Da anni il ferragosto porta con sé un confronto piuttosto acceso tra esponenti di governo e settore finanziario. A riportare sotto i riflettori il possibile contributo in capo alle banche per finanziare la prossima manovra è stato nuovamente Matteo Salvini. Il leader leghista, che non ha abbandonato mai la campagna durante tutto l’anno, è tornato a chiedere un contributo agli istituti, obolo che potrebbe valere almeno 1,5 miliardi l’anno.
Il vicepremier ha proposto una tassazione del 5% sugli utili dei primi dieci gruppi bancari, ossia su un ammontare aggregato che vale quasi 33 miliardi di euro. Applicando un contributo del 5%, come ipotizzato dal ministro Salvini, il gettito potrebbe superare 1,5 miliardi in un anno. La proposta prevede inoltre che il meccanismo possa essere applicato per tre esercizi, trasformando così il prelievo in una voce strutturata nell’arco della legislatura finanziaria.
Questa proposta si andrebbe a sommare a un pacchetto fiscale già particolarmente oneroso imposto alle banche dall’esecutivo in carica. La legge di Bilancio 2026 ha infatti previsto un impatto complessivo stimato in 10,2 miliardi nell’arco di tre anni, con circa 4,2 miliardi legati ad anticipazioni. L’ultima manovra ha portato all’aumento di due punti percentuali dell’Irap per tre anni, con una franchigia di 90 mila euro nel 2027 e 2028, lo slittamento delle Dta e la possibilità di distribuire le riserve da extraprofitti con il pagamento di un contributo straordinario, scelta effettuata dalla totalità degli istituti già quest’anno. Tra le altre misure il differimento al 2027 e 2028 della deducibilità ai fini Irpef e Irap di una parte delle svalutazioni pregresse sui crediti, nonché la revisione della deducibilità delle rettifiche di valore sui crediti. Da segnalare che alcuni esponenti del settore bancario italiano hanno già chiarito che la prima tranche richiesta per il 2026 è stata versata.
Si tratta di un trend, fotografato da un’indagine di Unimpresa, che prosegue dal 2018. Fino alla fine del 2025 il sistema bancario italiano ha cumulato ricavi per 736,6 miliardi, utili netti per 209,6 miliardi e imposte per 43 miliardi, con un tax rate medio del 20,5%.
Guardando nello specifico ai quinquennio 2021-25, ossia il periodo più redditizio nella storia recente del sistema bancario italiano, gli istituti di credito hanno realizzato ricavi complessivi per 493,8 miliardi e le imposte versate al fisco sono state pari a 35,1 miliardi, con un’incidenza media sugli utili del 19,9%. Dunque, nell’arco di appena cinque anni, le banche hanno concentrato oltre l’84% degli utili realizzati nell’intero periodo 2018-25.
Ma i timori degli operatori del comparto finanziario, legati all’ipotesi di un nuovo contributo fiscale dalle banche, non sono soltanto prettamente economici. Si parla anche di penalizzazione del sistema bancario, tra l’altro in una fase di rialzo dei tassi, nonché di credibilità del Paese. Timori condivisi quasi integralmente anche da un mostro sacro della finanza, ossia lo storico ceo di JpMorgan Chase, Jamie Dimon. In colloquio con il nuovo cancelliere britannico John Healey riguardo al potenziale impatto di un aumento della tassazione sulle banche, come riportato dal Financial Times, il banchiere ha avvertito che tasse più elevate portano spesso alla delocalizzazione dei posti di lavoro verso altre sedi e alla perdita di attrattività della piazza finanziaria del Regno Unito. (riproduzione riservata)