Eqt, il gigante svedese del private equity, ha deciso di puntare forte sull’Asia: ha raccolto 10 miliardi di dollari per investire nell’area tramite un nuovo fondo lanciato da poco. E il colosso Usa Kkr ha annunciato che metà del capitale che entrerà nelle tasche degli investitori nel 2025 arriverà proprio da questa macro zona. La banca d’affari Usa Jp Morgan, dal canto suo, ha alzato venerdì 28 novembre la raccomandazione sulle azioni cinesi a overweight, pronosticando un possibile rialzo che, nel 2026, dovrebbe superare i rischi. A loro volta, molti analisti hanno evidenziato vari fattori trainanti, tra cui la diffusione dell’intelligenza artificiale, le misure a sostegno dei consumi e le riforme della governance.
Sempre in Asia, l’indice Kospi della Corea del Sud è salito del 64% da gennaio, trainato da gruppi tech come Sk Hynix (lavora per Nvidia) balzato del 210% nello stesso periodo e da Samsung, invece, del 90% circa. L’indice viaggia a un rapporto prezzo/utili di 13,8 volte contro le 36,6 del Nasdaq. È quindi ancora a livelli interessanti.
La stessa Cina è osservata speciale, seconda maggiore economia al mondo e in perenne tensione con gli Usa. Ma sul fronte dazi un accordo, seppur di massima, è stato trovato e il governo sta investendo molto nel settore tech con un focus particolare sull’intelligenza artificiale, grande motore dell’economia mondiale. L’indice Hang Seng di Hong Kong è salito del 32% da inizio anno e ora viaggia con un p/e di 12,5 volte, a livelli ancora contenuti rispetto anche solo al Dow Jones (23,5 volte), per non parlare del Nasdaq. Proprio a Hong Kong il presidente Xi Jinping vuole creare un hub mondiale di ricerca e sviluppo sull’AI. L’indice Csi 300, invece, che raccoglie Shanghai e Shenzhen, è salito del 18,5% da inizio anno (il Ftse Mib, per esempio, ha guadagnato il 26% nello stesso periodo).
Quanto al Giappone, il Nikkei 225 ha corso per il 28% (con un p/e di 22,4, ancora contenuto) grazie anche alla decisa debolezza dello yen che favorisce i grandi gruppi dell’export come Toyota e Shiseido. A tenere alto il sentiment sul mercato azionario, la nuova premier Sanae Takaichi, molto vicina al presidente Usa, Donald Trump, che sta lavorando a un grande piano di stimolo per oltre 20.000 miliardi di yen.
Non solo Eqt e Kkr, anche James Cook, investment director - Emerging Markets di Federated Hermes, ritiene che nonostante le sfide di breve periodo, fra pressioni deflazionistiche e dazi Usa, ci siano «opportunità interessanti in Cina». Il governo stimola da mesi il mercato interno, che fatica a uscire dalla deflazione. Secondo Cook, siamo «vicini al punto in cui il sentiment dei consumatori subirà un’inversione di tendenza e diventerà positivo. Le azioni cinesi rimangono un’asset class conveniente e sottovalutata per gli investitori globali. Gli utili si sono stabilizzati e i rendimenti stanno migliorando in maniera strutturale, l’indice azionario si sta orientando sul settore manifatturiero avanzato e in direzione di società caratterizzate da crescita e rendimenti più elevati». Molte aziende hanno anche incrementato i rendimenti per gli azionisti. Cook cita l’elettronica di consumo e la produzione di componenti elettronici.
Il settore più forte oggi in Cina (ma anche negli Usa) è quello dell’AI. Gabriel Debach, market analyst di eToro, sottolinea in tal senso che l’Etf Invesco China Technology segna un +35% da inizio anno, quasi il doppio del Nasdaq 100 e quasi quattro volte la tecnologia europea (misurato dall’Etf Spdr Msci Europe Technology). «La riscossa non è tecnica, è strutturale. Tencent, con un peso del 10,15%, ha guadagnato il 50%, contribuendo per 476 punti base. Pdd Holdings (+34%) e Baidu (+41%) completano il podio». Un rally costruito non sui chip, ma sull’ecosistema sottolinea l’analista: social, pagamenti, ecommerce, cloud, gaming. «Perché, a differenza di Nvidia, puro specialista del silicio, le big tech cinesi sono conglomerati digitali, capaci di monetizzare ogni fase della catena del valore dell’AI. Mentre l’America celebra i record dei produttori di chip - ma anche dello storage, con Western Digital (+260%), Seagate (+165%) e Micron (+173%) tra i migliori titoli dell’S&P 500 di questo 2025 - la Cina incassa quelli dei produttori di dati».
