La transizione verso l’auto elettrica e la perdita di competitività della sua industria potrebbero costare all’Europa fino a 726 mila posti di lavoro entro il 2040. La Germania sarebbe destinata a subire l’impatto più pesante, che però sarebbe molto forte anche sull’Italia. È quanto emerge da uno studio, riportato in esclusiva da Bild, dell’Istituto Fraunhofer per l’Organizzazione del Lavoro (Iao) realizzato per conto delle associazioni industriali tedesche Gesamtmetall, Südwestmetall e Bayme, che rilancia il dibattito sulle conseguenze economiche del percorso europeo verso lo stop ai motori termici.
L’analisi si concentra sull’intera filiera dei sistemi di propulsione automobilistica, uno dei comparti più esposti alla trasformazione tecnologica. Nel 2025 il settore occupava circa 1,6 milioni di lavoratori in Europa, generando un valore aggiunto di circa 250 miliardi di euro. Secondo le stime dei ricercatori, i posti di lavoro destinati a scomparire saranno 375 mila entro il 2030, 660 mila entro il 2035 fino ad arrivare a 726 mila entro il 2040, pari a circa il 45% dell’occupazione del comparto.
La ragione principale è strutturale: un’auto elettrica richiede un numero molto inferiore di componenti rispetto a un veicolo con motore a combustione interna e presenta una meccanica decisamente meno complessa. A pagare il prezzo maggiore sarebbero soprattutto i fornitori specializzati nella produzione di motori, trasmissioni e componentistica tradizionale.
Lo studio evidenzia come la Germania sarebbe il Paese più penalizzato dalla trasformazione. Nel solo comparto dei sistemi di propulsione, il valore aggiunto dell'industria automobilistica tedesca potrebbe diminuire di 54,2 miliardi di euro entro il 2040, con una contrazione del 64%. Ancora più dure l’impatto previsto per i fornitori, che potrebbero perdere circa 35 miliardi di euro, pari a un calo dell’80% della loro creazione di valore.
Queste previsioni coincidono con una delle fasi più difficili degli ultimi decenni per il settore tedesco dell’auto. Volkswagen ha già annunciato un vasto piano di ristrutturazione che potrebbe superare i 100 mila esuberi, mentre l’intera industria deve fare i conti con la debole domanda europea, i costi energetici elevati e la crescente concorrenza dei costruttori cinesi.
Gli autori dello studio sottolineano però che il problema non dipende esclusivamente dall’elettrificazione. Tra le cause vengono indicate anche la scarsa neutralità tecnologica, gli elevati costi dell’energia, l’eccesso di burocrazia e la perdita di competitività dell’Europa rispetto a Stati Uniti e Cina. Secondo i ricercatori, il problema è i nuovi posti di lavoro creati dalla transizione verso una mobilità a zero emissioni rischiano di concentrarsi soprattutto fuori dall’Europa, aumentando la dipendenza del continente dalle importazioni di tecnologie strategiche.
«Senza interventi, l’Europa rischia di diventare permanentemente dipendente da Paesi terzi per le tecnologie chiave», avverte lo studio. Secondo Oliver Zander, direttore generale di Gesamtmetall, «la politica deve fissare gli obiettivi, ma lasciare al mercato la scelta delle tecnologie migliori per raggiungerli». (riproduzione riservata)