Stellantis e gli altri colossi dell’auto in Europa riusciranno a superare la crisi che sta affliggendo l’intero settore e a rilanciarsi? E i loro titoli in borsa torneranno a rendere? È quello che si chiedono investitori e analisti dopo tanti mesi caratterizzati da ribassi, profit warning e tagli alle stime che stanno continuando a colpire l’intero comparto dell’automotive su scala globale, ma soprattutto quello europeo.
Il grande malato, oggi, è proprio l’ex Fiat, oggi Stellantis. Lo hanno certificato le svalutazioni sull’elettrico per oltre 22 miliardi di euro annunciate sul secondo semestre 2025, la perdita netta stimata tra 19 e 21 miliardi, la sospensione del dividendo per il 2026 e i conseguenti downgrade da parte di S&P e Moody’s. Si è rovesciata definitivamente la narrativa che il gruppo nato nel 2021 dalla fusione tra Fca e Psa aveva saputo costruire nei suoi primi due, tre anni di vita a suon di profitti monstre (chi si ricorda i 18,6 miliardi di euro di utile netto nel 2023?). Da macchina da utili e cassa, capace di distribuire dividendi generosi, il gruppo si è schiantato con l’auto elettrica trasformandosi in una storia di ristrutturazione complessa, con una guidance 2026 che parla di crescita dei ricavi a singola cifra medio-bassa e margini operativi a singola cifra bassa: in altre parole, un anno di transizione e di totale «reset», anche ripartendo da un’offerta allargata sui modelli diesel in Europa ma rimanendo impegnati nell’elettrificazione, come riportato da Reuters.
Il consensus su Stellantis fotografa l’incertezza dopo l’annuncio shock a cui è seguito un -25% in borsa e un valore attuale di circa 6,6 euro ad azione. Sul titolo prevalgono i giudizi di mantenimento, con un target medio a intorno a quota 8,7 euro. Diverse case d’affari hanno tagliato in modo significativo le stime su ricavi, ebit e utile netto per il 2026-2027, in alcuni casi con sforbiciate a doppia cifra. Il vero osservato speciale è il free cash flow: anche al netto delle poste straordinarie, la generazione di cassa potrebbe restare debole nel 2026, complice l’impatto dei dazi, stimato in circa 1,6 miliardi sull’ebit, la pressione competitiva in Europa e possibili ulteriori esborsi legati a ristrutturazioni e riduzione della capacità produttiva. L’ipotesi di un’emissione ibrida fino a 5 miliardi nel tentativo di proteggere il rating rafforza l’idea che la priorità sia, almeno in questa fase, la solidità finanziaria più che la remunerazione degli azionisti.
Eppure non mancano letture più costruttive. Alcuni analisti sottolineano che la reazione del mercato è stata talmente violenta da aver probabilmente già scontato buona parte delle cattive notizie. Il cosiddetto «reset a quattro dimensioni» innescato dal ceo Antonio Filosa - organizzazione, relazioni con gli stakeholder, piano prodotto, qualità ed esecuzione - viene ritenuto necessario per riallineare la strategia a una domanda elettrica meno forte di quanto previsto sotto la guida dell’ex ad Carlos Tavares. I segnali più incoraggianti arrivano dal Nord America, dove il portafoglio ordini del quarto trimestre 2025 è cresciuto nettamente su base annua, mentre in Europa allargata si registra un recupero degli ordini a doppia cifra. Il vero nodo, però, resta la capacità di tradurre questo miglioramento commerciale in margini e cassa. Operativamente, quindi, Stellantis è oggi un titolo che potrebbe tornare a offrire ritorni soprattutto se il nuovo piano sarà credibile e il Capital Markets Day del 21 maggio saprà convince il mercato; per ora resta adatto solo a investitori con elevata tolleranza alla volatilità e orizzonte almeno biennale.
