La crisi di vendite dei costruttori di auto tedeschi in Cina è sempre più grave e la dinamica si riflette ormai direttamente anche sulla produzione. Dopo anni di perdita di quote di mercato a favore dei marchi locali, soprattutto nel segmento delle auto elettriche, gli impianti produttivi delle joint venture di Volkswagen, Audi, Bmw e Mercedes-Benz stanno registrando livelli di utilizzo ai minimi storici, con conseguenze che potrebbero estendersi anche all’Europa.
Secondo un’analisi realizzata dalla società di ricerca Mobility Global e pubblicata da Automobilwoche, nel 2026 le fabbriche cinesi dei principali gruppi tedeschi lavoreranno mediamente solo al 46% della capacità produttiva. Per il 2030 la saturazione è attesa scendere addirittura al 44%, un crollo se confrontato con il 2010, quando gli impianti erano sostanzialmente utilizzati al 100%.
Il dato evidenzia la rapidità con cui i costruttori europei hanno perso terreno nel più grande mercato automobilistico del mondo. Negli ultimi anni i produttori cinesi, guidati da Byd e dagli altri nuovi protagonisti dell’elettrico, hanno conquistato quote di mercato sempre più ampie grazie a modelli che sono tecnologicamente più competitivi e hanno prezzi inferiori, riducendo molto la domanda per le auto delle joint venture occidentali.
Le conseguenze a livello di scelte industriali iniziano a vedersi. Volkswagen ha deciso di chiudere lo stabilimento di Nanchino gestito insieme a Saic e ha ceduto il sito produttivo di Urumqi. Anche Mercedes-Benz e Bmw stanno valutando interventi di razionalizzazione delle attività in Cina, pur escludendo per il momento la chiusura di altri impianti.
Il problema però non riguarda soltanto i marchi tedeschi. Mobility Global stima che nel 2026 l’intero sistema produttivo automobilistico cinese opererà mediamente al 55% della capacità, contro circa il 90% registrato nel 2010. L’enorme eccesso di capacità sta spingendo i costruttori cinesi ad accelerare l’espansione internazionale, con l’Europa considerata tra i principali mercati di sbocco.
Dopo aver esportato circa sette milioni di veicoli nel 2025, le case automobilistiche cinesi potrebbero arrivare a 10 milioni di esportazioni già nel 2026. Nel frattempo stanno investendo nella costruzione di nuovi stabilimenti all’estero, in particolare in Europa, con impianti in Paesi come Spagna e Ungheria per aggirare i dazi.
Per l’industria automobilistica europea quella lanciata dalla Cina è quindi una doppia sfida. Da una parte i gruppi storici continuano a perdere volumi e redditività in Cina, mercato che per anni ha sostenuto gran parte dei loro profitti. Dall’altra devono affrontare una concorrenza sempre più aggressiva direttamente in Europa, dove i costruttori cinesi non si limitano più a esportare automobili ma stanno creando una presenza industriale stabile, guadagnando quote di mercato e contendendo fornitori, manodopera qualificata e investimenti ai produttori europei.
Il risultato è una pressione crescente sui margini e sull’utilizzo degli stabilimenti europei, già penalizzati da costi elevati e da una domanda che rimane debole, mentre il vantaggio competitivo accumulato dai costruttori tedeschi in Cina negli ultimi due decenni è ormai di fatto svanito. (riproduzione riservata)