A Capodanno i fuochi di artificio li ha fatti Orcel
A Capodanno i fuochi di artificio li ha fatti Orcel
In una interessante intervista a un quotidiano tedesco, il ceo di Unicredit sferza il governo tedesco e le autorità europee a incoraggiare unioni come quella con Commerzbank. Il rischio è di mettere il risparmio europeo a totale servizio degli Usa

di di Paolo Panerai  02/01/2026 20:00

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Se ad alimentarlo non ci fosse il ceo di Unicredit, Andrea Orcel, il mercato bancario e finanziario sarebbe rimasto assopito per tutto il periodo delle festività di fine anno. E per realizzare l’obiettivo, il bravo banchiere italiano con più esperienza internazionale ha aperto l’anno, subito dopo il primo gennaio, anzi evidentemente lavorando anche a capodanno, con una pesantissima intervista a Boersen Zeitung, non il primo quotidiano economico finanziario tedesco ma il primo per quanto riguarda i mercati borsistici. E per il capo di Unicredit, la borsa conta molto, essendo un banchiere che ha sempre amato comprare e vendere, prima come banchiere d’affari e ora come capo della banca italiana più internazionale e più orientata alla compravendita.

Cosa è successo con l’arrivo di Orcel

E questa natura si è inevitabilmente accentuata con l’arrivo al comando di Orcel, che prima dell’arrivo alla seconda banca italiana ha trascorso, dal 1988 alcuni anni in Goldman Sachs, poi dieci anni nel dipartimento di M&A di Merrill Lynch e, prima di arrivare a Unicredit, è passato da Boston consulting group, quindi in Ubs, responsabile delle operazioni di fusione, quindi al 2018 al timone della prima banca commerciale, il Banco Santander, e quindi dal 2021 a Unicredit, che conosceva bene avendo seguito come banchiere d’affari, nel 1988, la fusione fra Credito italiano e Unicredito italiano, da cui è nato Unicredit.

Si può quindi dubitare che con tutte queste esperienze da banchiere d’affari, arrivando circa quattro anni fa al vertice della banca che aveva aiutato a nascere, non avesse ancora il sacro fuoco del banchiere d’affari?

E infatti ha messo subito nel mirino la tedesca Commerzbank di cui Unicredit è il maggior azionista con una quota appena sotto il 30%, ma che le autorità bancarie tedesche non gradiscono venga controllata dal gruppo bancario italiano. E di pari passo Orcel (a voce, mettete sempre l’accento sulla e invece che sulla o) anche nell’intervista al quotidiano tedesco della Borsa ripete che se le autorità tedesche lo permettessero, un consolidamento fra la banca italiana che guida e la seconda banca tedesca farebbe nascere, finalmente la prima vera banca europea. E non esita a ricordarlo soprattutto al governo tedesco: «Non abbiamo acquistato come Unicredit dal governo tedesco il 26% di Commerz con l’idea di fermarci al 30%. Avevamo in mente qualche cosa di diverso». Appunto, un’integrazione per creare il nucleo della prima banca tendenzialmente europea.

L’energia di acquisizioni del ceo di Unicredit

Perché il credo, anche condivisibile, è che l’Europa, che dovrebbe essere un mercato unico, non ha nessuna banca che possa dirsi di dimensione europee per poter competere con le grandi banche multinazionali, in particolare americane.

L’energia di acquisizioni di Orcel non si arresta e con la stessa determinazione con cui aveva lanciato l’idea di rafforzarsi intanto in Italia con la possibile Ops verso Bpm, stoppata di fatto dal governo italiano, ora attraverso il quotidiano tedesco manda un messaggio fondamentale anche al governo tedesco e di fatto a chi ha responsabilità nell’Unione europea. E per coerenza parte proprio dalla partecipazione del 26% in Commerzbank: «Quando abbiamo acquistato la quota del governo, e anche prima, credevamo onestamente di avere il sostegno del governo tedesco, o almeno di una sua parte. Poi ci diamo svegliati una mattina e abbiamo scoperto che non era così. Abbiamo dovuto decidere se ritirarci. Abbiamo scelto di andare fino in fondo e oggi siamo nella posizione attuale».

