Banche, 250 miliardi di liquidità bloccati all’estero. Ecco la zavorra che ostacola il risiko europeo
Banche, 250 miliardi di liquidità bloccati all’estero. Ecco la zavorra che ostacola il risiko europeo
Quasi il 10% della liquidità delle grandi banche europee è bloccata all’estero e non può essere trasferita. Una palla al piede per il risiko internazionale nel settore. Il primo test con il deal UniCommerz

di di Luca Gualtieri 02/04/2026 21:00

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l risiko bancario europeo trascina una zavorra da 250 miliardi di euro: è la liquidità detenuta dai grandi gruppi – circa il 5–8% degli asset liquidi di alta qualità – che resta confinata nei singoli paesi e non può essere utilizzata liberamente a causa dei vincoli regolatori nazionali. Istituti come Unicredit o Bnp Paribas operano in molte geografie, ma ogni filiale deve mantenere riserve autonome per soddisfare i requisiti locali di vigilanza.

La ragione? In caso di tensioni le autorità nazionali vogliono contare su risorse già presenti nel territorio. Il risultato è che la liquidità resta intrappolata: una banca può avere eccedenze in un paese e fabbisogni in un altro senza poterli compensare. A livello aggregato, questo si traduce in centinaia di miliardi immobilizzati e in una complessiva perdita di efficienza. Lo dice con chiarezza un recente report della Association for Financial Markets in Europe (Afme), che parla di una limitazione sensibile di scala e competitività.

L'impatto della segregazione regolatoria sulle banche

Non solo. «Questa segregazione regolatoria scoraggia le banche dall’impegnarsi in operazioni transfrontaliere», si legge nel documento, proprio perché impedisce di sfruttare le sinergie di funding

Il tema dell'unione bancaria e dei suoi limiti è tornato di stretta attualità nelle ultime settimane, dopo il lancio dell’operazione su Commerzbank da parte di Unicredit. Venerdì 2 aprile il cda del gruppo guidato da Andrea Orcel ha convocato per il 4 maggio l’assemblea straordinaria sull’aumento di capitale a servizio dell’offerta pubblica di scambio. L’operazione è insomma ai nastri di partenza. Per aderire i soci avranno dalle quattro alle otto settimane di tempo – la scelta non è ancora stata definita – e dunque, al più tardi, l’ops si concluderà entro luglio.

Fino a quel momento il calendario appare definito; oltre tale passaggio, però, l’iter potrebbe diventare meno lineare e non si escludono modifiche anche significative. In Germania, infatti, la fase autorizzativa si apre solo dopo la chiusura dell’offerta. Prima della consegna dei titoli, Unicredit dovrà ottenere il via libera della Bafin, della Bce, delle autorità antitrust nazionali e della DgComp, oltre che delle altre autorità di vigilanza coinvolte. Nello scenario più favorevole, il processo potrebbe concludersi entro la fine dell’anno, ma non è escluso che si estenda ai primi mesi del 2027.

Le sfide strutturali per l'integrazione dei bilanci

Anche se l'ops avrà successo, sullo sfondo resterà il problema strutturale. La riuscita industriale di un’operazione transfrontaliera non dipende solo dal completamento dell’offerta o dal via libera dei regolatori, ma dalla possibilità concreta di integrare i bilanci e, soprattutto, di far circolare la liquidità all’interno del gruppo risultante. E oggi questa possibilità è limitata.

Recentemente Claudia Buch, il numero uno della vigilanza bancaria dell’Eurozona, ha richiamato esplicitamente il problema, chiedendo maggiori poteri per superare le restrizioni nazionali che impediscono alle banche di spostare capitale e liquidità.

In particolare Buch ha inoltre sottolineato che il problema non si esaurisce nella regolazione prudenziale: «ci sono barriere allo sviluppo di modelli di business paneuropei che non sono legate alla regolamentazione prudenziale, ma ad altre norme sulle attività bancarie che differiscono molto tra i vari mercati». Il punto implicito è chiaro: senza una reale mobilità di capitale e liquidità, l’integrazione bancaria resta incompleta e le operazioni transfrontaliere continuano a scontrarsi con limiti strutturali.

Economie di scala e frammentazione del mercato

Il tema della liquidità è centrale anche per un’altra ragione: determina il punto oltre il quale la crescita dimensionale perde significato economico. Afme stima che le banche europee abbiano difficoltà a realizzare economie di scala oltre i 450 miliardi di attivi, proprio a causa della frammentazione regolatoria. In altre parole, diventare più grandi non produce necessariamente maggiore efficienza se le risorse restano segmentate.

Le implicazioni sono concrete. Un istituto può avere liquidità in eccesso in un paese e bisogno di funding in un altro, ma non poter trasferire quelle risorse. Deve quindi raccogliere fondi sul mercato, spesso a condizioni meno favorevoli, mentre altra liquidità resta inutilizzata altrove. Questo genera un aumento del costo del credito e una riduzione della capacità di sostenere l’economia.

Il deficit di fiducia tra le autorità nazionali

Secondo diversi osservatori, il problema è aggravato da un elemento istituzionale: la mancanza di fiducia tra autorità nazionali. L’assenza di deroghe è spesso legata al timore che, in caso di crisi, le autorità del paese di origine privilegino la casa madre, mentre quelle del paese ospitante proteggano la controllata locale. Questo deficit di fiducia impedisce di utilizzare pienamente gli strumenti già previsti dal quadro europeo.

Le conseguenze si riflettono direttamente sul caso Unicredit-Commerzbank. L'operazione punta a creare un campione europeo, ma con la liquidità bloccata nei singoli paesi il risultato rischia di essere una banca grande, non una banca integrata. È lo stesso limite che da anni frena il consolidamento: poche operazioni, lente, politicamente sensibili, in un sistema dove la frammentazione conta più delle logiche industriali.

Non a caso le banche europee restano meno redditizie di quelle americane, che operano in un vero mercato unico. Le riforme in corso sfiorano il problema, ma non lo risolvono. Il punto è uno solo: la liquidità. Finché resterà intrappolata nei confini nazionali, l’unione bancaria resterà incompleta. E anche le fusioni più ambiziose continueranno a fermarsi prima di diventare davvero europee. (riproduzione riservata)