Se Nvidia incarna la precisione americana, «quella di chi costruisce la pala perfetta per la corsa all’oro. Tencent, Baidu e Pdd rappresentano la visione asiatica, quella di chi non vende la pala, ma possiede la miniera, il terreno e il mercato in cui scavare. Il risultato è un effetto leva diverso. Nel Nasdaq la crescita è industriale, trainata da capital expenditure e innovazione hardware. In Cina è infrastrutturale, guidata dalla capacità di integrare piattaforme, utenti e dati. E se la prima genera margini, la seconda genera ecosistemi», ragiona Debach. E in questi ecosistemi si sta muovendo la nuova corsa cinese all’intelligenza artificiale.
Con oltre 1.500 modelli di AI immessi sul mercato, Pechino ha già sopravanzato gli Usa per diffusione e capacità open source, mentre gli utenti di AI generativa sono più che raddoppiati a 515 milioni, pari al 36% della popolazione online. Con la conseguenza che Baidu (+41% da gennaio), Alibaba (+83%) e Tencent (+47%, assieme compongono le azioni Bat), avverte Debach, oggi «sommano oltre 1.137 miliardi di capitalizzazione e rappresentano il cuore operativo della nuova economia AI. Dietro questa impennata non c’è solo lo Stato, ma una rete di aziende che stanno trasformando la potenza di calcolo in un’infrastruttura economica», conclude l’analista.
Per esporsi al mercato cinese, vista anche la complessità nell’accedere alle azioni domestiche, una strada sempre più gettonata è quella degli Etf dedicati, il più grande dei quali (un prodotto di iShares) gestisce oltre 3,5 miliardi di euro. Si tratta di un comparto che replica l’indice Msci China in dollari, benchmark composto da oltre 550 titoli appartenenti a tutte le categorie del mercato azionario cinese, comprese le A Shares (le azioni domestiche).
Da inizio anno i principali Etf sulla Cina per masse registrano una performance (in euro) a doppia cifra, con la sola eccezione di quelli sulle A Shares (che comunque doppiano gli indici generalisti sulle azioni globali). La vera differenza è nella composizione dei benchmark: se le azioni di classe A sono molto più sbilanciate su finanza e informatica (oltre il 40% della capitalizzazione), l’Msci China più ampio è esposto per quasi la metà su beni voluttuari e tlc, con Alibaba e Tencent che da sole pesano per oltre un quarto dell’indice.
Con la premier Sanae Takaichi e la sua politica d’espansione fiscale e di vicinanza agli Usa di Donald Trump, il Giappone sta entrando in una nuova fase di rinascita degli investimenti che i mercati hanno già ribattezzato Sanaenomics. «L’inflazione si sta stabilizzando intorno all’obiettivo del 2% fissato dalla BoJ, i salari sono in aumento e la politica monetaria continua a sostenere la domanda interna», nota Kei Okamura, portfolio manager di Neuberger Berman. E poi la riforma delle imprese sta accelerando (scioglimento delle partecipazioni incrociate, aumento di dividendi/buyback, miglioramento della governance). I colossi dell’export nel frattempo hanno localizzato la produzione e dimostrano un certo potere di determinazione dei prezzi, riprende Okamura, attenuando l’impatto negativo sui guadagni a causa dei dazi e dello yen volatile, Toyota ne è l’esempio emblematico. Il gestore vede opportunità in particolare nelle mid cap che beneficiano delle riforme, della crescita salariale e del sostegno politico e nei leader che sfruttano l’automazione, l’elettrificazione, la digitalizzazione e la resilienza della catena di approvvigionamento. In tal senso, le società «con forti vantaggi competitivi e potere di determinazione dei prezzi stanno trasferendo i costi attraverso una maggiore efficienza e un rafforzamento della presenza nei principali mercati internazionali, misure adottate per far fronte alla volatilità dei cambi e che ora contribuiscono ad attenuare gli shock dei dazi». Nel frattempo, i supporti interni si stanno rafforzando: l’inflazione stabile, gli aumenti salariali e la normalizzazione della politica della BoJ stanno sostenendo i consumi. Per Okamura, la volatilità di borsa è un’occasione di acquisto.