Servono banche di dimensione europea

Perché secondo Orcel avere almeno alcune banche in Europa di dimensione europea e presenza significativa in tutta Europa è essenziale, anzi fondamentale. Che giustifica con queste parole: «Se la trasformazione e l’integrazione dell’economia dei paesi europei fosse un’auto, le banche e i mercati dei capitali sarebbero la benzina». E aggiunge: «Tutti gli altri blocchi economici, tranne la Ue, lo hanno capito. Per questo cercano di creare un sistema bancario e un mercato dei capitali in grado di sostenere e alimentare la crescita delle loro economie. Noi europei no. È un chiaro svantaggio competitivo». E aggiunge che la mancanza di un mercato dei capitali europei non fa altro che penalizzare l’Europa.

Gli si può dar torto?

Anche perché aggiunge numeri precisi: «In Europa la capitalizzazione è pari al 7% del pil, negli Stati Uniti il 270%. In più il pil degli Usa è nettamente superiore a quello della Ue. E nella Ue il risparmio in strumenti di mercato rappresenta il 93% del pil mentre negli Usa è il 300%. In Europa abbiamo il 33% degli asset finanziari totali in contanti e depositi, negli Usa solo il 10%. Vuol dire che meno del nostro risparmio alimenta i mercati dei capitali e ci sono meno banche forti in grado di sostenere l’economia. E così una parte consistente del risparmio europeo finisce negli Usa».

Una bella lezione anche per Donald Trump

Che bella lezione, non solo per le autorità nazionali ed europee ma anche un avviso indiretto al presidente Trump: non tirare troppo la corda con dazi e altri balzelli.

In altre parole, per Orcel tutto ciò avviene perché non esistono banche realmente europee in grado di gestire i flussi europei e di competere a livello internazionale con le banche americane. Quindi, sembra dire, per favore autorità europee favorite la nascita di banche comunitarie forti che possano gestire il risparmio europeo e competere con le banche americane. «A dimostrarlo ci sono i recenti tentativi falliti in Italia e Spagna di far crescere la dimensione delle banche nazionali perché diventino di reale dimensione europea. C’è sempre questa paura di perdere un’identità nazionale o regionale. Ma costruire l’Europa non significa eliminate l’identità: significa trovare un denominatore comune che sostenga uno sviluppo in grado di difendere quelle identità. In Europa abbiamo perso di vista questo fondamentale obiettivo».

Un avviso anche tecnologico

Per questo, visto che Unicredit è il maggior azionista di Commerzbank, Orcel lancia un avviso anche sul piano tecnologico, di evoluzione in primo luogo della banca tedesca ma in generale per svegliare anche le autorità e gli amministratori delle altre banche europee. Posizione arrogante quella di Orcel? Certamente la modestia non è la sua cifra, ma questa volta ha detto molte cose giuste e vere. E rilancia: «per competere sul piano IT servono centinaia e centinaia di milioni di investimenti. Non credo sia solo cruciale che il sistema europeo si svegli su questo fronte, ma credo anche che ne valga la pena». E il messaggio è diretto in primo luogo alle autorità tedesche che stanno impedendo la integrazione di Commerzbank nel gruppo Unicredit. Sicuramente è una spina nel fianco della Germania che sia una banca italiana e un banchiere italiano a sostenere questa linea, ma non vi è dubbio che l’integrazione, vera, europea passa anche da una integrazione del sistema bancario europeo. Specialmente per una banca come Unicredit che non ha scelto storicamente la strategia di quella che è la prima banca italiana ma anche la prima in Europa e cioè Intesa Sanpaolo.

