L’escalation in Medio Oriente è arrivata a colpire direttamente la produzione e lo stoccaggio di energia, alimentando la speculazione e i timori sull’offerta. In un chiaro monito alla presidenza Usa sulle conseguenze che scaturirebbero da un attacco agli impianti petroliferi iraniani dell’isola di Kharg o al mega-giacimento di gas di South Pars, più volte minacciato, il brent europeo è tornato a sfiorare quota 120 dollari al barile raggiunta poco dopo l’inizio del conflitto, mentre l’allungo del gas naturale, merce più rara dell’oro nero e attaccata in questi giorni anche da Kiev sul suolo russo, è stato ben più consistente.
Quello prezzato in Europa, cioè il gas naturale liquefatto (Lng) trattato sulla piazza di Amsterdam (Ttf), ha aperto in rialzo del 25% nella seduta di giovedì 19, preceduto da quello prezzato sulla piazza asiatica (Jfk). Una reazione inevitabile, stante le prospettive di un calo significativo dell’offerta nel breve termine, dato che entrambe le aree ne importano una parte importante proveniente dallo stretto di Hormuz, mentre gli Stati Uniti sono autosufficienti in questo senso e la capacità di esportazione del surplus di shale-gas è già stata portata al limite dopo il taglio degli approvvigionamenti europei provenienti da Mosca. Due motivi per cui il prezzo del gas naturale Usa (Henry Hub) rimane quasi immune alle tensioni mediorientali.
I mercati azionari globali, già con il nervo scoperto per l’impossibilità di approvvigionamenti provenienti dallo stretto di Hormuz, hanno aperto nuovi minimi dell’anno nella settimana appena conclusa, con l’eccezione del Ftse Mib e del Nikkei che per ora hanno avvicinato il minimo di inizio mese. Il volatility index di Wall Street (Vix), tornato sopra la quota di allerta del 25%, ha imposto un nuovo giro di vite alla dose di rischio dei portafogli gestiti dagli investitori istituzionali, spesso attraverso l’apertura o l’incremento di posizioni short su azioni e indici che amplifica e aumenta la velocità del ribasso dei mercati azionari.
Nei rari spiragli di ottimismo su un prossimo stemperamento dell’allerta rosso energetico, le ricoperture innescano i balzi improvvisi delle borse, alimentando la volatilità più che la direzionalità. Per il momento, la tendenza dei mercati azionari rimane infatti ribassista nel breve (prossimi giorni), neutrale nel medio (prossime settimane) e ancora positiva nel lungo termine (prossimi mesi). Tuttavia, il quadro potrebbe degenerare rapidamente qualora Wall Street accelerasse la discesa in seguito a un eventuale inasprimento delle tensioni internazionali sull’energia, che si trasmetterebbero negli States attraverso un sensibile rincaro del prezzo del petrolio, a cui non è immune a differenza del gas, nonché tramite un aumento del costo degli approvvigionamenti industriali e una contrazione dell’export, quest’ultimo amplificato dal rafforzamento del dollaro.
Il risultato potrebbe tradursi in un tonfo anche pesante delle quotazioni azionarie, visti i prezzi certamente non a buon mercato della piazza americana, soprattutto se gli operatori fiutassero aria di caro-energia per un certo numero di mesi, in grado di alimentare l’inflazione modificando le prossime attese sui tassi Fed. In un simile scenario, che non è ancora il più verosimile né il più probabile, sarebbe più che altro la caduta di Wall Street nell’area compresa tra 6.200 e 6.000 punti, e la successiva incapacità di attirare in tempi brevi gli acquisti a prezzi sensibilmente più contenuti, a spingere gli Stati Uniti e quindi l’Europa in recessione.
