Auto europea sotto shock: Volkswagen prepara 100 mila tagli. Ecco perché il fattore Cina accelera la crisi
Auto europea sotto shock: Volkswagen prepara 100 mila tagli. Ecco perché il fattore Cina accelera la crisi
Dopo il profit warning di Bmw e l’offensiva degli hedge fund contro i titoli europei dell’auto, il piano del colosso tedesco può segnare una svolta per l’intero settore: così la concorrenza cinese ridisegna l’industria europea

di di Andrea Boeris 26/06/2026 20:00

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Prima il profit warning di Bmw. Poi gli hedge fund che aumentano le scommesse contro Stellantis, Volkswagen, Mercedes e la stessa casa di Monaco. Infine l’indiscrezione shock che può far davvero tremare l’intera industria europea: Volkswagen lavora al più grande piano di ristrutturazione della sua storia, con fino a 100 mila posti di lavoro in meno nel mondo e la chiusura di quattro stabilimenti tedeschi. Se anche solo una parte del progetto anticipato venerdì 26 da Manager Magazin dovesse diventare realtà, significherebbe che la crisi dell’auto europea è entrata in una nuova fase: non più un rallentamento ciclico, ma una trasformazione strutturale che cambia forma al cuore manifatturiero del continente.

Volkswagen non è soltanto il primo costruttore europeo: è uno dei pilastri industriali della Germania, un gruppo che negli anni ha incarnato il modello economico tedesco fatto di occupazione stabile, innovazione e forza dell’export. L’ipotesi di chiudere quattro stabilimenti in patria, ridurre gli investimenti del 15% e tagliare decine di migliaia di dipendenti fotografa quanto profonda sia diventata la crisi competitiva.

La vera minaccia è la Cina, ecco perché

Il problema non si limita alla debolezza della domanda europea o agli elevati costi della transizione elettrica. La vera minaccia è la Cina, che oggi è allo stesso tempo il principale concorrente sui mercati occidentali e il mercato che sta smettendo di garantire i profitti che per vent’anni hanno sostenuto i bilanci delle case tedesche.

Per Volkswagen, Bmw e Mercedes il mercato cinese era la gallina dalle uova d’oro. Oggi quello scenario si è ribaltato. I costruttori locali hanno compiuto un salto tecnologico incolmabile tanto nell’elettrico quanto nel software e ormai comandano il mercato domestico. Marchi come Byd propongono vetture elettriche e ibride più economiche, ricche di tecnologia e sviluppate con tempi molto inferiori rispetto ai concorrenti europei.

La pressione cinese agisce su due fronti diversi

Il risultato è una doppia pressione senza precedenti. Da un lato i gruppi europei perdono terreno proprio in Cina, dove realizzavano gran parte dei loro margini. Dall’altro si trovano a difendere il mercato europeo dall’offensiva degli stessi costruttori cinesi. I numeri descrivono bene la velocità del cambiamento. Secondo AlixPartners, entro il 2030 i marchi cinesi arriveranno a controllare il 16% del mercato europeo considerando anche la produzione localizzata nel continente. In Italia la loro quota potrebbe addirittura superare il 22%, con stime fino al 30%.

La conferma delle difficoltà è arrivata pochi giorni fa proprio da Bmw. Il gruppo bavarese ha lanciato un pesante profit warning, dimezzando le stime di redditività della divisione Automotive e indicando nella Cina il principale responsabile del deterioramento. Nemmeno la buona tenuta di Europa e Stati Uniti riesce più a compensare il rallentamento asiatico. Per molti analisti quello di Bmw potrebbe essere soltanto il primo di una serie di avvertimenti destinati a coinvolgere anche Volkswagen e Mercedes nei prossimi trimestri.

Stellantis promette di non chiudere nessuno stabilimento in Italia

I mercati finanziari hanno già emesso un verdetto. Gli hedge fund stanno aumentando le posizioni ribassiste sia sulle azioni sia sulle obbligazioni dei principali costruttori europei. Stellantis è tra i titoli più colpiti, ma anche Volkswagen, Mercedes e Bmw registrano un forte incremento delle scommesse al ribasso. Il motive è chiaro: la concorrenza cinese non è più considerata una difficoltà temporanea, ma un cambiamento irreversibile degli equilibri competitivi mondiali.

La conseguenza può essere una profonda ristrutturazione industriale dell’intero settore europeo, con il rischio di una vera macelleria sociale. L’Italia e le sue fabbriche soffrono da anni, ma Stellantis continua a escludere una loro chiusura. Lo ha appena ribadito anche l’ad Antonio Filosa in Parlamento, confermando la volontà di mantenere tutti gli stabilimenti italiani operativi. Una rassicurazione importante, ribadita anche al ministro Adolfo Urso e che al momento risparmia uno scenario tedesco.

La battaglia dell’auto si gioca ormai su tecnologia, software e velocità di innovazione. In questa corsa la Cina ha un vantaggio costruito in oltre un decennio di investimenti pubblici e industriali. Il piano shock di Volkswagen è il segnale che anche il simbolo dell’industria tedesca ha capito che le mezze misure non bastano più. Ora è il momento delle scelte drastiche. (riproduzione riservata)