Sì, ha avuto già successo, a meno di una settimana dall’interrogativo del mercato se l’ops di Unicredit su Commerzbank avrebbe potuto essere fattibile. Da subito nel portafoglio di Unicredit si è aggiunto, fra derivati e azioni, un pacchetto che ha fatto arrivare la partecipazione al 35%. Quindi missione, almeno a questo livello, compiuta e complimenti al ceo, Andrea Orcèl, per la sua misura di giudizio, tenuto conto che egli, dopo questo successo, ha annunciato che, nel rispetto del mercato, la banca italiana non avrebbe cercato di andare oltre, essendo sufficiente il 35% per il desiderato consolidamento.
Tre a zero per il banchiere italiano, che è riuscito a superare con i fatti, grazie alle regole del mercato, le opposizioni del governo e del sistema bancario tedesco che non hanno mai gradito il programma di Orcèl: una banca italiana che conquista una delle principali banche tedesche. Oh, che affronto e che scandalo!!! Tanto che il governo guidato da Friedrich Merz programma di utilizzare la banca statale Kfw per aumentare la sua quota del 12% e tentare di impedire il controllo di Commerz da parte di Unicredit.
Se l’ostracismo del governo tedesco a Unicredit dovesse avere qualche successo, verrebbe da domandarsi se esiste ancora la Ue e se il governo tedesco possa permettersi di scendere in campo, nell’ambito della stessa Ue, per bloccare una banca italiana che, nel rispetto delle regole, è diventata l’azionista di comando di Commerzbank.
Ma la composizione di un pacchetto azionario di controllo di Commerzbank non è l’unico successo di Orcel in poche ore: al goal in Germania si aggiunge il possibile accordo, confermato dal presidente Philippe Donnet, della crescita al 10% della partecipazione di Unicredit in Generali e il conseguente, possibile, programma di sviluppo di prodotti assicurativi e di risparmio insieme al leder, non solo italiano, delle assicurazioni.
Non è male, tutto ciò, anche per l’Italia e il mercato italiano del credito e delle assicurazioni. Di fatto, se le mosse di Orcèl si materializzeranno anche formalmente, l’Italia potrà contare su due grandi banche: una, Intesa Sanpaolo, che con preveggente strategia del ceo Messina, ha creato direttamente e completamente integrate sia l’attività assicurativa che quella della gestione del risparmio; l’altra, Unicredit, che rispondendo anche al diverso carattere del Ceo Orcel, proveniente da numerose esperienze di banchiere d’affari, cerca di recuperare il gap appunto con operazioni straordinarie. L’importante, dal lato di Unicredit, sarà che alle operazioni straordinarie possa seguire una gestione solida e reale sia sul piano del risparmio gestito che delle assicurazioni. E proprio nel campo assicurativo potranno delinearsi duri confronti.
Infatti, se la apparente disponibilità del ceo di Generali, Donnet, a condividere una attività comune con Unicredit nel campo assicurativo e del risparmio, dovesse diventare reale ci potrebbero essere reazioni da chi tuttora è il maggior azionista di Generali con il 13,5% e cioè Mps, attraverso la conquistata Mediobanca. Sarà accettabile per Mps, come primo azionista di Generali, vedere che a ritmo frenetico potrebbero essere concluse alleanze con un’altra banca?
È pleonastico aggiungerlo, ma quanto sta accadendo è principalmente dovuto all’attitudine del ceo di Unicredit, Orcèl, ad applicare a una banca di credito ordinario la professionalità di ex-banchiere d’affari. Per alcuni questa attitudine era poco congeniale alla gestione di una grande banca ordinaria, invece in questo momento di forte dinamicità del mercato, si sta rivelando utile. Del resto, quale altra banca ordinaria italiana avrebbe cominciato la scalata definitiva a Commerzbank con operazioni di derivati, cioè di diritti di acquisto di azioni ma anche con la libertà di potervi rinunciare? Per Orcèl sono operazioni naturali, anche se con un fondo materiale speculativo, essendo infatti operazioni esposte anche a perdite se il derivato prevede prezzi superiori a quello che è il valore dei titoli al momento dell’esercizio del diritto di acquisto.
