Sulla carta ci sono dieci punti di distanza. Ma la partita tra le due liste di maggioranza che si contendono la governance di Montepaschi – quella del cda che candida Fabrizio Palermo come ceo e quella di Plt Holding che ripropone l’uscente Luigi Lovaglio – si deciderà alla fine della campagna elettorale, appena partita, a caccia di ogni singolo voto. Perché mai come forse oggi l’elezione del board è incerta. E affidata davvero al responso del mercato. Milano Finanza ha tracciato la mappa più aggiornata disponibile su chi ha in mano le azioni della banca senese. E che saranno oggetto di corteggiamento.
Un primo test sul consenso del mercato lo si avrà nei prossimi giorni con i pareri forniti dai proxy advisor Iss e Glass Lewis ai fondi istituzionali, che pesano per il 55% circa del capitale. I loro giudizi sulle liste (c’è anche quella di minoranza, di Assogestioni) contribuiranno ad orientare i voti in assemblea il 15 aprile.
La lista del board, che a sorpresa non ha ricandidato il banchiere autore della scalata vittoriosa a Mediobanca e del piano industriale approvato a fine febbraio dallo stesso cda, è accreditata ai nastri di partenza del sostegno di circa il 15% del capitale. Di chi sono queste azioni? Il pacchetto più grande è quello del costruttore-editore romano Francesco Gaetano Caltagirone.
Nell’ultima assemblea del 4 febbraio che ha approvato il nuovo statuto, Caltagirone si era presentato con il 10,26% in mano a 24 società-veicolo. Ora quel pacchetto, secondo quanto fatto trapelare da Roma, è stato arrotondato all’11,5%.
E non è detto che non crescerà ancora in questi giorni. Al 15% circa si arriva con alcuni alleati storici dell’ingegnere romano, a cominciare dalle casse di previdenza Enpam (1,45%) ed Enasarco (1,15%) e con le quote dei Benetton, diventati soci all’1,4% di Mps (attraverso il veicolo Schema Delta): tutti potrebbero sostenere Palermo.
Se così fosse, come riferiscono a Milano Finanza fonti finanziarie a conoscenza del dossier, si tratterebbe di un voltafaccia nei confronti del banchiere che avevano appoggiato lo scorso autunno nella scalata a Mediobanca e che hanno pubblicamente apprezzato per il rilancio di Siena.
Su chi può contare invece Lovaglio? Sicuramente sul socio che ha presentato la lista, cioè Plt Holding, che ha poco più dell’1,2% circa tra società e personalmente il patron Pierluigi Tortora, la moglie Elisabetta e la figlia Eleonora. La crescita nel capitale è recente: all’assemblea di febbraio Tortora aveva appena lo 0,84%.
A fianco della famiglia attiva nelle rinnovabili ci sono l’imprenditore Giorgio Girondi, patron di Ufi Filters, non nuovo ad avventure finanziarie nelle banche (anni fa ha registrato un’enorme plusvalenza su Banco Bpm). In assemblea la GGG di Girondi ha depositato l’1,04% ma oggi, secondo quanto risulta a Milano Finanza, è accreditata di un rotondo 3%.
In dubbio la posizione dei fondi Algebris di Davide Serra, che hanno in mano lo 0,22% (dati a febbraio). La sgr del finanziere ha messo le azioni per la presentazione della lista del comitato dei gestori di Assogestioni ma è sempre stato un sostenitore di Lovaglio fin dai tempi del Creval.
Se questi sono i voti più o meno certi, resta un enorme bacino di non schierati che possono determinare l’esito del voto. In testa c’è il primo socio Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, con il 17,5%. Sponsor della prima ora di Lovaglio nella scalata a Mediobanca, il presidente Francesco Milleri non ha ancora sciolto le riserve.
Delfin non ha candidati a sé riconducibili nella lista del cda e il suo rappresentante nel board uscente, Barbara Tadolini, si è astenuta dal voto che ha escluso Lovaglio e ha dato la sua indisponibilità a una riconferma.
Non filtrano indicazioni di voto dal fronte Delfin ma è possibile che scelga l’astensione per non entrare in rotta di collisione con Caltagirone e per differenziare la propria posizione anche alla luce dell’inchiesta su un presunto patto occulto tra Milleri, Caltagirone e lo stesso Lovaglio durante l’opas su Mediobanca.
È attesa anche l’astensione del Tesoro, che ha in portafoglio il 4,9%. La stessa premier Giorgia Meloni ha esplicitamente detto che il governo «non parteciperà alla nomina dei nuovi organi amministrativi e di controllo». Il Mef ha già disertato l’assemblea di febbraio e potrebbe cedere la sua quota residua, che oggi vale 1,1 miliardi di euro.
Meno scontata la strategia di Banco Bpm che con la controllata Anima ha il 3,7% di Mps. In assemblea a febbraio ha votato a favore del cambio di statuto. Potrebbe appoggiare quindi la lista del cda – introdotta con le nuove regole – anche per non scontentare Caltagirone, che è anche socio di Bpm al 2%, proprio alla vigilia della delicata assemblea per il rinnovo del cda del Banco; ma potrebbe anche astenersi facendo mancare voti che potrebbero essere fondamentali per Palermo.
Ma chi ha davvero in mano il pallino sono i grandi fondi istituzionali. Il primo nome è BlackRock, il più grande gestore al mondo. In Mps è presente con una quota poco sotto il 5%. Subito dietro c’è Vanguard, con il 3%. Su livelli simili si muove Norges Bank, il fondo sovrano norvegese, con una quota poco sopra il 3%. In tre pesano per l’11%. E nei momenti topici della scalata a Mediobanca hanno sempre appoggiato Lovaglio pur essendo anche azionisti di Piazzetta Cuccia.
C’è poi una fascia più ampia di gestori internazionali più piccoli ma altrettanto pesanti: Amundi e Fidelity hanno quote attorno all’1%, Marshall Wace e Pimco lo 0,6% a testa. Tra le grandi banche compaiono Goldman Sachs e Bnp Paribas, entrambe con lo 0,34%.
Sotto tale soglia, a questi soggetti si aggiunge una pletora di fondi internazionali con quote più piccole ma diffuse. Northern Trust raccoglie circa lo 0,17% del capitale, così come Lazard e Carmignac.
Scendendo ancora, si trovano altri nomi della gestione globale: Calpers, Dimensional Fund, Invesco e Pictet con una quota più piccola, attorno allo 0,04%. Chiudono il quadro alcuni investitori aggregati, che pur con quote contenute contribuiscono a rafforzare il peso complessivo del mercato. Il Canada Pension Plan Investment Board è presente con circa lo 0,16%, mentre Allianz raccoglie circa lo 0,14% attraverso le sue società di investimento. Più marginali infine le posizioni di Credit Suisse e dell’Abu Dhabi Pension Fund, attorno allo 0,01%.
Sul fronte italiano la famiglia Doris ha in mano l’1% e Intesa Sanpaolo, tramite Eurizon e Fideuram, controlla lo 0,56%. Per tutti questi soggetti le raccomandazioni dei proxy saranno fortemente segnaletiche ma sul voto peseranno anche credibilità dei candidati, track record e proposte industriali. Ma ci saranno anche movimenti di mercato da monitorare: per comprare le azioni e poter votare in assemblea c’è tempo fino al 2 aprile. Poi sarà solo questione di campagna elettorale. (riproduzione riservata)