Auto, in Europa uno stabilimento su tre è di troppo: cosa rischiano Stellantis, Volkswagen, Mercedes e Bmw
Auto, in Europa uno stabilimento su tre è di troppo: cosa rischiano Stellantis, Volkswagen, Mercedes e Bmw
Studio Bcg: sovraccapacità di 5,4 milioni di veicoli e 35 fabbriche a rischio. I dati mostrano che l’utilizzo medio degli impianti è del 59%, molto al di sotto della soglia di efficienza dell’80%

di Andrea Boeris 07/07/2026 10:09

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La crisi dell’auto europea rischia di entrare in una nuova fase, quella della chiusura strutturale degli impianti. Secondo uno studio della società di consulenza Boston Consulting Group (Bcg), anticipato dal quotidiano tedesco Handelsblatt, il continente dispone al momento di una sovraccapacità produttiva pari a circa 5,4 milioni di veicoli, l’equivalente della capacità di oltre 35 stabilimenti. Considerando che in Europa sono presenti circa 90 fabbriche automobilistiche, significa che quasi un impianto su tre risulta oggi in eccesso rispetto alla domanda.

Utilizzo degli impianti ben sotto la soglia di efficienza

L’analisi, elaborata sulla base dei dati S&P relativi al 2025, mostra come gli stabilimenti europei lavorino mediamente con un tasso di utilizzo del 59%, molto lontano dall’80% considerato ottimale per garantire la redditività industriale.

Secondo Albert Waas, senior partner di Bcg specializzato nel settore automotive, le chiusure saranno inevitabili: nei prossimi tre-cinque anni il numero di stabilimenti destinati a cessare l’attività potrebbe crescere rapidamente e circa una dozzina di siti europei sarebbe già oggi considerata altamente vulnerabile.

Volkswagen, Stellantis e gli altri costruttori riducono la capacità

Lo studio arriva mentre gran parte dei costruttori europei è impegnata in una profonda riorganizzazione industriale. Il caso più evidente è quello di Volkswagen, che sta valutando un’ulteriore razionalizzazione della propria rete produttiva. Tra gli impianti tedeschi considerati più esposti ci sono Hannover, Zwickau, Emden e il sito Audi di Neckarsulm. Il gruppo ha già interrotto la produzione di vetture a Dresda e chiuso lo stabilimento Audi di Bruxelles.

Anche Stellantis, come ha dichiarato la stessa società durante la recente presentazione del suo piano industriale, è già impegnata in una riduzione della capacità produttiva europea, con l’obiettivo di scendere da circa 4,65 milioni a 3,85 milioni di veicoli, pari 800 mila vetture in meno e a un taglio del 17%. La razionalizzazione coinvolge poi anche il segmento premium. Mercedes punta a ridurre la capacità produttiva globale da oltre 2,5 milioni di veicoli nel 2024 a 2,2 milioni entro il 2028, mentre Bmw nel 2025 ha prodotto circa 2,5 milioni di auto, in calo dell’8% rispetto all’anno precedente.

Il calo della domanda in Europa è ormai strutturale

Secondo Bcg il problema non è ciclico ma strutturale. Prima della pandemia i costruttori avevano ampliato gli impianti ipotizzando un mercato mondiale stabilmente sopra i 100 milioni di veicoli all’anno. Oggi invece gli analisti ritengono che la domanda globale si stabilizzerà attorno ai 90 milioni. In Europa pesano la debole crescita economica e il mancato ritorno ai livelli di vendita pre-Covid, mentre la Cina, primo mercato mondiale, registra una domanda inferiore alle aspettative.

A questo si aggiunge una crescente regionalizzazione della produzione: per ridurre i rischi geopolitici, i costruttori producono sempre più veicoli direttamente nei mercati di destinazione, come Stati Uniti e Cina, riducendo così la necessità di capacità produttiva in Europa. Secondo i consulenti, gli stabilimenti europei resteranno mediamente utilizzati intorno al 60% anche nel prossimo decennio, rendendo quindi inevitabili ulteriori interventi di razionalizzazione.

Le conversioni e le partnership (con i cinesi) non basteranno

Tra le possibili alternative alla chiusura degli impianti ci sono la riconversione verso la produzione di batterie o componentistica, l’ingresso di costruttori cinesi attraverso partnership industriali, come sta facendo ad esempio Stellantis con Leapmotor e Dongfeng, oppure collaborazioni con il settore della difesa, come Renault e parte dei gruppi tedeschi.

Secondo Bcg però queste soluzioni potranno assorbire soltanto una parte della capacità inutilizzata. Le produzioni militari, ad esempio, generalmente richiedono volumi molto inferiori rispetto all’automotive, mentre gli accordi con i produttori cinesi non sarebbero sufficienti a compensare l’eccesso di impianti.

Germania e Francia restano le aree più esposte

Lo studio indica che gli stabilimenti con i costi più elevati, soprattutto in Germania e Francia, saranno quelli maggiormente sotto pressione. Negli ultimi anni molti costruttori hanno già spostato parte della produzione verso Paesi come Ungheria e Polonia, dove il costo del lavoro è significativamente inferiore.

Per quanto riguarda Volkswagen, anche un’analisi di Bank of America segnala come il problema principale non sia tanto il livello di utilizzo degli impianti tedeschi, generalmente superiore alla media del gruppo, quanto l’eccessiva concentrazione della capacità produttiva nei Paesi ad alto costo. (riproduzione riservata)