AI, Mark Zuckerberg apre alla Cina
AI, Mark Zuckerberg apre alla Cina
Per il ceo di Meta l’amministrazione Trump non dovrebbe vietare i modelli di intelligenza artificiale del Paese asiatico perché non servirebbe a preservare la leadership tecnologica americana

di di Marcello Bussi 29/07/2026 19:20

Ftse Mib
51.443,11 23.50.46

-0,49%

Dax 30
25.460,48 23.50.46

-0,01%

Dow Jones
51.594,14 0.11.54

-2,19%

Nasdaq
24.456,90 23.50.46

-1,74%

Euro/Dollaro
1,1468 0.12.19

+0,74%

Spread
82,83 17.30.12

+1,68

Mark Zuckerberg, in un’intervista al Financial Times pubblicata ieri, ha dichiarato che il governo degli Stati Uniti non dovrebbe bloccare o vietare i modelli di intelligenza artificiale cinesi perché non sarebbe «una soluzione efficace» per mantenere la leadership tecnologica americana.

In sostanza, il fondatore e ceo di Meta concorda con le tesi espresse venerdì 24 dal numero uno di Nvidia, Jensen Huang, che in una lettera, poi firmata da ben 77 società hi-tech, tra cui la stessa Meta, ha esortato le aziende americane ad adottare modelli open source di intelligenza artificiale, che nel caso dell’AI vengono definiti open weight, per evitare che gli Stati Uniti perdano la loro leadership tecnologica a scapito della Cina.

Da parte sua Zuckerberg ha invitato le aziende americane a identificare «sistematicamente» colli di bottiglia e ostacoli per competere meglio con le imprese cinesi del settore. Mentre in un intervento pubblicato ieri sul Wall Street Journal, il numero uno di Meta ha sottolineato che la «superintelligenza», termine preferito dalla sua azienda per indicare un’AI più intelligente di quella umana , «sarà il progresso tecnologico più profondo che vedremo nella nostra vita», a patto che il suo potere non sia «limitato a poche istituzioni».

La cinese Moonshot AI

Le dichiarazioni del numero uno di Meta arrivano in un momento in cui a Washington ferve il dibattito su come regolamentare l’AI e rispondere alla concorrenza cinese sempre più sofisticata. In particolare, ci sono accuse secondo cui Moonshot AI, la società con sede a Pechino fondata e guidata da Yang Zhilin, avrebbe usato modelli americani per addestrare il suo Kimi K3. Funzionari dell’Amministrazione Trump (tra cui il segretario al Tesoro Scott Bessent) hanno minacciato possibili sanzioni o restrizioni per presunto furto di proprietà intellettuale.

Ovviamente Moonshot AI nega le accuse e proprio ieri ha raggiunto una valutazione di 35 miliardi di dollari dopo aver completato un round di finanziamento da 3,5 miliardi di dollari, una somma decisamente superiore all’obiettivo iniziale, che era compreso tra 1 e 2 miliardi di dollari.

Sempre ieri, la società guidata da Yang Zhilin ha ufficialmente reso disponibili gratuitamente i pesi del suo modello di intelligenza artificiale Kimi K3 sulla piattaforma Hugging Face. Con una scala di 2,8 trilioni di parametri e una finestra di contesto fino a 1 trilione di token, questa iniziativa consente ad aziende, ricercatori e alla comunità tecnologica di accedere direttamente a uno dei principali strumenti di AI senza dover pagare costose commissioni Api.

Un nuovo attacco dell’agente AI

Intanto l'agente AI fuori controllo di OpenAI coinvolto nell'attacco a Hugging Face avrebbe compromesso anche un cliente della società tecnologica statunitense Modal Labs sfruttando un codice vulnerabile. I dirigenti di Modal hanno comunque precisato che la propria infrastruttura non è mai stata violata e che l'attacco ha interessato esclusivamente un ambiente gestito da uno dei suoi clienti.

Secondo la ricostruzione fornita da Reuters, l'agente AI avrebbe sfruttato un endpoint privo di autenticazione pubblicato da un cliente di Modal Labs sulla piattaforma dell'azienda. In pratica, quel servizio risultava accessibile da chiunque attraverso internet e consentiva l'esecuzione di codice all'interno di sandbox (ambienti di test virtuale limitati e protetti) dedicate ai test. Una configurazione errata che avrebbe rappresentato il punto d'ingresso ideale per l'agente sperimentale.

OpenAI ha rifiutato di commentare nello specifico l'attacco hacker a uno dei clienti di Modal, spiegando invece a Reuters che il suo agente malevolo si era introdotto in quattro account presso quattro servizi diversi. L'azienda guidata da Sam Altman ha comunque assicurato di non aver identificato «alcuna altra attività di pari gravità o portata rispetto a quella che abbiamo condiviso in relazione a Hugging Face, che ha comportato una compromissione a livello di piattaforma». (riproduzione riservata)