Siamo, come si vede, di fronte a due stili completamente diversi fra le due maggiori banche italiane. Non che in Intesa Sanpaolo non sappiano utilizzare strumenti di mercato come i derivati, ma appunto essendo strumenti che nascono per investitori speculativi, non appartengono alla cultura di una banca, che è diventata la prima banca italiana sapendo mettere insieme, in autonomia completa, la tipica attività bancaria, quella assicurativa e quella del risparmio gestito.
Ma ben venga, per il sistema italiano, l’intraprendenza di Orcèl che con fiuto ha intuito la grande occasione di avere una presenza forte sul mercato tedesco, che nonostante le crisi in atto, come quelle delle case automobilistiche, rimane il più importante d’Europa. I tedeschi protestano per voce di Sebastian Hille, portavoce del ministero delle finanze tedesco, che copre tutti i settori economici: «La posizione del governo è già nota. Berlino sostiene la strategia di indipendenza di Commerz e ritiene che il tentativo di acquisizione di Unicredit sia ostile e aggressiva, soprattutto trattandosi di una banca di rilevanza nazionale». Amen!
Ma al governo tedesco, con quello che succede nel mondo, non passa neppure nell’anticamera del cervello che i nemici e i concorrenti non sono certo altre entità europee. Diversamente, ci spieghi a cosa serve l’Unione europea. Che poi i modi siano di natura decisa è vero, ma il governo tedesco è forse aperto a trattative meno aggressive? Se lo è, che lo dica e cerchi anche di tenere presente che nell’epoca Trump se i Paesi europei non si integrano fra loro il loro destino è segnato.
In Germania pensano di essere dal punto di vista economico il numero uno della Ue? È vero lo sono, ma all’interno della Ue non si dovrebbero fare (né i governi italiani dovrebbero mai fare) discriminazioni verso un altro Paese della Ue e di aziende o banche della Ue. Altrimenti avrebbe ragione il presidente Donald Trump a pretendere che tutto sia americano. E proprio di fronte agli Usa, almeno fino a quando sarà presidente Trump, è evidente che l’Europa deve cavarsela da sola. Anche sul piano finanziario e bancario. Ecco allora che la costruzione di gruppi bancari forti contemporaneamente in più Paesi europei è una esigenza fondamentale. Alzare le barricate da parte della Germania è (o speriamo sarebbe) un errore fondamentale, di puro nazionalismo. Che cosa di più concreto per una Ue forte ci può essere se non l’integrazione delle varie economie nazionali?
Se c’è un fatto positivo che il presidente Trump, sia pure involontariamente, sta provocando è quello della consapevolezza che la Ue dovrà vedersela da sola. Nessun Paese può farcela da solo e quindi le integrazioni, specialmente nel settore bancario, dovrebbero essere benedette. Basta con i nazionalismi anche sull’ipotesi di integrazione fra la seconda banca italiana e la terza o quarta tedesca. Basta con la miopia di governanti che si sbracciano a invocare la forza dell’Europa e dopo, al primo tentativo di aggregazione di due banche importanti, tirano fuori il maggiore e peggiore nazionalismo che fa evaporare quella sigla che si chiama Ue.
Piuttosto i programmi di integrazione e di rafforzamento devono avvenire alla luce del sole e in questa direzione è fondamentale quanto i governi fanno o dicono. Per esempio, se fosse una partita di calcio, l’arbitro non solo dovrebbe fischiare un rigore contro il ministro dell’economia tedesco, ma dovrebbe espellere dal campo europeo molti, anzi moltissimi, personaggi e governanti che si dichiarano pubblicamente europeisti e poi si rivelano più nazionalisti del peggior nazionalista della storia.
La Ue non può, non deve essere solo una sigla; deve essere una realtà che risponde ai principi dei padri fondatori, che dopo la disastrosa guerra condotta da Adolf Hitler, sentirono il bisogno di creare un’entità superiore. Erano pochi Paesi e ora invece gli aderenti alla Ue si sono moltiplicati. Ma se la crescita non genera unione operativa l’Europa unita sarà sempre una bella teoria da leggere o ascoltare nel parlamento europeo, ma nei fatti il nazionalismo pervade l’Unione e si esprime ogni volta in cui c’è un tentativo di aggregazione.
