C’è un filo conduttore dietro alcuni degli ultimi interventi della Vigilanza. Casi come quelli di Bff e Banca Ifis sembrano molto diversi tra loro ma in realtà hanno forti affinità. Entrambi gli istituti hanno dovuto fare i conti con il calendar provisioning, la normativa introdotta dalla Bce in risposta alle passate crisi finanziarie e che impone di svalutare del tutto le esposizioni deteriorate in tre e sette anni, a seconda del tipo di garanzia, accantonando il capitale necessario a coprire le perdite.
L’obiettivo di Francoforte era ripulire i bilanci degli istituti di credito dagli npl per rafforzare la solidità del sistema creditizio. Una mossa arrivata proprio quando le banche italiane toccavano il picco di deteriorati.
I player generalisti hanno saputo reagire cedendo sofferenze a piene mani, aiutati in seguito anche dal rialzo dei tassi d’interesse. Nel mentre si sono affermate alcune realtà che macinavano utili proprio grazie all’acquisto e alla gestione dei crediti originati dalle banche. È questo il caso dei grandi servicer ma anche di istituti come Ifis, che del settore del non performing loan aveva fatto la principale fonte di ricavi. La banca della famiglia Fürstenberg ha beneficiato per anni del boom degli npl, ma negli ultimi mesi ha subito una brusca battuta d’arresto.
A fine giugno un’ispezione della Vigilanza si è chiusa con rettifiche per 30 milioni e con altri 40 milioni di accantonamenti sui portafogli deteriorati cartolarizzati. Quest’ultimo è lo stock ereditato da illimity, la challenger bank fondata da Corrado Passera e salvata l’anno scorso da Ifis con un’opas da 300 milioni.
L’ispezione ha avuto un’altra conseguenza perché è uno dei fattori che ha spinto l’istituto veneziano a uscire dal settore dei deteriorati. Il motivo? Evitare i futuri impatti del calendar provisioning. Ifis ha scelto di concentrarsi sulla banca commerciale, sul credito alle pmi e sul wealth management. Anche perché l’interesse per i suoi npl non manca, con un tris di fondi americani (Apollo, Fortress e Cerberus) pronti a sfidarsi.
Un altro caso salito alla ribalta è quello di Bff. L’istituto milanese era arrivato a capitalizzare 2,4 miliardi puntando sul business del factoring con la Pubblica Amministrazione. Crediti certi perché alla fine lo Stato paga sempre. Il problema è che spesso lo fa in ritardo, intoppo che per le realtà del settore si era trasformato invece in una gallina dalle uova d’oro perché gli consentiva di incassare lauti interessi di mora.
Poi è arrivata un’altra normativa, la nuova definizione europea di default, che ha accelerato i tempi in cui i crediti in bonis si trasformano in deteriorati. Nel caso di Bff la Banca d’Italia è intervenuta in due occasioni. La prima nel 2024 quando ha imposto di riclassificare circa 1,4 miliardi di crediti. La seconda quest’anno con un’ispezione da cui sono emersi altri 1,3 miliardi di deteriorati e che ha portato all’invio di due commissari per affiancare il cda.
È qui che entra in gioco il calendar provisioning, che si è tradotto in un fabbisogno crescente di capitale. Dopo aver riscritto i conti del 2025, il total capital ratio di Bff è sceso sotto i requisiti Srep, per poi tornare sopra alla fine del primo trimestre. Ma il problema rischia di riproporsi nel 2028, quando proprio la normativa Bce imporrà di portare a zero il valore dei portafogli deteriorati.
Questo a meno che la banca non riesca a valorizzarli attraverso una o più cessioni. Proprio in queste settimane è allo studio una cartolarizzazione da 1,2 miliardi, dismissione che però potrebbe non bastare per garantire la tenuta finanziaria dell’istituto. Ecco perché il cda di Bff sta sondando diverse opzioni strategiche, con più soggetti interessati alla finestra a partire dalla cordata Amco-Banco Bpm.
Sono questi i due casi più evidenti dell’impatto recente del calendar provisioning. E basta unire i puntini per capire che agli istituti di credito non conviene più puntare sui crediti deteriorati o sul factoring con la Pa. Business che saranno sempre più appannaggio degli operatori specializzati, non soggetti ai diktat della Vigilanza. A confortare è il fatto che le situazioni di crisi sembrano più gestibili del passato, anche per le dimensioni contenute.
«Il dato positivo è che l’impatto del calendar provisioning è terminato e non sono apparsi fenomeni critici sottostanti. Gli incassi non sono venuti meno, ad esempio la Pa nel factoring continua a pagare. Si sono verificati solo dei problemi di transizione da un modello all’altro perché alcune realtà hanno fatto fatica ad adeguarsi alle nuove norme», spiega Alessandro Carpinella, senior partner di Prometeia.
«L’altro dato rilevante è che sono emersi tutti i limiti della specializzazione. Negli anni ‘10 le banche molto verticali avevano rendimenti ben più alti di quelli dei competitor generalisti. Poi sono cambiati alcuni paradigmi tecnici e regolatori, e chi si è concentrato solo su uno o due business ha avuto dei problemi di posizionamento aziendale. Le specializzate insomma sono molto cicliche, una lezione che chi fa strategia in banca ha imparato a tenere a mente». (riproduzione riservata)