Al momento, nel caso in cui i mercati azionari si tuffassero con decisione verso il basso, è ancora la speranza di poter assistere a un recupero a V simile al «Liberation day» di quasi un anno fa a fornire un sostegno razionale. Oggi come allora, Donald Trump si troverebbe costretto a trovare rapidamente una via di uscita, in pieno stile «Taco», per evitare il peggio. A supporto di questa speranza gioca anche l’attivismo di questi giorni dei principali operatori di navi-cisterna nel trovare rotte alternative di navigazione, realmente possibili grazie alla stretta collaborazione dei produttori della penisola arabica in tema di pipeline e hub disponibili nel breve e concretamente potenziabili, oltre alla volontà dichiarata giovedì 19 dai sette volenterosi (Gran Bretagna, Italia, Francia, Germania, Olanda, Giappone, Canada) di contribuire a un piano strategico per garantire la navigazione commerciale nello Stretto.
Nel voler vedere il bicchiere mezzo pieno, il primo segnale di possibile distensione dei mercati finanziari arriverebbe da una tendenziale perdita di terreno del biglietto verde, visto che l’apprezzamento di marzo è il frutto di acquisti dell’unica valuta scambiabile in tutto il mondo con grande facilità, soprattutto in Medio Oriente. Perdita di terreno che verrebbe poi seguita da una tendenziale correzione del prezzo del petrolio e del gas verso il livello intermedio tra i massimi di questo periodo e i giorni immediatamente precedenti l’attacco all’Iran.
Il primo beneficiario sarebbe l’oro, e con esso il filotto dei preziosi (argento, platino e in parte palladio), spinto fino al minimo del 2 febbraio nelle ultime sedute proprio a causa dell’ulteriore rafforzamento del biglietto verde, oltre che dalla ricerca di liquidità in dollari, dove il cambio contro euro è giunto a minacciare quota 1,14. La successiva sfiammata dei prezzi energetici, invece, procurerebbe la chiusura o il ridimensionamento delle posizioni short sull’equity innescando il secondo vistoso rimbalzo dei mercati azionari, che proseguirebbe in funzione delle attese geopolitiche nell’ambito di una grande volatilità giornaliera anche in termini di alternanza settoriale, visto che la view degli operatori si manterrebbe incerta per un buon numero di settimane.
Certamente le azioni dei produttori oil&gas continueranno a beneficiare di un prezzo di vendita medio 2026 abbondantemente più alto del 2025, così come le banche manterranno il loro appeal se l’economia non entrasse in recessione, mentre per tutti gli altri settori, salvo la difesa e probabilmente le utility dell’elettricità, rimarrebbe una buona dose di incertezza, anche se alcuni segmenti tech di specifiche nicchie potrebbero offrire opportunità interessanti.
Ecco perché, se non si vuole esporsi a perdite, la sfida va giocata in termini di diversificazione del portafoglio, piuttosto che su singoli temi o asset class: la settimana appena conclusa ha rivelato che nemmeno l’oro è stato in grado di attenuare la perdita di valore del capitale, così come non lo ha fatto il bitcoin nonostante le buone premesse di marzo. E non lo hanno fatto nemmeno i titoli di Stato a tasso fisso, con le quotazioni in calo e il conseguente rialzo dei rendimenti osservato anche sui decennali americani e tedeschi fiutando aria di inflazione.
Oltre alla preservazione del capitale insita negli impieghi monetari, dove quelli denominati in dollari avrebbero perfino prodotto un guadagno, l’unica asset class capace di controbilanciare la perdita di valore di tutte le altre sarebbe stata quella dell’energia, petrolio e gas naturale dutch Tff. Il primo acquistabile tramite numerosi Etf, o meglio Etc, sul Brent europeo e Wti americano, anche a leva positiva o negativa, mentre il secondo è acquistabile attraverso l’unico prodotto disponibile, l’Etc WisdomTree European Natural Gas quotato anche sull’Etf Plus di Borsa Italiana. Tutti gli altri prodotti sul gas naturale fanno invece riferimento all’andamento del mercato americano con prezzo henry hub, nettamente diverso. (riproduzione riservata)