Spesso in finanza i grandi cambiamenti sono anticipati da segnali poco appariscenti, che però non sfuggono all’occhio attento dei desk operativi. Lontano dai riflettori di un mercato che ha gli occhi puntati su quanto sta succedendo in Medio Oriente, specie per quanto riguarda l’impennata del prezzo del petrolio (il Brent viaggia intorno ai 100 dollari al barile), lo scorso 11 marzo un’asta di Bund tedeschi decennali andava praticamente deserta.
E, come svelato da MF-Milano Finanza, di fronte al disinteresse degli investitori istituzionali il ministero dell’Economia di Berlino ha dovuto offrire un rendimento totale del 2,89%, ai massimi dal 2023.
Il mercato, in altre parole, nonostante la Bce non sia intervenuta per ritoccare al rialzo il costo del denaro, non si accontenta più dei tassi modesti di inizio anno. E questo perché la fiammata dei prezzi del petrolio ha evocato lo spettro di una vecchia conoscenza dei risparmiatori: l’inflazione.
Il parallelo storico con il 2022 è quasi automatico: in quell’occasione, l’impennata del prezzo del gas dopo il blocco alle importazioni russe in Europa aveva fatto lievitare il carovita nel continente, portando la Bce a un brusco intervento restrittivo nella politica monetaria e alla conseguente caduta di azioni e bond. La storia sembra ripetersi, tanto più che oggi, con una crescita già di per sé non troppo arrembante, alcuni commentatori parlano già del peggiore spauracchio possibile per i mercati: la stagflazione, il combinato disposto di crescita bassa e inflazione elevata.
«L’aumento dei prezzi del petrolio tende a creare il rischio di stagflazione, costringendo governi, imprese e famiglie a spendere di più per l’energia e a ridurre quindi la spesa per altri beni e servizi, con un conseguente rallentamento della crescita economica», è l’analisi d Giovanni De Mare, country head Italia di AllianceBernstein. «Di fronte a uno shock petrolifero persistente, e quindi a un ipotizzabile aumento dell’inflazione, si potrebbe pensare che le banche centrali debbano aumentare i tassi». La prossima settimana sarà la volta della Fed, che secondo De Mare si limiterà per ora a un «atteggiamento attendista: prima dello shock non prevedeva una modifica dei tassi nel breve termine, e al momento non emergono motivi per rivedere il percorso di politica monetaria».
Per gli investitori si prospettano adesso due strade: rimanere attendisti anche loro, aspettando le indicazioni che arriveranno dai mercati e dal fronte di guerra nei prossimi giorni e settimane, oppure iniziare a predisporre il portafoglio per tutelarne una parte (se non proprio tutto) da un’eventuale recrudescenza dei prezzi.
«Mantenere la diversificazione, sottoporre le esposizioni a stress test e privilegiare società di elevata qualità può aiutare i portafogli azionari ad attraversare con fiducia periodi di elevata incertezza e a posizionarsi strategicamente per la ripresa quando i mercati si stabilizzano», riassume De Mare. Ma è anche vero che, con una volatilità (misurata dall’indice Vix) ampiamente sopra quota 20 punti - soglia che indica una certa irrequietezza del mercato, anche se non ancora una situazione di caos - qualche accorgimento tattico potrebbe essere utile fin da subito. A cominciare dalla parte azionaria.
Nella tabella in basso David Pascucci, analista di mercato del broker regolamentato Xtb, propone una selezione di titoli di Piazza Affari che potrebbero resistere meglio e in presenza di uno shock inflazionistico. «Di fronte a uno scenario di ritorno dell’inflazione andrebbe preferito un approccio difensivo, volto alla tenuta di titoli che offrono dividendi e che allo stesso tempo presentano un rapporto prezzo/utili relativamente basso». Anche l’evidenza statistica gioca in favore delle strategie ad alto dividendo: un’analisi di Schroders pubblicata nel 2024 (e quindi comprensiva dei dati del 2022) ha mostrato come in presenza di inflazione superiore al 5% un investimento ad alta cedola (applicato alle azioni americane) abbia generato in media una extra-performance di oltre il 6% rispetto all’indice Msci Usa, preso come riferimento.
Nella tabella elaborata da Pascucci compaiono ben otto banche, tutte con rendimenti da dividendi superiori al 5% e rapporti prezzo-utili che vanno da un minimo di 3,8 a un massimo di 11,4. E poi ci sono «Eni ed Enel, titoli legati all’energia e che di fatto presentano dei rapporti dividend yield a ridosso del 7%». Attenzione però a non sottovalutare la volatilità, anche se si va a optare per titoli di questo tipo: «Questa selezione presenta azioni che, inserite in un portafoglio di lungo periodo, potrebbero risultare ottimali in ottica futura e non nell’immediato: il fattore incertezza e la volatilità in corso non permettono infatti una scelta accurata per performance di breve periodo», precisa Pascucci.
Un’eventuale fiammata dell’inflazione è sempre più plausibile anche per gli investitori obbligazionari. Che, non a caso, dall’avvio delle ostilità in Medio Oriente a oggi hanno dato avvio a un ciclo importante di vendite sui titoli di Stato. Risultato: i rendimenti dei bond governativi, in forte flessione da mesi, sono d’improvviso tornati interessanti.
Per capire le dinamiche in gioco, il rendimento del decennale italiano è salito in un solo mese dal 3,38% al 3,76%. Quello del cinque anni dal 2,67% ha superato il 3%, quello del sette anni è schizzato dal 3% al 3,4%. Secondo quanto calcolato da Skipper Informatica, sui titoli a tasso fisso a sette anni ci si può portare a casa oggi un rendimento annuo netto del 2,9%, senza peraltro dover allungare le scadenze in modo eccessivo. «Pensiamo che il rialzo dei rendimenti degli ultimi giorni possa essere una buona opportunità di investimento», segnala Francesco Castelli, responsabile obbligazionario di Banor. «Il Btp 5 anni, ad esempio, offre rendimenti (lordi, ndr) in area 3%, una buona alternativa alla cassa per chi avesse l’opportunità di investire parte del proprio patrimonio in titoli a basso rischio, con un reddito al di sopra del tasso di inflazione». Quella attuale, s’intende.