Hisashi Arakawa, responsabile azionario Giappone di Aberdeen Investments, sottolinea il potere del Takaichi Trade. Il commercio al dettaglio (grazie alle speranze di una ripresa dei consumi per le misure contro l’aumento dei prezzi), l’industria pesante, la difesa, l’intelligenza artificiale e l’energia «hanno registrato buoni risultati, mentre i settori immobiliare e finanziario hanno sottoperformato a causa dei timori per la politica monetaria accomodante dell’amministrazione Takaichi». A oggi gli investitori esteri risultano acquirenti netti: anche se i buyback restano la principale fonte d’acquisti sul mercato giapponese, durante il rally iniziato a settembre gli acquisti sono rallentati e quelli netti da parte degli investitori stranieri stanno sostenendo la crescita dell’azionario giapponese, avvisa Arakawa. Le prospettive sul Giappone sono «piuttosto solide e meno sensibili ai dazi. Inoltre, le riforme in corso, i miglioramenti nella governance aziendale e gli sforzi di digitalizzazione sostengono la crescita».
Sul Giappone si può investire direttamente sia sui singoli titoli, sia in via mediata attraverso prodotti di risparmio gestito. I più grandi Etf arrivano anche a sfiorare i 6 miliardi di euro di masse, peraltro con commissioni molto contenute, nell’ordine dello 0,12% annuo. L’indice più gettonato dai gestori di Etf è l’Msci Japan. Comprare un indice di azioni giapponesi significa esporsi a un paniere molto ampio di titoli - oltre 900 -, nessuno dei quali pesa più del 3,5%. La performance media in euro da inizio anno oscilla tra il 9% e l’11%.
Mercato emergente con alcuni tratti in comune con quelli sviluppati, a cominciare da un avanzatissimo settore tecnologico, la Corea è la vera e propria sorpresa di questo 2025. Tanto che gli Etf dedicati registrano, in euro, performance da gennaio superiori al 60% (che scende però sotto il 40% su un orizzonte quinquennale). Il benchmark preferito dai gestori, l’Msci Korea, tratta a 12,4 volte gli utili attesi, a sconto rispetto ai mercati emergenti, anche se per un investitore italiano l’ingresso in Corea tramite Etf comporta in genere costi più elevati, nell’ordine dei 50-60 punti annui. Fa eccezione un comparto di Franklin Templeton che gestisce oltre 1 miliardo di euro e ha un ter annuo dello 0,09%. Il vero rischio della Corea è la iper-concentrazione del mercato: i primi dieci titoli dell’indice pesano il 60% del totale, e la sola Samsung copre con le sue dimensioni il 25% della capitalizzazione. Insomma: investire in Corea con un indice dedicato significa esporsi in modo molto forte alle sorti del colosso informatico.
Dopo anni di corsa sfrenata, con gli Etf dedicati che negli ultimi anni hanno registrato rendimenti superiori all’80% (sempre considerando un investimento in euro), nel 2025 gli indici indiani stanno tirando un po’ il fiato. Da gennaio il benchmark di riferimento per gli investitori, l’Msci India, sta guadagnando nella versione in dollari il 3,9%, contro il 33% dei mercati emergenti.
È anche un indice piuttosto caro, visto che tratta a 22 volte gli utili attesi. Un investitore che volesse approcciarsi in modo diversificato al mercato azionario indiano si troverebbe esposto al 25-30% circa a titoli finanziari, seguiti dai beni voluttuari al 12-13%. Il tutto con commissioni molto variabili, che per gli Etf dedicati vanno da un contenuto 0,19% a un (molto elevato) 0,85%. (riproduzione riservata)