In Europa e in Italia esiste una sistema di regole che possono arginare la forza delle piattaforme digitali. Ne è convinto il presidente dell’Autorità per le Comunicazioni (Agcom) Giacomo Lasorella, che in questa intervista a Milano Finanza spiega il raggio d’azione di tali norme.
Risposta. L’Autorità è intervenuta a seguito di una segnalazione ricevuta dalla Fieg. Gli editori hanno lamentato una significativa riduzione della visibilità e reperibilità dei contenuti editoriali a valle dell’introduzione del servizio AI Overview da parte di Google. L’applicazione di AI di Google disincentiva gli utenti ad accedere direttamente alle fonti informative, con un potenziale impatto economico negativo per le attività editoriali, soprattutto quelle di piccole dimensioni, e con possibili rischi per il pluralismo delle fonti e la libertà di informare.
L’Autorità si è quindi mossa, in qualità di coordinatore dei servizi digitali per l’Italia, sottoponendo il caso alla Commissione Europea. In base a quanto previsto dal Digital Services Act, infatti, la competenza sulle piattaforme e i motori di ricerca di dimensioni molto grandi spetta alla Commissione Europea. Un’analoga segnalazione ci risulta sia pervenuta a Bruxelles da parte dell’Autorità tedesca.
R. La Corte di Giustizia Ue ha riconosciuto la piena compatibilità del Regolamento Agcom con il diritto dell’Unione: è uno snodo fondamentale nel rapporto tra piattaforme ed editori, a tutela del pluralismo dell’industria editoriale e dei valori costituzionali. La soluzione normativa prevista dall’Autorità può fungere ora da apripista in Europa sul tema e mi risulta che, già oggi, altri Paesi europei guardino a tale decisione con grande interesse.
R. La conseguenza diretta della sentenza è che d’ora in poi le piattaforme non potranno sottrarsi alla richiesta di condivisione dei dati necessari per calcolare l’equo compenso. Questo consentirà di accelerare la risoluzione di molti confronti, negoziazioni e contenziosi ancora aperti con gli editori. Detto questo, da un lato, siamo pronti a vincere eventuali resistenze delle piattaforme con gli strumenti che la normativa ci mette a disposizione, dall’altro crediamo fermamente nel dialogo e nell’esigenza di un suo aggiornamento continuo sulla base dell’evoluzione tecnologica. Per questo motivo, l’Autorità ha deciso di aprire un tavolo di confronto tra editori e piattaforme su copyright, intelligenza artificiale e pluralismo.
R. Nel settore audiovisivo, specifici poteri dell’Autorità per la rimozione di contenuti vietati veicolati da piattaforme di condivisione di video (Video Sharing Platforms), in particolare discorsi d’odio, violenza o discriminazione e contenuti dannosi per i minori, si fondano sulla disciplina europea, come recepita dal Tusma del 2021(Testo unico dei servizi media, ndr). L’Autorità è intervenuta ordinando la rimozione di contenuti dannosi per i minori, ad esempio i casi della cosiddetta cicatrice francese e della hot chip challenge.
Anche l’utilizzo dei deep fake può essere aggredito nella misura in cui configuri un contenuto che violi l’articolo 41 del Tusma. Una serie di tutele orizzontali attivabili contro i contenuti illegali online è poi offerta dalle norme del Digital Services Act. L’Autorità ha segnalato alla Commissione Europea, ai sensi dell’articolo 53 Dsa, l’utilizzo di deep fake di alcuni noti personaggi televisivi a fini promozionali.
R. Al di là di queste misure, resto convinto che la lotta alla disinformazione e ai contenuti manipolati artificialmente in grado di alterare i processi democratici debba fondarsi su un’aumentata consapevolezza negli utenti della necessità di verificare l’attendibilità dei contenuti in base all’affidabilità delle fonti. Per questo come Autorità abbiamo promosso da tempo iniziative di sensibilizzazione e alfabetizzazione digitale, come il patentino digitale, un percorso formativo per gli studenti delle scuole medie e superiori, attivato con il coinvolgimento dei Corecom, attraverso un protocollo d’intesa sottoscritto tra il ministero dell’Istruzione e del Merito ed Agcom.