L’errore, più che probabilmente, è stato quello di allargare continuamente il numero dei Paesi aderenti alla Ue, ma senza prima aver coeso i fondatori e gli aderenti di vecchia data.
Un illustre personaggio, si chiamava Giuseppe Garibaldi, a Calatafimi disse: «Qui o si fa l’Italia o si muore». Non fare una vera Ue non provoca immediatamente, come a Calatafimi, la morte, ma con la tempesta innescata dal presidente Trump, le ambizioni espansionistiche di Vladimir Putin, l’interconnessione fra Paesi che un tempo erano irraggiungibili l’uno dall’altro, ma che oggi sono collegati in mille modi, non solo tecnologici, impone, anzi di più, condiziona la sopravvivenza in senso culturale, economico, sociale, politico e quindi umano il futuro dei cittadini che sono oggi sotto la bandiera della Ue.
Fa quindi perfino sorridere, prima di piangere, che proprio la Germania che ha commesso il peccato mortale di scatenare la Seconda guerra mondiale, cerchi di ostacolare il più importante tentativo di integrazione fra banche della Ue.
Personalmente, al di là delle scelte del ceo di Unicredit, penso che quanto sta accadendo sia di una puerilità assoluta. Ma questo è anche un test di due Paesi che hanno vissuto il dramma del nazismo e del fascismo e che sono finalmente tornati democratici, non sappiano, evidentemente anche a livello di governo, dialogare per rendere più forti strutture fondamentali per lo sviluppo economico come sono le banche.
C’è solo da sperare che, superando per una volta il suo rigore, dica una parola decisiva il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricordando che il primo segnale di una solidarietà europea avvenne con la Comunità del carbone e dell’acciaio. Perché allora da Berlino, Francoforte e Bonn arrivano solo parole negative a una meritoria iniziativa di creare una banca intereuropea?
Se Orcel riuscirà a sfatare il convincimento che acquistare la quota di controllo di una banca tedesca da parte di una banca italiana non è un atto di lesa maestà o di arroganza dell’Italia verso la Germania, allora si potrà ancora sperare che la Ue voglia dire cooperazione e futuro per l’Europa stessa. «Sperèm», ho imparato che dicono a Milano. E speriamo che Orcel oltre a essere determinato sia anche diplomatico, perché l’operazione in atto fra banche potrebbe essere un passo importante nel rispetto della Ue, senza, per il momento entrare nei dettagli economico-finanziari, che sono l’effetto di unione fra entità nazionali, che diventano transazionali.
Leonardo Cingolani. Leonardo in ricordo del genio del Da Vinci. Cingolani per Roberto Cingolani, grande docente che a un certo punto, dopo aver compiuto funzioni accademiche rilevanti si era spinto a fare il direttore scientifico dell’Istituto tecnologico italiano di Genova e poi il ministro della transizione ecologica nel governo presieduto da Mario Draghi. Proprio per questo curriculum e per essere stato dal 2022 consigliere per l’energia del governo Meloni, nell’aprile del 2023 era stato nominato amministratore delegato di Leonardo, la società a controllo pubblico attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza.
Il 6 maggio ha condotto l’ultimo atto di amministratore delegato di Leonardo. Angelo De Mattia su queste pagine ha già avuto modo di illustrare l’oscurità della decisione presa dal governo Meloni, di cui ha parlato, senza convincere, il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Alfredo Mantovano per cercare di dare una spiegazione dignitosa alla non riconferma del professore. Ma non c’è riuscito. Per quanto conosco e quanto so del professor Cingolani la ragione è una soltanto: Cingolani ha fatto un lavoro straordinario, ma, trattandosi di difesa, non in maniera coordinata e subalterna agli Stati Uniti. Poi ci sono e ci possano essere molte altre concause, ma la sostanza è questa. Ed è un vero peccato, che infatti la borsa ha sottolineato con una caduta rilevante del titolo. Essere a capo di una fabbrica di armi e riuscire a farsi stimare da tutti è veramente di pochi. Cingolani c’era riuscito. (riproduzione riservata)