Banche in fermento e Nexi sorvegliata speciale: Italia al centro dell’m&a. Cosa c’è sotto la lente degli analisti
Banche in fermento e Nexi sorvegliata speciale: Italia al centro dell’m&a. Cosa c’è sotto la lente degli analisti
Leonardo può sfondare il muro dei 100 euro, DiaSorin boccheggia, Digital Bros punta sui contenuti, mentre petrolio e Treasury Usa ridisegnano il quadro globale

di Francesca Gerosa 03/05/2026 07:00

Ftse Mib
48.246,12 6.55.22

+0,94%

Dax 30
24.292,38 23.50.46

+1,41%

Dow Jones
49.499,27 20.15.01

-0,31%

Nasdaq
25.114,44 23.50.46

+0,89%

Euro/Dollaro
1,1723 23.00.31

-0,32%

Spread
82,09 17.30.11

-2,29

Il mercato italiano si è trasformato in una specie di laboratorio permanente di finanza straordinaria. La maggior parte delle banche seguite da Barclays in Italia è oggi direttamente o indirettamente coinvolta in operazioni di M&A. Il caso più evidente resta quello di Unicredit e Commerzbank, che continua a muoversi in una zona grigia tra strategia e negoziazione continua. Il mercato, nel frattempo, ha già iniziato a prezzare un deal che appare molto complesso nei dettagli ma interessante nei numeri con benefici che, però, si comprimono progressivamente man mano che il premio sale. Sul fronte domestico, l’altro grande filone riguarda l’asse tra Banco Bpm e Monte dei Paschi di Siena. Qui la logica è più “matematica”: sinergie di costo rilevanti, razionalizzazione delle reti e un potenziale rafforzamento competitivo in uno scenario bancario sempre più concentrato. Tuttavia, la struttura del deal è tutt’altro che banale, soprattutto per la gestione del capitale e per il ruolo degli azionisti chiave. Interessante il fatto che, a seconda di chi guida l’operazione, cambino significativamente anche gli effetti sull’utile per azione del nuovo colosso bancario.

Fuori dal perimetro bancario tradizionale si muove Nexi, una realtà molto più vincolata soprattutto per il Golden Power. Le indiscrezioni su un possibile interesse del fondo Cvc (potenziale deal da 9 miliardi di euro con un premio nullo) si intrecciano con la posizione rilevante di Cdp nella paytech. Il risultato è un classico caso in cui la finanza guarda ai multipli, mentre la politica guarda al controllo. E spesso, in Italia, vince la seconda.

Nel frattempo, il settore industriale continua a essere uno dei pochi punti fermi di crescita più visibile. Leonardo rappresenta, forse, l’esempio più chiaro di questa trasformazione: meno m&a e più execution. Morgan Stanley ha alzato le stime con il target price che potrebbe sfondare quota 100 euro grazie a crescita robusta di ricavi, margini e generazione di cassa. Il mercato, però, sta ancora cercando di capire quanto di questa storia sia già prezzato e quanto, invece, sia solo all’inizio, soprattutto in uno scenario geopolitico che continua a sostenere la spesa nella difesa.

Più complicata, invece, la situazione di DiaSorin, dove il problema non è tanto la storia di lungo periodo quanto la visibilità nel breve. I recenti warning arrivati dalle società del settore diagnostico internazionale, Qiagen e bioMérieux in particolare, hanno ridotto la fiducia su una crescita che era stata uno dei principali driver degli ultimi anni. Il punto non è solo il singolo prodotto, ma la dipendenza da alcune linee chiave in un contesto in cui la domanda post-pandemia si sta normalizzando più rapidamente del previsto.

C’è un settore, però, che, in apparenza, è lontano da tutto questo caos: il gaming. Digital Bros ha deciso di accelerare in modo molto chiaro sulla propria strategia industriale: meno dipendenza da licenze esterne, più controllo diretto delle proprietà intellettuali. L’acquisizione di Wuchang: Fallen Feathers per circa 4 milioni di euro è piccola nei numeri. Il punto non è il prezzo, ma il modello: possedere il contenuto invece di affittarlo. Il videogioco è già stato un successo commerciale, con oltre 1 milione di copie vendute e ricavi superiori a 30 milioni di euro. Il mercato ha premiato il titolo che resta comunque ancora sotto i massimi e con un potenziale upside del 50%.

Dal digitale passiamo a qualcosa di molto più fisico: il petrolio. Il prezzo del Brent è schizzato ai massimi da quattro anni, arrivando fino a 126 dollari al barile. Il driver? Sempre lui: il Medio Oriente. Più precisamente, il rischio di un’escalation tra Usa e Iran con lo Stretto di Hormuz sempre chiuso. Domenica 3 maggio l’Opec+ proverà a fare l’adulto: si parla di un modesto aumento della produzione di 188 mila barili al giorno. Un gesto simbolico, non risolutivo. Anche perché il vero tema non è quanto si produce, ma quanto arriva davvero sul mercato. Il paradosso è che il settore oil europeo è ancora in calo (-6%), nonostante il rally del greggio. AlphaValue vede gli utili del comparto raggiungere 80 miliardi di euro con un rimbalzo per le società con una forte generazione di free cash flow e ritorni elevati per gli azionisti grazie ai ricchi dividendi, in alcuni casi con rendimenti fino all’8%.

Se il petrolio corre, l’oro si prende una pausa. Il metallo giallo è sceso ai minimi delle ultime tre settimane, perdendo slancio proprio mentre il contesto geopolitico resta tutt’altro che tranquillo. In teoria dovrebbe brillare nei momenti di tensione. In pratica, questa volta ha deciso di ricordarci che i mercati non seguono sempre il manuale. Il punto è questo: con il petrolio sopra 120 dollari, l’inflazione resta appiccicosa. E quando l’inflazione resta alta, i tassi difficilmente scendono. E quando i tassi restano alti l’oro perde il suo fascino. Ma per Zest è solo un effetto temporaneo, presto tornerà a brillare.

Mentre energia e geopolitica dominano i titoli, un’altra area del mercato sta vivendo una trasformazione più silenziosa ma altrettanto importante: il mercato dei Treasury americani. Negli Stati Uniti, le grandi banche stanno tornando a essere protagoniste del mercato obbligazionario governativo. I primary dealer detengono oggi circa 550 miliardi di dollari di Treasury, il livello più alto dal 2007. Non è un dettaglio tecnico: significa che le banche stanno riassorbendo parte del ruolo di market making che negli anni post-crisi era stato progressivamente ceduto a hedge fund e operatori specializzati.

È tutto per oggi. Continuate a seguirci per ulteriori approfondimenti nel prossimo numero di Follow the report e se pensate che possa interessare a qualcuno inoltrate la newsletter.

Francesca