprendere una parte del mercato GenZ, che è fatto di giovani che saranno i clienti dei prossimi 30 anni».
In una recente intervista su MF-Milano Finanza, la presidente della Vigilanza Bce Claudia Buch ha sottolineato «il buon livello di reddititività e capitale» delle banche italiane. «I crediti deteriorati sono diminuiti in modo significativo. Sono ancora leggermente più alti rispetto alla media dell’area euro, ma il quadro generale è favorevole».
Allo stesso tempo per Buch «c’è incertezza su come potrebbero evolversi i rischi geopolitici. Questo non riguarda in modo specifico l’Italia: è un discorso generale. I mercati hanno una valutazione del rischio benevola. Le banche devono trovare modi per affrontare questa incertezza e rimanere resilienti». (riproduzione riservata)