È il risiko che non ti aspetti, quello tra studi di commercialisti. E invece il mercato dei consulenti contabili e fiscali è diventato uno dei più dinamici. Il merito è dei fondi internazionali, che hanno portato in Italia una tendenza prima confinata all’estero e ora sempre più diffusa anche tra le mura nazionali. I numeri del settore, del resto, iniziano a essere di tutto rispetto, con un fatturato complessivo che supera il miliardo di euro, altro segnale di maturità che ha attirato l’attenzione di private equity, club deal e family office.
Lo sprint è arrivato negli ultimi due anni, quando anche i grandi studi di commercialisti, quelli con ricavi superiori al milione, hanno iniziato ad aprirsi al consolidamento. In Italia, così, sono nate circa cinque grandi piattaforme che stanno aggregando una serie di realtà minori. Una è Studitalia, che punta a un fatturato di 55 milioni entro il 2029 anche grazie alla crescita per linee esterne. Le risorse, almeno una gran parte, sono arrivate a settembre del 2024 quando la boutique di private equity Milano Capital, con un gruppo di finanziatori privati, è entrata con un aumento di capitale da 26 milioni.
È datato febbraio 2026, invece, l’investimento da 30 milioni dei fondi Augens Capital e Keyhaven Capital Partners in Sgr Associati, piattaforma capace di aggregare 15 studi professionali e con un fatturato di 20 milioni. Due operazioni che hanno segnato un cambio di passo perché il consolidamento è sempre più slegato da logiche difensive e guarda piuttosto alla crescita e all’efficientamento.
«Prima del 2015 le operazioni di m&a nel settore erano legate all’esigenza di gestire un passaggio generazionale non pianificato per tempo», spiega Corrado Mandirola, fondatore e ceo di MpO, advisor di gran parte dei deal del comparto.
«Dopo il mercato è diventato più maturo grazie ad alcuni professionisti con visione imprenditoriale, che hanno iniziato a guidare il consolidamento per dar vita a delle strutture ad alto valore consulenziale. Ma il vero salto di qualità è arrivato dopo la pandemia quando gli studi più grandi, con fatturati tra 5 e 10 milioni, si sono resi conto di quanto fosse difficile crescere solo per via organica. Così hanno deciso di cercare dei finanziatori esterni, per investire nell’intelligenza artificiale e attirare manager con competenze gestionali e non solo tecniche».
Oltre alla ricerca di sinergie, l’altra leva sono i vantaggi fiscali. La riforma del 2024 (non limitata ai commercialisti) ha congelato le tasse, che prima dovevano essere pagate quando si conferiva lo studio in una società tra professionisti. L’imposta insomma è stata rinviata alla successiva ed eventuale cessione delle quote, rendendo l’operazione più conveniente nell’immediato. Il mercato lo ha notato e così l’anno scorso 116 studi professionali (+15%) si sono rivolti a MpO per chiedergli di trovare un partner, spinti proprio dalla neutralità fiscale. Tra i nuovi potenziali clienti spiccano gli avvocati ma - tasse a parte - è un’altra la categoria più attiva sul mercato.
«Il consolidamento interessa più i commercialisti dei legali: se nel secondo caso il fenomeno resta limitato ai gradi studi, nel primo sono coinvolte anche le realtà medio-piccole», spiega Alessandro Siess, fondatore di MpO. «Questa differenza è dovuta alla maggiore frammentazione del mercato dei commercialisti, che per questo motivo ha iniziato ad attirare l’attenzione degli investitori esteri, soprattutto di quelli che avevano già guidato il consolidamento in Europa o nei Paesi anglosassoni. L’arrivo dei fondi ha fatto uscire allo scoperto gli studi medio-grandi, sempre più interessati a questo tipo di operazioni, prima poco praticabili per mancanza di una domanda sufficientemente robusta».
Dopo i dazi di Donald Trump molti private equity hanno disinvestito dalla manifattura e puntato sui servizi, esclusi dalle tariffe. Quello dei commercialisti, poi, è un settore con marginalità elevate, tra il 25 e il 35%, e che garantisce ritorni interessanti. Le piccole società target valgono in genere tra le 4 e le 6 volte l’ebitda, mentre le piattaforme hanno prezzi più elevati. E anche se le prime exit arriveranno a fine decennio, visto che il trend è partito nel 2024, secondo MpO i fondi incasseranno più del doppio dell’utile operativo quando venderanno. Senza contare che all’estero questi numeri sono in continua crescita perché gli studi minori vendono pagati 7-8 volte l’ebitda.
Valori sempre più alti attireranno anche private equity di dimensioni più grandi. Così l’Italia potrebbe finalmente colmare il gap con il resto d’Europa, dove il consolidamento è partito in anticipo. Oggi Pirola Pennuto Zei & Associati, la principale società di commercialisti del Paese, ha un fatturato di quasi 190 milioni e i competitor seguono a debita distanza. Per MpO, però, è possibile che le piattaforme passino da cinque a venti in un quinquennio, tutte con almeno 100 milioni di ricavi. Il passo successivo, a quel punto, potrebbe essere lo sbarco in borsa. (riproduzione riservata)