Non è solo il risiko delle grandi banche. Mentre tutti gli occhi sono puntati su Intesa Sanpaolo e Mps, due istituti di medie dimensioni sono entrati a gamba tesa nel processo di consolidamento del credito italiano. Martedì 13 ottobre Credem e Banco Desio si sono aggiudicate da Mcc l’esclusiva su BdM (l’ex Popolare di Bari) e sulla Cassa di Risparmio di Orvieto.
Ad accomunarle non c’è solo la natura familiare visto che la banca emiliana è controllata dai Maramotti, i padroni del gruppo della moda Max Mara, mentre i brianzoli sono in mano ai Gavazzi e ai Lado. Sia Credem che Desio sono quotate a Piazza Affari e da Nord puntano forte su Centro e Sud Italia, zone in cui sono già presenti e dove cercano di rafforzarsi ancora.
La banca di Reggio Emilia ha messo nel mirino Puglia, Campania, Abruzzo e Basilicata. Cioè le aree in cui è radicata BdM, salvata nel 2020 con un intervento da 1,6 miliardi, di cui 1,2 miliardi a carico del Fondo Interbancario. Se tutto andrà come nei piani del Mef, che controlla Mcc attraverso Invitalia e punta a chiudere la vendita entro fine anno, nascerà un gruppo con una quota di mercato tra l’8 e il 12% nelle prime due Regioni. E che inizierà a dire la sua anche in Abruzzo e Basilicata, dove Credem non era presente in modo significativo.
Merito delle circa 220 filiali dell’ex Popolare di Bari che gli emiliani compreranno per circa 520 milioni. Così raddoppieranno la stazza nel Mezzogiorno, dove il gruppo guidato dal dg Stefano Morellini è già attivo con più di 150 sportelli dopo una lunga campagna acquisti accelerata negli anni ‘90. Si parte dall’Istituto Bancario Siciliano e dalla Banca di Girgenti nel 1991, seguite da Banca Creditwest e dei Comuni Vesuviani nel 1995 e per finire dalla Banca della Provincia di Napoli nel 1998.
Una sfilza di acquisizioni che, con la crescita organica, hanno portato Credem a concentrare più di un quarto degli impieghi (26%) nel Sud e nelle Isole. Numeri rassicuranti per le istituzioni locali, che guardavano con favore all’offerta concorrente della cordata Iccrea-Popolare di Puglia e Basilicata. Due istituti che hanno un dna già per natura territoriale. Negli anni, però, gli emiliani non hanno spinto solo sui prestiti, saliti in totale a 37,7 miliardi (+59%) dal 2016 al 2025.
In borsa la capitalizzazione è ormai vicina a 7 miliardi dopo che il titolo ha guadagnato il 36% da gennaio, con un total return del 38,6% e un rapporto prezzo-utili atteso nel 2026 di 12,2. Valori di tutto rispetto per la seconda banca emiliana dopo Bper, altra grande protagonista del risiko se avrà successo l’opas di Intesa Sanpaolo su Mps. In tal caso Ca’ de Sass cederà 635 filiali di Siena a Unipol, che le conferirà nell’istituto guidato dal ceo Gianni Franco Papa salendo al 40%.
In borsa, in realtà, il bilancio pende a favore di Desio. La banca brianzola capitalizza meno, intorno ai 2,2 miliardi, ma da gennaio le sue azioni hanno guadagnato più del 77% con un total return dell’88% e un rapporto prezzo-utili atteso nel 2026 di 16,5. Numeri che mettono in ombra anche quelli degli istituti italiani più blasonati. La banca guidata dal ceo Stefano Vittorio Kuhn non vuole fermarsi qui e cerca nuova spinta grazie alle circa 40 filiali della Cassa di Risparmio di Orvieto: l’idea è di creare un polo umbro con la Popolare di Spoleto, salvata nel 2014.
Il tempo, con Desio, è stato galantuomo perché i lombardi avevano provato a comprare la più piccola realtà basata a Orvieto già due anni fa, venendo battuti al fotofinish dalla Banca del Fucino, che aveva sborsato una novantina di milioni. Ma a fine giugno, dopo un’esclusiva lunga un anno e mezzo, la cessione è saltata anche a causa di una dura ispezione di Bankitalia sull’istituto romano. Così Mcc ha rimesso la controllata umbra sul mercato e Desio è tornata con forza sul dossier battendo il gigante Unicredit con un’offerta di oltre 100 milioni.
Per le certezze di rito bisognerà attendere alcune settimane. E se tutto andrà secondo i piani, la Cassa di Orvieto entrerà nel nuovo gruppo mantenendo - sembra - un marchio autonomo per almeno qualche anno. Una strategia apprezzata dal Mef, da sempre attento al territorio, e anche dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto, che detiene il 15% dell’istituto.
Da mesi l’ente di origine bancaria ragiona su cosa fare della quota, una scelta rimasta in stand by in attesa di conoscere l’identità del nuovo primo socio. L’arrivo di Desio potrebbe aver rassicurato l’istituzione presieduta da Libero Mario Mari perché si tratta di un soggetto che sa collaborare con realtà simili. Dopo l’acquisizione della Popolare di Spoleto, la Fondazione Cassa di Risparmio di Terni è entrata stabilmente nel capitale della banca brianzola, di cui possiede più del 4% ed è seconda azionista dopo le due famiglie al comando. (riproduzione riservata)