Quando si annunciano operazioni che impattano sui mercati e sulla contendibilità delle imprese si è soliti scrivere che le autorità di vigilanza e controllo accendono un faro. E spesso, dopo l’accensione dell’attenzione seguono anche interventi, più o meno pubblici.
Questa volta, di fronte alla notizia del tentativo di Leonardo Maria Del Vecchio di diventare il dominus tra gli eredi del padre della cassaforte di famiglia che detiene a sua volta il controllo del gigante EssilorLuxottica e importanti partecipazioni in Mps, Generali e Unicredit, non è stato premuto alcun interruttore da parte della Banca d’Italia, della Consob, della Bce e del governo Meloni. Complice le leggi e una situazione che si svolge tutta in una società non quotata lussemburghese, la Delfin appunto. In linea di diritto e a leggi vigenti questo silenzio al momento è giustificato.
Il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha appreso la notizia in viaggio per Francoforte per la riunione del board dei governatori delle banche centrali della Bce, e, pur non rilasciando dichiarazioni su un’operazione tutta in divenire e complessa, sta monitorando quanto accade in Italia.
Lo stesso si può dire della Consob e della stessa Banca Centrale Europea, la cui vigilanza ha avuto un ruolo molto attivo nelle vicende legate alla governance del Monte dei Paschi di Siena, a ridosso della conferma di Luigi Lovaglio come amministratore delegato.
Il silenzio della politica non deve stupire, perché i partiti si sono espressi sulla scalata a Mediobanca solo a cose fatte, istituendo una commissione di indagine in Parlamento che sta ascoltando tutti i protagonisti del risiko bancario.
Il suo presidente Luigi Zanettin (FI), a MF-Milano Finanza, si è limitato a dire che «studierà le cose relative a Delfin e al mercato italiano», ma che per ora non prevede interventi, mentre è già fissata per giovedì 30 aprile un’audizione dell’amministratore delegato di Generali Philippe Donnet su fatti precedenti.
Se il vicepresidente del M5S Mario Turco sta invece preparando una richiesta di chiarimenti al governo, l’esecutivo di Giorgia Meloni per ora tace, come anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
L’unico che mostra di avere le idee chiare e l’autorevolezza per dare un primo commento alle vicende legate alla cassaforte dei Del Vecchio è Paolo Savona, già presidente della Consob e una esperienza di altissimo livello nelle istituzioni e nella Banca d’Italia.
«La valutazione dell’impatto di sistema condotta nell’interesse generale per questa come per altre non meno importanti vicende non ancora risolte non può procedere vincolata dal rispetto di leggi obsolete», osserva parlando con questo giornale, e questo atteggiamento è giustificato «per i rapidi mutamenti della realtà».
Allo stesso tempo però, aggiunge l’economista sempre molto attento alla visione di insieme di fatti particolari, questa attenzione «richiede l’attribuzione di poteri adeguati ai responsabili della vigilanza monetaria e finanziaria per un periodo transitorio pari a quello necessario per varare nuove leggi».
Savona, che più volte ha sottolineato durante il suo mandato la necessità di un coordinamento tra le varie autorità di vigilanza, aggiunge che «sarebbe necessaria una maggiore attenzione da parte della politica ai suggerimenti di coloro che non sono, come si diceva una volta, intellettuali organici».
E quello del riassetto di Delfin «è uno dei casi in cui si deve abbandonare l’idea che la realtà si giudica caso per caso, trascurando le singolarità emergenti, invece di praticare l’olismo aristotelico per cui il tutto è superiore della somma delle sue parti». Un monito che potrebbe essere seguito dalle autorità nei prossimi giorni. (riproduzione riservata)