R. A partire dal 2019 la raccolta pubblicitaria su internet ha superato quella televisiva e gli ultimi dati consolidano questa tendenza: la parte del leone all’interno della pubblicità online è costituita da quella presente sulle piattaforme, che rappresenta l’85% dei ricavi pubblicitari del settore, a fronte del 15% degli editori web. Anche in questo caso, mi preme sottolineare l’impegno pionieristico dell’Autorità.
Il tema ha infatti recentemente assunto centralità anche in ambito europeo e, proprio a marzo, in linea con le previsioni dell’European Media Freedom Act, Agcom ha approvato una misura innovativa a livello europeo, ritenendo che la misurazione dell’audience dei contenuti diffusi originariamente ed esclusivamente in ambiente digitale debba essere effettuata da Audicom, ovvero il Jic competente, il Joint Industry Committee, in base a metodologie conformi ai principi di trasparenza, imparzialità, comparabilità e verificabilità.
R. Un mercato ancora ibrido, sebbene sia confermato il trend degli anni scorsi di un superamento dell’online rispetto ai media tradizionali. La televisione, infatti, pur mantenendo un ruolo centrale nella comunicazione, continua a cedere il passo a Internet, che nel 2025 ha consolidato il ruolo di prima porta di accesso all’informazione.
I dati della seconda edizione dell’Osservatorio annuale sul sistema dell’informazione di Agcom, presentato da poco, hanno evidenziato che la rete costituisce la principale fonte di informazione per il 55,8% degli italiani. Una percentuale che supera il 63% per coloro che hanno tra i 25 e i 64 anni. Possiamo dire che la dieta informativa degli italiani è sempre più polarizzata per fasce di età: digitale per i giovani, tradizionale per gli over 65.
R. I quotidiani, invece, continuano a perdere lettori anche per la scarsa diffusione degli abbonamenti digitali a pagamento a fronte invece di un rafforzamento del ruolo di social network e motori di ricerca. Questa dinamica ha diverse implicazioni e criticità: da un lato, accende il faro sulla profilazione degli utenti e sulla conseguente targhetizzazione delle informazioni, dall’altro i contenuti non sono diffusi in maniera neutrale dalle piattaforme ma filtrati e personalizzati sulla base di preferenze e comportamenti digitali degli utenti.
Non si può ignorare al riguardo né il ruolo degli algoritmi di raccomandazione sulle principali piattaforme online, né tantomeno che, per questa via, è possibile condizionare la pubblica opinione e il dibattito pubblico. Tuttavia, quando si affronta il tema dell’affidabilità dell’informazione gli italiani continuano a riporre la loro fiducia sui media tradizionali, a cominciare dalla televisione.
R. L’Italia ha un sistema di regole che tutelano i valori liberal-democratici. Detto questo non si può e non si deve abbassare la guardia e, soprattutto, non considerare le sfide e i rischi del nuovo ecosistema digitale. Abbiamo inoltre lanciato da poco la quarta edizione dell’Osservatorio sul giornalismo, realizzata in collaborazione con la Fondazione Murialdi, che intende approfondire l’evoluzione della professione nel nuovo ecosistema digitale sulla base di un ampio questionario rivolto a tutti i giornalisti.
R. La missione istituzionale di Agcom nel settore delle comunicazioni elettroniche è quella di assicurare il corretto funzionamento concorrenziale dei mercati, promuovere gli investimenti infrastrutturali e assicurare una adeguata qualità dei servizi a utenti e consumatori, contribuendo alla realizzazione di un mercato unico nell’Unione. La promozione di processi di consolidamento e di concentrazione non è pertanto tra gli obiettivi della regolamentazione settoriale e, personalmente, ritengo sia giusto così. Operazioni di partnership e fusione sono determinate da considerazioni di ordine finanziario e commerciale e, ove coerenti con il diritto della concorrenza, si registrano in Europa e in Italia.
In tale contesto, quello che un regolatore settoriale può fare per rafforzare la competitività del settore è definire un ambiente regolamentare pro-concorrenziale, prevedibile e favorevole agli investimenti. È questo l’approccio che ha guidato l’Autorità nelle decisioni recentemente assunte in materia di accesso all’ingrosso alla rete fissa e che ha ispirato le due consultazioni pubbliche sulle possibili misure regolamentari concernenti l’assegnazione delle frequenze per sistemi terrestri di comunicazioni elettroniche wireless a banda ultra-larga i cui diritti d’uso scadranno contemporaneamente il 31 dicembre 2029. (riproduzione riservata)