Azioni, occhio a quelle aste di Piazza Affari: perché sono a rischio
Azioni, occhio a quelle aste di Piazza Affari: perché sono a rischio
Nei minuti finali delle contrattazioni alcuni titoli finiscono nel mirino dei venditori, che ne abbattono il prezzo di chiusura. Ecco le possibili cause. Soluzione? Consentire anche alle società di difendersi

di di Lucio Sironi 12/09/2026 09:00

Ftse Mib
52.512,03 6.56.44

+1,36%

Dax 30
25.568,56 23.50.57

+0,82%

Dow Jones
52.573,29 9.38.17

+0,98%

Nasdaq
26.333,04 23.50.57

+0,96%

Euro/Dollaro
1,1600 23.00.45

-0,04%

Spread
86,99 17.25.46

-1,79

Appuntamento alle 17,34 per abbattere le quotazioni dei titoli in borsa. È il particolare rendez-vous che si stanno dando alcuni operatori che, per ragioni non facili da interpretare, hanno preso l’abitudine di inserire, durante l’asta di chiusura delle contrattazioni di borsa che si tiene al termine di ogni seduta, tra le 17,30 e le 17,35, importanti ordini di vendita, che arrivano a rappresentare anche il 20% del totale degli scambi dell’intera giornata, tali da condizionare in negativo il prezzo di chiusura.

L'asta di chiusura, per chi non fosse pratico di come è organizzata una seduta di borsa, è la fase finale, quella in cui si determina un prezzo unico di chiusura per ogni titolo tramite l'incontro di tutte le proposte di acquisto e vendita accumulate.

I titoli più colpiti in zona Cesarini

Sia chiaro: non tutti i titoli scambiati a Piazza Affari si prestano per manovre del genere. Perlopiù a essere interessati sono quelli di società di medio-piccola capitalizzazione, dove i quantitativi di titoli messi in movimento sono significativi ma senza richiedere investimenti esagerati. In questi casi però l’effetto è tale che c’è chi parla apertamente di manipolazione. Tra i titoli che di recente sono stati colpiti dalle «vendite in zona Cesarini», o addirittura nei tempi di recupero, per restare nella metafora calcistica, si segnalano tra gli altri Maire, Tamburi Investment Partners, Ferrari, Moncler, Ovs. Alcuni esempi sono illustrati nei grafici intraday riportati qui sopra.

Operatori professionali ma anche numerosi investitori hanno notato questo fenomeno, i più domandandosi le ragioni di questa precisa tempistica, senza trovare risposte univoche. Che si tratti di algoritmi o di altri sofisticati meccanismi di compravendita, il risultato è il medesimo: un titolo che magari aveva traccheggiato intorno alla parità per buona parte della giornata, o che stava mostrando magari segnali di rialzo, nei minuti finali della seduta passa in negativo e chiude con un segno meno.

Manipolazione?

Qualche esperto fa notare che esistono strumenti finanziari il cui esito finale, per riconoscere determinati guadagni ai sottoscrittori, si basa appunto sul prezzo medio di chiusura di un titolo in un periodo predefinito. Una manipolazione come quella descritta potrebbe appunto finire per definire l’avverarsi o meno delle condizioni che permettono un guadagno o che al contrario lo impediscono. Ma in genere strumenti finanziari di questo tipo prendono come sottostante titoli di maggiori dimensioni come le blue chip.

Il fenomeno di cui si parla qui non tocca gli investitori che hanno obiettivi di lungo termine. E tra quanti hanno colto la situazione c’è anzi chi ha studiato il modo di trarne beneficio, per esempio prendendo posizione su una particolare azione che sa essere soggetta a un’abituale raffica di vendite finali: si mette in paziente attesa e immette il suo ordine a fine giornata, a un prezzo leggermente scontato. Le possibilità che l’acquisto vada in porto, se l’offerta è ben calibrata, sono elevate. Peccato che alle aste di chiusura non possano partecipare le società stesse, se impegnate per esempio in operazioni di buyback, che richiedono appunto acquisti regolari e di dimensioni contenute, perché i regolamenti lo vietano esplicitamente. Né di norma vi prendono parte gli stessi amministratori della società in questione, per ragioni di opportunità dal momento che rischierebbero di essere tacciati di essere proprio loro gli artefici della manipolazione.

Chi risparmia sui costi di esecuzione

Chi invece avrebbe piacere nel mostrare che il titolo dell’azienda di cui è amministratore sta offrendo incoraggianti segnali di crescita, ebbene, per colpa di questa pratica vede le sue aspettative regolarmente frustrate.

Occorre considerare una cosa, fa notare l’esperto di trading Gianluca Defendi: i grandi operatori hanno bisogno di liquidità per eseguire le loro operazioni e le aste. In un periodo come quello estivo in cui la liquidità si riduce, sono un'occasione per trovare controparti adeguate e poter eseguire in un colpo solo le loro vendite. Un esempio: se un fondo deve vendere 15.000 azioni di una società nel corso della giornata, deve tenere d’occhio il book e piazzarne 1000 alla volta. In asta invece ha modo di venderle tutte in una volta, risparmiando sui costi di esecuzione. Peraltro molti algoritmi che vengono impostati per eseguire gli ordini di vendita/acquisto osservano e tengono conto della liquidità presente sul mercato: se non è sufficiente, non eseguono. Ma quando c'è liquidità sufficiente, ecco che si realizza, a qualsiasi ora della seduta. Del resto le aste sono pensate proprio per raccogliere più ordini e consentire di entrare/uscire all'inizio o alla fine della giornata.

Le possibili soluzioni

Ci si può trovare anche nel caso opposto. Quando il mercato è in trend rialzista, per esempio nei mesi di maggio, giugno e luglio, alla fine della giornata spesso si verifica una situazione contraria a quella descritta fin qui, ossia chi ha aperto posizioni short in quanto riteneva che il mercato scendesse (o per copertura), alla fine della giornata deve chiudere le sue posizioni. Per farlo deve comprare e questi acquisti innescano dei rialzi verso la fine della giornata, tra le 16.30 e le 17.30. Oppure in asta.

Possibili soluzioni per evitare che un titolo finisca sotto il tiro al bersaglio dei venditori seriali nei minuti finali di una seduta, determinandone un ribasso finale? Gli esperti allargano le braccia, almeno alla luce degli attuali regolamenti. Ma si potrebbe ragionare su un intervento che consenta alle società di difendersi, consentendo loro di scendere in campo come acquirente, quanto meno per quantitativi limitati, ma quanto basta per attenuare i colpi.

Le regole previste per lo svolgimento dei buyback sono già sufficientemente stringenti, sia in termini di volumi sia di intervalli di prezzo da rispettare: sarebbe sufficiente consentire che il riacquisto d’azioni proprie possa avvenire anche in sede d’asta di chiusura per ridurre drasticamente il fenomeno delle aggressioni mirate di fine seduta. (riproduzione riservata)