Negli ultimi mesi, gli osservatori hanno senz’altro notato come l’intelligenza artificiale sia uscita dalla dimensione del semplice assistente digitale per entrare direttamente nei processi operativi delle imprese: e il settore finanziario sembra destinato a essere uno dei primi grandi laboratori di questa trasformazione.
A riportare il tema al centro del dibattito è stata anche la divulgatrice finanziaria nota online come “Value by Raph”, che in un recente intervento ha utilizzato una formula volutamente provocatoria: «Claude just killed the financial industry». Il riferimento è, naturalmente, al modello sviluppato da Anthropic e ai nuovi agenti AI specializzati per il settore finance annunciati dalla società americana.
L’affermazione è chiaramente iperbolica: nessuna tecnologia «ucciderà» nel breve periodo l’industria finanziaria. Tuttavia, dietro la provocazione si può scorgere un fenomeno molto concreto: l’automazione crescente del lavoro cognitivo ad alta intensità documentale.
Anthropic ha infatti presentato sistemi AI pensati per svolgere attività tipiche di investment banking, advisory e back office finanziario ossia: analisi di bilancio, predisposizione di pitchbook, sintesi documentali, controlli di compliance, due diligence preliminari e supporto operativo nella produzione di documentazione tecnica.
La novità non riguarda soltanto la qualità del modello linguistico, ma proprio il cambio di paradigma industriale che questa evoluzione porta con sé.
Per anni le società che rilasciano tool di AI hanno operato come fornitori «orizzontali» di tecnologia: mettevano a disposizione modelli linguistici che venivano poi integrati da software house, banche e società consulenziali. Oggi, invece, i grandi player dell’intelligenza artificiale iniziano a presidiare direttamente i workflow specialistici, entrando in aree che fino a poco tempo fa nemmeno lambivano.
Il rischio attuale di disintermediazione riguarda soprattutto il mercato del software professionale e una parte delle attività junior ad elevata ripetitività. Preparare una prima bozza di memorandum, sintetizzare documentazione, estrarre dati da bilanci o costruire presentazioni standardizzate sono attività che gli agenti AI riescono ormai a svolgere in tempi estremamente ridotti e – pare – con risultati anche soddisfacenti.
Ciò non significa che banche, advisory firm o studi professionali siano destinati a sparire, tutt’altro: cambierà piuttosto il valore economico del lavoro umano.
In altre parole possiamo spingerci ad affermare che l’intelligenza artificiale accelera la produzione tecnica, ma non elimina il bisogno di supervisione, interpretazione e responsabilità decisionale. Ed è proprio questo il punto focale anche dal punto di vista giuridico e regolatorio.
Più aumenta l’autonomia operativa degli agenti AI, più diventano essenziali: la tracciabilità, verificabilità delle fonti e controllo umano finale. Non è un caso che, guardando in ambito più domestico e allontanandoci dal contesto americano, il dibattito europeo sull’AI Act insista proprio su governance, accountability e human oversight, soprattutto nei settori sensibili come credito, assicurazioni e servizi finanziari.
Il tema non è soltanto tecnologico, ma organizzativo. Le strutture che riusciranno a integrare efficacemente l’AI nei propri processi potranno ridurre tempi operativi, costi di produzione documentale e attività a basso valore aggiunto mentre, al contrario, le organizzazioni che continueranno a considerare l’intelligenza artificiale come un semplice strumento accessorio rischiano di perdere competitività.
L’impatto potrebbe essere significativo anche sul mercato del lavoro con riguardo ad alcuni profili professionali. Storicamente, molte attività entry level in banche, studi legali e società di consulenza si basano proprio su compiti ripetitivi ma formativi: e queste sono esattamente le attività oggi maggiormente esposte all’automazione.
Il fenomeno interessa anche il mercato dei servizi professionali in senso lato. Studi legali, società di consulenza e operatori del credito stanno sperimentando strumenti capaci di analizzare grandi quantità di documenti, predisporre reportistica, individuare anomalie e supportare attività anche routinarie. In tali contesti il vantaggio competitivo non risiederà più soltanto nella disponibilità delle informazioni, ma nella capacità di interpretarle correttamente e trasformarle in decisioni affidabili. L’intelligenza artificiale tende, infatti, a ridurre il costo dell’elaborazione dei dati, ma non quello del giudizio professionale che è - e rimane - un punto di sensibilità.
Paradossalmente, però, questa trasformazione potrebbe aumentare il valore delle competenze più difficilmente replicabili: giudizio critico, capacità relazionale, negoziazione, visione strategica e assunzione di responsabilità.
La vera linea di frattura non sarà quindi tra chi utilizza o meno l’intelligenza artificiale, ma tra chi saprà ripensare i propri processi produttivi e chi resterà ancorato a modelli organizzativi costruiti in un’epoca precedente all’AI agentica.
Perché il punto, in fondo, non è se Claude «ucciderà» la finanza, ma se la finanza riuscirà a trasformarsi abbastanza velocemente da convivere con una parte della nuova economia del lavoro cognitivo automatizzato. (riproduzione riservata)
*Avvocato, i-law Studio legale, Milano