Il confronto con la principale rivale in Francia, Renault, è eloquente. Il consensus sul titolo della casa francese è prevalentemente orientato al buy, con un target medio nell’area dei 42 euro e un potenziale upside del 30%. Il gruppo, oggi guidato da Francois Provost che lo ha ereditato dall’italiano Luca de Meo, sta chiudendo il biennio 2024-2025 con redditività in crescita e una generazione di cassa migliore delle attese, sostenuta da disciplina sui costi e da un mix prodotto più equilibrato. Il 19 febbraio svelerà i conti del 2025, ma intanto a rafforzare il sentiment contribuisce la scelta di entrare direttamente nella produzione di droni militari in partnership con Turgis Gaillard, sotto contratto con la Direzione generale degli armamenti francese. L’impatto economico è ancora non valutabile, ma il progetto potrebbe valere fino a un miliardo in dieci anni e rappresenta un catalizzatore importante in una fase di valutazioni depresse.
Secondo diversi analisti, Renault sconta già uno scenario di utili più negativo di quello implicito nelle guidance. Con posizioni short elevate, anche notizie marginalmente positive possono innescare rimbalzi significativi. Rispetto a Stellantis, la struttura finanziaria sembra molto meno sotto pressione e la traiettoria di recupero più lineare, anche se il contesto europeo è sempre più competitivo. In chiave operativa, Renault sembra offrire un profilo rischio/rendimento più bilanciato e incognite sistemiche.
Tra i colossi tedeschi dell’auto, Volkswagen continua a dividere il mercato tra chi la considera una value trap, ovvero un’azienda erroneamente sottovalutata, e chi ora la ritiene un’occasione. Il titolo scambia a multipli storicamente bassi, con un rapporto prezzo/utili attorno a 7-8 volte e un rendimento da dividendo superiore al 6%. Il target medio degli analisti si colloca intorno ai 117 euro, con un potenziale upside a doppia cifra (+14% circa). La visione positiva sul titolo poggia sull’ambizioso piano di riduzione dei costi, sul miglioramento del mix verso marchi premium come Audi e Porsche e su una crescita attesa degli utili per azione nel 2026. Ma le incognite non mancano: la concorrenza cinese, i dazi degli Usa e la necessità di investimenti massicci per sostenere la transizione elettrica.
Sembra invece più complessa la situazione di Mercedes, che ha appena archiviato un 2025 con ricavi in calo di oltre il 9%, ebit dimezzato e utile netto quasi ridotto della metà. La guidance 2026 indica margini della divisione Cars tra il 3% e il 5%, decisamente inferiori al consenso, e lascia spazio a ulteriori revisioni al ribasso delle stime. Le difficoltà derivano dal rallentamento commerciale, dal deterioramento in Cina che colpisce tutta l’auto tedesca e dalla pressione su prezzi e mix. In questo scenario, però, il gruppo conferma l’impegno verso la remunerazione degli azionisti (ma il dividendo 2026 è in calo a 3,5 euro dai 4,3 euro pagati nel 2025), con ritorni di cassa complessivi attesi per oltre 6 miliardi nel 2026, elemento che offre un sostegno importante alla valutazione in un contesto di tassi ancora elevati.
Anche l’ultima delle big tedesche, Bmw, presenta un consensus prevalentemente neutrale. I margini attesi tra il 5% e il 7% risentono della pressione competitiva e dei costi legati alla piattaforma Neue Klasse, mentre l’esposizione alla Cina, che pesa per circa il 30% delle vendite globali, resta un fattore di rischio strutturale. La politica di payout compresa tra il 30% e il 40% dell’utile netto e i programmi di riacquisto di azioni proprie sono però un ampio paracadute che può rendere il titolo meno volatile rispetto ad altre storie più speculative.
Il settore auto europeo è in una fase di selezione severa, in cui non basta più il ciclo ma serve credibilità industriale e disciplina finanziaria. Stellantis è probabilmente la scommessa più rischiosa ma anche redditizia se il turnaround riuscirà. Renault sembra la storia più equilibrata. Volkswagen può avere valore ma richiede tempo; Mercedes e Bmw restano campioni del premium sotto pressione ma conservano le loro politiche di ritorno agli azionisti. L’auto può tornare a rendere in borsa? Forse, in alcuni casi, sì. Ma molto dipenderà, più che dal contesto macro, dalla capacità dei singoli management di ricostruire margini, cassa e fiducia. (riproduzione riservata)