La lunga stagione di tassi elevati e margini in espansione ha fatto lievitare i profitti delle banche e, con essi, anche i compensi dei vertici. Con l’avvicinarsi della stagione assembleare gli istituti stanno depositando le relazioni sulla remunerazione che saranno sottoposte al voto degli azionisti e al vaglio dei proxy advisor. Ed è proprio da questi documenti che emerge come la crescita degli utili si stia traducendo per i ceo in incassi più generosi ma, al tempo stesso, sempre più legati a sistemi articolati di incentivazione, monitoraggio della performance e controllo del rischio.
In Italia la stagione è stata aperta da Unicredit che ha depositato la relazione in vista dell’assemblea del 31 marzo. Per l’amministratore delegato Andrea Orcel è previsto un compenso massimo di 16,4 milioni di euro, con una componente fissa di 4,15 milioni, circa 1,7 milioni di altri elementi e una parte variabile che può arrivare fino a 8,3 milioni se tutti gli obiettivi di performance saranno centrati. Il livello retributivo resterà invariato anche nel 2026 e rappresenta un deciso incremento rispetto agli anni precedenti, che pure avevano registrato una crescita progressiva.
In passato lo stipendio di Orcel è stato oggetto di polemiche tra alcuni soci della banca, ma quest’anno è probabile che l’assemblea non sollevi obiezioni. L’istituto di Piazza Gae Aulenti ha infatti distribuito dividendi molto generosi e ha lanciato importanti programmi di riacquisto di azioni proprie. Una politica che dovrebbe proseguire anche nei prossimi trimestri e che rende più facile accettare compensi elevati al vertice.
La relazione depositata dalla banca consente anche di confrontare la remunerazione di Orcel con quella dei principali concorrenti europei. Il documento include una classifica dei compensi massimi potenziali per i grandi banchieri del continente. In cima alla graduatoria figura il ceo di Ubs Sergio Ermotti, con una remunerazione massima teorica di circa 21,9 milioni. Seguono Georges Elhedery di Hsbc con 19,2 milioni e C. S. Venkatakrishnan di Barclays con 17,4 milioni. Orcel si colloca poco al di sotto, davanti alla numero uno di Santander, Hector Grisi Checa, che arriva a circa 15,8 milioni.
Cosa rappresentano esattamente queste cifre? Non si tratta degli stipendi effettivamente incassati dai banchieri in un singolo anno. La classifica utilizza il criterio della total maximum compensation, cioè la remunerazione massima teorica prevista dalle politiche delle banche. In altre parole si sommano tutte le componenti della busta paga ipotizzando che i risultati raggiungano il livello massimo previsto dai piani di incentivazione.
Il calcolo include tre elementi principali. Il primo è il salario fisso, che rappresenta la quota stabile della retribuzione. Il secondo è il bonus annuale legato agli obiettivi di breve periodo, come utile netto, ricavi o efficienza operativa. Il terzo elemento è costituito dagli incentivi di lungo periodo, generalmente assegnati in azioni e subordinati a obiettivi pluriennali. Quando si parla di compenso massimo si ipotizza che tutte queste componenti raggiungano il livello più alto possibile.
Questa metodologia consente di confrontare le politiche retributive tra banche diverse anche se i risultati effettivi di un anno possono variare. Allo stesso tempo spiega perché le cifre risultino spesso più alte di quelle riportate nei bilanci annuali: nella realtà solo una parte degli incentivi viene effettivamente pagata e spesso con lunghi periodi di differimento.
Nel caso di Orcel, la componente variabile potrà arrivare complessivamente fino a 11,8 milioni, ma non sarà incassata immediatamente. Il pagamento avverrà attraverso un piano di differimento di otto anni e soggetto a una serie di condizioni aggiuntive. In pratica le azioni assegnate maturano nel tempo e restano legate al mantenimento di specifiche performance anche negli anni successivi.
Il sistema prevede infatti clausole di malus e clawback. Le prime possono ridurre o azzerare i bonus che non sono ancora stati pagati nel caso in cui emergano risultati inferiori alle attese, perdite rilevanti o comportamenti non conformi alle regole interne. Il clawback, invece, consente alla banca di chiedere la restituzione di compensi già erogati qualora emergano errori nei risultati, violazioni o gravi problemi di gestione del rischio.
In questo modo la banca può intervenire anche dopo l’assegnazione dei bonus, assicurando che la remunerazione resti coerente con i risultati effettivi e con una gestione prudente dei rischi. Una garanzia che dovrebbe rendere più digeribili per gli azionisti compensi anche molto elevati, perché legati in modo più diretto alla creazione di valore nel tempo. (riproduzione riservata)