Abitare, cosa l’Italia può imparare dalla Spagna. Il paradosso delle case vuote
Abitare, cosa l’Italia può imparare dalla Spagna. Il paradosso delle case vuote
Negli ultimi tre anni a Madrid gli affitti sono aumentati del 51%, a Barcellona del 30% e a Siviglia del 42%. In Italia la crescita degli affitti è stata inferiore ma mentre si fa difficoltà a pagare i canoni, il 15% delle case nelle grande città è sfitto

di di Raffaele Crocitti 10/10/2026 15:09

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«Case senza gente, gente senza casa» è lo slogan che nelle ultime settimane è risuonato nelle piazze spagnole. Il tema della casa è sentito oggi in tutta Europa a causa dei redditi che crescono meno di quanto facciano i canoni d’affitto e i prezzi di vendita.

Negli ultimi tre anni, secondo i dati di Pisos.com, parte di Immobiliare.it, a Madrid gli affitti sono aumentati del 51%, a Barcellona del 30% e a Siviglia del 42%. Sebbene nello stesso arco temporale i valori italiani non siano aumentati in egual misura, i problemi attorno all’abitare sembrano analoghi.

Italia e Spagna contano rispettivamente 590 e 563 case ogni mille abitanti: tra i primi Paesi in Europa per stock. Le abitazioni ci sono, ma spesso sono vuote. In Spagna le case sfitte sono il 14,5%, ma nelle grandi città la quota scende al 3,6%. In Italia invece la situazione è più accentuata: nelle città con più di 250 mila abitanti il 14,6% delle case è disabitato, quota che sale al 25,6% nelle città piccole e al 45% nelle zone rurali.

Costruire di più non basta

I paradossi non si fermano. Tornando alla Spagna, il Banco de España stima un deficit cumulato di circa 750.000 abitazioni tra il 2021 e il 2025; nel solo 2025 sono state completate circa 92.000 nuove abitazioni a fronte di circa 240.000 nuovi nuclei familiari. E oltre il 50% del deficit si concentra in sole sei province, attorno alle città di Madrid, Barcellona, Alicante, Valencia, Murcia e Malaga.

«Questi numeri dimostrano che costruire è necessario, ma costruire semplicemente di più non è la strategia», sottolinea Marco Marcatili, già direttore sviluppo di Nomisma, oggi presidente della Fondazione B.live. «Il problema non è soltanto quantitativo. È territoriale. Se aggiungiamo offerta proprio nei luoghi dove il suolo è più scarso, la congestione è maggiore e i costi di costruzione sono più elevati. Senza intervenire sui flussi che alimentano la domanda, rischiamo di inseguire il problema invece di arginarlo. La politica abitativa va inserita dentro una politica di sviluppo territoriale». La lezione spagnola vale anche per l’Italia. «Bisogna rendere attrattive le città medie con pacchetti di servizi e di vita: in questo modo si alleggerisce la pressione abitativa sui grandi centri e si fanno rivivere le città medie».

Una proposta potrebbe essere «incentivare a costruire i data center nelle aree interne e non solo in Lombardia: attirerebbe imprese e aumenterebbe i flussi abitativi». Secondo Marcatili, l’emergenza abitativa si spiega in tre punti: «L’eccesso di offerta di affitti turistici nei centri cittadini, il gran numero di case vuote (20 mila a Milano e 15 mila a Bologna, per esempio) e lo spopolamento delle aree interne: una tempesta perfetta che ha fatto arrivare gli affitti al 50-55% del reddito disponibile nelle grandi città».

Sulle case vuote Marco Celani, presidente di Aigab (Associazione Gestori Affitti Brevi) punta il dito per risolvere i problemi dell’abitare: «Abbiamo proposto di lavorare su due fronti: da un lato mappare il patrimonio pubblico, verificando i criteri di assegnazione degli immobili esistenti (sono veramente destinati ai più bisognosi?) e investendo sulle decine di migliaia di case di regioni e comuni oggi vuote per poterle assegnare quanto prima, in linea con quanto si sta facendo con il piano casa del governo. Il secondo fronte», continua Celani, «è incentivare, non obbligare, i privati verso locazioni di medio periodo, modificando il contratto 4+4 oggi troppo rigido per i nostri tempi. È necessario lasciare alle parti la possibilità di definire durate più brevi e tutelare la proprietà in caso di morosità dei conduttori. Sostegni alle famiglie bisognose sarebbero utili tanto quanto una diminuzione dell’Imu o della cedolare secca a chi immette sul mercato case sfitte da tempo». (riproduzione riservata)