La notizia di un accordo di pace ormai raggiunto tra Stati Uniti e Iran provoca un vero e proprio terremoto sul mercato delle materie prime. A cominciare dal petrolio: fin dall’inizio del conflitto vero e proprio termometro degli umori del mercato, il greggio ha reagito alla notizia dell’accordo – che dovrebbe essere firmato ufficialmente venerdì 19 giugno in Svizzera – con un crollo di oltre il 5% in entrambi i principali indici di riferimento.
Il Brent, in particolare, alle ore 10 di lunedì 15 giugno perde il 5,2% e si muove sotto gli 83 dollari al barile. Il Wti invece si aggira intorno agli 80 dollari (è riuscito anche a muoversi sotto tale soglia), un valore che non vedeva da inizio marzo, cioè dall’avvio delle ostilità in Iran.
Contestualmente, il vero vincitore della pace in Medio Oriente è l’oro. Il lingotto cresce del 2,3% a quota 4.335 dollari l’oncia, per una serie di ragioni. In primo luogo, l’indebolimento della valuta americana, scesa ai minimi degli ultimi dieci giorni (il Dollar Index è sceso sotto quota 100 punti).
In seconda istanza, la riduzione dei timori su inflazione e tassi di interesse in crescita. L’oro infatti, pur essendo il bene rifugio per antonomasia in momenti di incertezza, non paga cedole né dividendi, e diventa pertanto meno attrattivo per gli investitori nel momento in cui la possibilità di strette monetarie fa alzare di molto i rendimenti obbligazionari.
Il movimento al rialzo dell’oro riesce a controbilanciare in parte il tonfo del petrolio. Una discreta consolazione per chi avesse scelto di investire in materie prime diversificate: l’indice Bloomberg Commodity, uno dei principali benchmark di settore, nella mattinata di lunedì 15 giugno perde l’1,3%.
All’interno del paniere, infatti, le materie prime energetiche pesano per oltre un terzo del totale (36%), seguite da cereali (20%), metalli preziosi (16%) e metalli industriali (15%). Da inizio anno un Etf in euro sull’indice è in riazlo del 22%. (riproduzione riservata)