Cosa si impara dall’esempio di Intesa Sanpaolo

La dimensione e le integrazioni capaci di generare efficienza e copertura, i manager di Intesa Sanpaolo e in primo luogo il consigliere delegato (definizione così italiana invece di Ceo) Carlo Messina l’hanno trovata nell’unione fra attività bancaria e assicurativa, oltre a una amplissima struttura di gestione del risparmio. Ma che anche per il colosso Intesa ci siano altri obbiettivi dal raggiungere lo dimostra anche la scelta di sempre maggiore internazionalizzazione della banca stessa e in particolare della divisione Imi, come spiega in questo numero il responsabile della stessa, Mauro Micillo. Perché non ci sono solo l’Europa e Stati Uniti da guardare e con cui confrontarsi, ma anche il mondo che ha la maggiore concentrazione di liquidità e cioè il Medio Oriente o più precisamente i Paesi arabi del Golfo. Imi Cib già nel 2023 aveva partecipato a emissioni di titoli e finanziamenti nell’area per 60 miliardi con altre banche. Imi è partner strategico degli Emirati Arabi Uniti nello sviluppo del Green Innovation District dell’Expo City Dubai. Come spiega più in dettaglio nell’intervista a Milano Finanza a pag. 21, lo stesso Micillo, oltre all’Europa e agli Usa occorre guardare e confrontarsi anche con l’area dove esiste la maggiore concentrazione di capitali.

Insomma, conforta che le due maggiori banche italiane siano, per così dire, sul pezzo per uno sviluppo non soltanto nazionale. Certo tutte e due (anche se le scelte di Intesa Sanpaolo di essere la prima banca europea non hanno avuto ancora bisogno di guardare ad acquisizioni europee) sono banche da cui il Paese Italia non può prescindere, e non è male che la strategia sia diversificata.

La battaglia di Unicredit in Germania, il maggiore paese europeo, è una super scommessa ma se dovesse riuscire, com’è augurabile, si realizzerebbe quella diversificazione fra le due maggiori banche d’Italia che non potrebbe che far bene alle stesse due banche, determinando una sana competitività di cui il sistema Italia si avvantaggerebbe ulteriormente, godendo già di alta efficienza bancaria.

Quale migliore auspicio e prospettiva per l’inizio del nuovo anno.

L’ultima espressione della presidenza Trump

Al presidente Donald Trump mi accomuna solo l’età e una forte e vecchia amicizia comune con il grande Sirio Maccioni del ristorante Le Cirque di New York, dove non a caso il candidato alla prima nomina a presidente fece la sua prima cena di raccolta fondi. Con tutto il rispetto verso il presidente del più grande paese al mondo, delle sue idee e iniziative, come sa chi legge O&T, questo giornale non ne condivide nemmeno una, a parte l’impegno, ma in maniera inadeguata, che mette nel cercare di far terminare le guerre, col rischio tuttavia di farne esplodere altre. Tuttavia, finora, proprio per il suo approccio, sono state più parole che fatti e spesso fatti riprovevoli anche per le modalità con cui li compie.

Del resto, l’ultima espressione della sua presidenza è la decisione di anteporre il suo nome a quello di John F. Kennedy nella denominazione del Memorial Center for the Performing arts: è stato scritto, e condivido, che il presidente in carica del più grande Paese al mondo sia colpito da athazagorafobia, una parola che con la difficoltà stessa di essere ricordata, definisce ironicamente proprio la paura di essere dimenticati, come si legge sulla rete. E sembra proprio che per questa decisione (che se non fosse stata sua, avrebbe comunque potuto bloccare), il presidente Trump soffra di questa sindrome e da vivente voglia garantirsi la memoria.

L’idea di Memoria per Trump

C’è qualcuno di sensato che possa condividere una tale decisione, senza pensare che il presidente Trump, anche se riuscirà a far finire una guerra, debba essere ricordato per questo merito piuttosto che per la sua fobia di non volere essere dimenticato? Questa decisione-richiesta per il Memorial Center of Performing arts, che era stato intitolato al presidente Kennedy a perenne memoria della sua uccisione oltre che per la svolta democratica che aveva impresso agli Usa, dimostra che la parola Memoria per il presidente Trump vuol dire celebrazione ed esaltazione in vita e non dopo la morte, appunto per il ricordo da parte dei posteri. In altre parole, l’ambizione di Trump non avendo limiti, si legge anche dalla sua decisione (rivelata da MF di venerdì 2 grazie alla partnership che il nostro quotidiano ha con The Wall Street Journal), nonostante il consiglio contrario dei medici, di continuare a mangiare cibi grassi e salati come hamburger e patatine fritte. Che il presidente Trump abbia la convinzione di essere immortale e quindi che il suo nome sul Memorial Center debba esserci da subito, tanto lui è immortale? (riproduzione riservata)