Borse asiatiche in calo con i titoli tecnologici che hanno ritracciato dopo i recenti rialzi, mentre i dubbi su un accordo di pace tra Stati Uniti e Iran mantengono i mercati avversi al rischio. Seguono Wall Street, scesa dai massimi storici il 3 giugno, in scia alla perdita pesante di Broadcom (-11,3% nell’after hours) dopo che il produttore di chip ha riportato ricavi trimestrali inferiori alle attese e ha mantenuto invariata la guidance sulle vendite legate all’intelligenza artificiale per il trimestre in corso.
Il flop di Broadcom si è riversato anche sui mercati asiatici, con l’indice Kospi, il più esposto al settore dei chip, tra i peggiori performer (-1,13%). Giganti del settore come Samsung Electronics e Sk Hynix sono scesi dell’1,11% e del 2,67%, rispettivamente, dopo aver toccato nuovi massimi storici con i trader che hanno preso profitto.
L’indice Nikkei del Giappone ha perso l’1,4%, mentre l’indice più ampio Topix l’1%. Anche il listino giapponese è stato penalizzato dalle perdite dei titoli tecnologici e dei produttori di chip. SoftBank ha registrato un calo del 2,33%. Inoltre la Bank of Japan (BoJ) sta considerando un aumento dello 0,25% dei tassi di interesse (all’1%) per la riunione del 16 giugno. E ci sarebbe spazio per ulteriori aumenti successivi alla luce dei rischi al rialzo per l’inflazione.
A causa delle elevate incertezze legate alla situazione in Medio Oriente, i responsabili della banca centrale intendono analizzare il maggior numero possibile di dati fino all’ultimo momento prima di prendere una decisione definitiva. Secondo alcune fonti, citate da Bloomberg, potrebbe esserci una certa opposizione interna a un rialzo dei tassi, ma non sufficiente a modificare l’esito finale della decisione. I mercati stanno già scontando una probabilità dell’88% di un rialzo dei tassi a giugno anche perché è aumentata la probabilità che l’inflazione acceleri ulteriormente a causa della crisi in Medio Oriente.
Anche la debolezza persistente dello yen, che continua a muoversi vicino ai livelli che hanno costretto le autorità giapponesi a intervenire sul mercato valutario dalla fine di aprile, contribuisce alle speculazioni su una stretta monetaria. Il governatore della BoJ, Kazuo Ueda, che già nella riunione di aprile, aveva dovuto confrontarsi con tre voti dissenzienti favorevoli a un rialzo dei tassi, ha segnalato che nel meeting di giugno verranno valutati vantaggi e rischi di un rialzo dei tassi nel caso in cui i rischi inflazionistici risultino superiori ai timori per la crescita economica. Dichiarazioni che rafforzano le aspettative di una possibile ulteriore normalizzazione monetaria da parte della banca centrale giapponese.
Dal meeting di aprile, altri due membri del consiglio direttivo hanno espresso pubblicamente il proprio sostegno a un’ulteriore normalizzazione della politica monetaria. Questo suggerisce che Ueda potrebbe già disporre della maggioranza necessaria all’interno del consiglio, composto da nove membri, nel caso decidesse di procedere con un incremento dei tassi.
La banca centrale presenterà, inoltre, i nuovi piani relativi agli acquisti di obbligazioni. Attualmente la BoJ sta riducendo gli acquisti di 200 miliardi di yen per trimestre fino a marzo del prossimo anno. Secondo alcune fonti, i funzionari ritengono che non vi sia particolare necessità di mantenere questo ritmo di riduzione nell’esercizio fiscale che inizierà ad aprile. Quindi, potrebbero valutare un rallentamento delle riduzioni o addirittura una sospensione temporanea del processo. La velocità esatta della riduzione degli acquisti è diventata meno importante ora che il mercato obbligazionario giapponese funziona in modo più efficiente.
In campo valutario, invece, il ritorno dello yen a 160 per dollaro è una soglia non ufficiale che probabilmente spingerà le autorità di Tokyo a intervenire di nuovo sul mercato dei cambi per impedire un ulteriore deprezzamento. È ciò che ha fatto la Banca del Giappone, per conto del Ministero delle Finanze, tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, spendendo 11,7 mila miliardi di yen. Complessivamente, il Paese ha speso la cifra sbalorditiva di 215 miliardi di dollari in questi tentativi di rallentare o invertire il calo dello yen.
Dovrà farlo di nuovo. La guerra in Iran ha scatenato uno dei più grandi shock energetici globali della storia del Giappone che importa il 90% della sua energia e lo yen è vicino al suo punto più debole degli ultimi 40 anni. Si tratta di un mix inflazionistico tossico per i giapponesi e per il governo. È anche vero che la vendita di riserve a 160 yen per dollaro riduce lo stock di debito in essere.
Anche gli altri mercati asiatici sono arretrati a causa delle preoccupazioni per il conflitto tra Stati Uniti e Iran, soprattutto dopo l’intensificarsi delle ostilità nell’ultima settimana. L’indice australiano Asx 200 è sceso dell’1,16% e gli indici cinesi Shanghai Shenzhen CSI 300 e Shanghai Composite dello 0,72% e dello 0,63%, anche se in questo caso l’ottimismo sui progressi della Cina nel campo dell’intelligenza artificiale e l’attesa per un importante ribilanciamento degli indici hanno sostenuto i titoli dei produttori cinesi di chip, che dovrebbero beneficiare in modo significativo di questa ristrutturazione. Ha perso di più l’indice Hang Seng di Hong Kong (-1,59%) a causa dell’effetto Broadcom. (riproduzione riservata)