«I future sull’Euribor con scadenza dicembre 2026 mostrano un movimento deciso verso l’alto, con aspettative sui tassi dell’area euro che sono passate dal 2% all’attuale 2,4%», osserva Gabriel Debach, market analyst di eToro. «In questo contesto i rendimenti offerti dalla parte centrale della curva, intorno al 2,5% netto per scadenze a cinque o sei anni, tornano visibili rispetto al passato recente. Ma restano relativamente contenuti se confrontati con uno scenario di inflazione che potrebbe tornare a bussare».
Proprio per questo si sta facendo sempre più strada un’alternativa: quella dei titoli di Stato indicizzati all’inflazione. La tabella in basso, proposta da Skipper Informatica, mostra una fotografica dei Btp legati al carovita disponibili sul mercato secondario: dai Btpi, indicizzati all’inflazione dell’Eurozona, ai Btp Italia, che invece sono legati a quella italiana Foi.
È interessante notare che tutti questi titoli hanno vissuto da inizio 2026 una dinamica di apprezzamento: segnale del fatto che gli investitori li stanno acquistando, verosimilmente proprio per tutelarsi da un ritorno prepotente del carovita. Guardando anche in questo caso alle durate intermedie, si può trovare per esempio un Btp Italia in scadenza nel giugno 2032, con cedola base all’1,85% e prezzo sopra la pari (quasi 102). Allo stato attuale offre un rendimento a scadenza netto annuo del 2,07%, ma in caso di fiammata inflazionistica questo valore sarebbe certamente destinato ad aumentare.
Una terza via per preparare il portafoglio a un ritorno dell’inflazione è quella di sottoscrivere quote di Etf settoriali. Nella tabella in fondo sono stati considerati i tre più grandi di alcuni settori che, storicamente, hanno fatto meglio del mercato in fasi di carovita elevato: energia, utility, beni di consumo primari, farmaceutico e lusso. Come si può notare dalle performance passate, in occasione dell’ultima fiammata inflazionistica del 2022 solo uno di questi settori ha fatto peggio del mercato globale, rappresentato dall’indice delle azioni globali Msci World.
Si tratta del lusso, un settore che però, nello stesso lasso temporale, era molto sotto pressione per via del forte calo della domanda cinese, uno dei mercati di riferimento per i grandi brand. Tutti gli altri sono riusciti a sovraperformare: in primis l’energia, visto che l’inflazione del 2022 era dipesa in gran parte dell’impennata dei prezzi delle materie prime. Ma sono riusciti a tenere botta anche il settore dei beni di consumo, che in genere riesce a scaricare l’inflazione sul consumatore finale (notizia non certo positiva per il carrello della spesa), e quello farmaceutico, che riesce a godere anche di una domanda in costante aumento grazie all’invecchiamento della popolazione.
Come sottolinea il già citato studio di Schroders, «la maggior parte dei settori difensivi sovraperforma quando l’inflazione è elevata, poiché sono più resilienti all’incremento dei prezzi. I consumatori, in ogni caso, devono acquistare beni di prima necessità, come alimenti e assistenza sanitaria». Per finire, anche le utility hanno fatto meglio del mercato nel corso della crisi inflazionistica del 2022 anche se -qualora la Bce dovesse spingere di nuovo sull’acceleratore dei tassi di interesse - il settore (notoriamente molto indebitato) potrebbe trovarsi sotto pressione.
Un'ultima opzione riguarda infine i fattori, o stili, d’investimento. Caratteristiche dei titoli azionari che permettono di classificarli sotto ombrelli comuni che ne riescono a spiegare le performance di lungo periodo. I fattori maggiormente riconosciuti in letteratura finanziaria sono cinque: value (titoli sottovalutati), momentum (azioni che stanno vivendo un trend di crescita), size (società a piccola capitalizzazione), quality (aziende con fondamentali di bilancio solidi) e low volatility (società a bassa volatilità). Alcuni analisti aggiungono alla lista anche gli alti dividendi.
Ebbene, stando allo studio di Schroders quando l’inflazione è elevata (superiore al 5%) dividendi, bassa volatilità e valutazioni a sconto tendono a fare meglio del mercato, così come le aziende a bassa capitalizzazione, che «probabilmente presentano una ponderazione maggiore in alcuni settori difensivi», segnala il report.
Un’altra analisi di Allianz Global Investors, risalente al 2022, analizzava tre dei principali fattori (value, quality e momentum) in varie crisi inflazionistiche nel corso della storia, dal 1940 al 2008. «Le azioni con valutazioni interessanti, i cosiddetti titoli value, hanno sovraperformato il benchmark in sei periodi su otto», spiega lo studio. Stesso discorso per le azioni momentum, che peraltro hanno «evidenziato un extra rendimento medio più elevato nei periodi inflazionistici che in quelli normali». Infine «le società più redditizie e quelle con un bilancio più solido, cioè i titoli quality, hanno superato il benchmark in quattro dei sei periodi per i quali c’erano dati disponibili».
Cosa è successo invece nel 2022? Posto che le azioni globali hanno perso quasi il 13%, il value e il low volatility hanno sovraperformato l’indice di circa 9 punti (-4%). Al contrario, momentum, small cap e quality hanno di fatto eguagliato l’andamento del Msci World. (riproduzione riservata)