La guerra in Medio Oriente rischia di trasformarsi in un nuovo shock per l’industria automobilistica globale. Secondo quanto evidenziato dal Financial Times, i tre grandi costruttori di Detroit stimano un impatto fino a 5 miliardi di dollari nel 2026 a causa dell’aumento dei prezzi delle materie prime, dall’alluminio alle plastiche fino alle vernici.
Le tre big Usa - General Motors, Ford e Stellantis - hanno segnalato nei conti del primo trimestre una crescente pressione sui costi, impegnandosi a compensarla con maggiore disciplina finanziaria. Ma se il conflitto dovesse protrarsi, il rischio è un inevitabile aumento dei prezzi finali delle auto o un taglio degli sconti commerciali.
L’impatto stimato delle tensioni è paragonabile a quello dei dazi statunitensi, che secondo le aziende potrebbero pesare per circa 6 miliardi di dollari. In particolare, General Motors ha rivisto al rialzo il costo dell’inflazione delle commodity fino a 2 miliardi di dollari, mentre Ford prevede un aggravio analogo lungo la supply chain. Più contenuto, ma comunque rilevante, l’effetto su Stellantis, che stima un impatto intorno a 1 miliardo di euro nel 2026.
Alla base c’è la guerra con l’Iran, che ha colpito le rotte commerciali globali, in particolare lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il trasporto energetico. Finora i costruttori hanno beneficiato di contratti a prezzo fisso con i fornitori, ma secondo gli analisti, se il conflitto dovesse durare ancora pochi mesi, i prezzi più elevati inizieranno a trasferirsi sui bilanci entro sei mesi.
Tra le materie prime più critiche c’è l’alluminio, il cui prezzo è salito fino al 16% dall’inizio delle ostilità. Un aumento destinato a pesare direttamente sui costi industriali: secondo alcune stime, potrebbe aggiungere tra 500 e 1.500 dollari al costo di produzione di un singolo veicolo.
Non solo metalli. Il rincaro di petrolio e gas sta spingendo verso l’alto anche i prezzi della nafta, derivato utilizzato per produrre plastiche, con effetti su componenti chiave come interni, rivestimenti e pneumatici. A ciò si aggiunge il costo crescente dei chip di memoria Dram, sempre più destinati ai data center per l’intelligenza artificiale anziché al settore automotive.
Il settore si trova così davanti a un nuovo problema da affrontare e decisioni da prendere: assorbire l’aumento dei costi comprimendo i margini oppure trasferirlo sui consumatori. Una scelta delicata, in un contesto in cui i prezzi delle auto restano già elevati dopo gli anni della pandemia e la domanda mostra segnali di fragilità. E il rischio è che il nuovo shock sulle materie prime si traduca in un ulteriore freno per un’industria già alle prese con transizione elettrica, tensioni geopolitiche e crescente competizione globale. (riproduzione riservata)