La scadenza da segnare in calendario è il 30 aprile. Entro questa data banche e intermediari finanziari sono tenuti a spedire ai propri clienti il rendiconto annuale su costi e oneri previsto dalla direttiva Mifid II. È il documento che riporta in dettaglio le spese sostenute l’anno precedente per gli investimenti effettuati (fondi, gestioni e altri strumenti come conti titoli, polizze Etf, derivati, certificati) e quanto queste hanno inciso sui rendimenti. Questo obbligo, introdotto nel 2018, ha lo scopo di aumentare la trasparenza e proteggere gli investitori. Nel documento devono essere indicate in modo chiaro tutte le spese, incluse quelle fiscali, sia in valore assoluto sia in percentuale (tabella in pagina), così da permettere confronti tra diversi strumenti finanziari e scoraggiare pratiche poco trasparenti del passato, quando i costi venivano spesso nascosti in strutture commissionali complesse. Si tratta di un documento ex post, perché riporta i costi effettivamente sostenuti nell’anno precedente, permettendo una valutazione della convenienza degli investimenti effettuati perché somma costi visibili e nascosti e li rapporta al rendimento del portafoglio. Grazie a questo prospetto, l’investitore può quindi capire quanto ha guadagnato o perso e quanto le spese hanno inciso sui risultati. Lo strumento però non è ancora adeguatamente conosciuto dagli italiani, come emerge dall’ultimo sondaggio di Moneyfarm.
Dall’analisi emerge come il 36% ignori del tutto o quasi l’esistenza del rendiconto, nonostante il 97% consideri le commissioni un fattore rilevante nelle decisioni di investimento. Anche tra chi è a conoscenza di questo report, però, c’è grande incertezza sulle modalità di informazione: quasi il 60% ammette di aver fatto fatica a reperire il documento, di non sapere dove trovarlo o di non averlo mai ricevuto, mentre solo il 40% sa con certezza che deve essere inviato dagli intermediari ogni anno entro il 30 aprile.
Il risultato è che i costi restano nascosti. Eppure leggerlo permette di capire per cosa si sta pagando e eventualmente passare all’azione: confrontare più anni per verificare la dinamica dei costi, negoziare le commissioni per ridurre l’onere, centralizzare le posizioni.
In attesa della ricezione di questo rendiconto, e soprattutto della sua lettura, esiste un altro documento, il Kid (Key information document), che consente di conoscere i costi di un prodotto finanziario prima della sottoscrizione. Anch’esso in vigore dal 2018 nell’Ue, è un prospetto sintetico che fornisce le principali informazioni sui prodotti di investimento e assicurativi collocati al retail, inclusi gli Etf. E’ utile per i risparmiatori perché è standardizzato e breve (massimo tre pagine) e permette di conoscere in anticipo costi, possibili scenari e impatto delle spese sui rendimenti. Nel Kid dei fondi è presente una sezione dedicata ai costi, che distingue da una parte le spese una tantum di sottoscrizione e di uscita e dall’altra le spese correnti annuali (ongoing charges) che rappresentano un indicatore complessivo sulle commissioni di gestione e di collocamento (queste ultime solo per i fondi a cedola), oltre ad altri costi minori come quelli amministrativi o di banca depositaria. Restano invece escluse dall’indicatore le commissioni di performance, di ingresso e uscita e i costi di transazione, poiché sono variabili o occasionali.
Le spese correnti vengono calcolate sulla base dei dati dell’anno precedente. Sono espresse come percentuale del patrimonio medio del fondo. Questo indicatore, oltre che nel Kid, compare anche nei documenti informativi utilizzati per la vendita dei fondi. Con la pubblicazione dei bilanci 2025 è possibile avere una prima idea dei costi sostenuti dai fondi e confrontarli con i rendimenti ottenuti, in attesa dei rendiconti personalizzati.
Fida ha raccolto per MF-Milano Finanza le spese correnti dei fondi italiani ed esteri mettendo a confronto quelli più costosi e quelli più economici insieme ai rispettivi rendimenti relativi al 2025, quindi allo stesso anno dei costi. E questi dati confermano che i fondi più cari appartengono spesso a gestioni attive, mentre quelli meno costosi sono generalmente fondi passivi o indicizzati, come gli Etf, che non prevedono l’intervento diretto di un gestore. In alcuni casi, costi più elevati sono accompagnati da rendimenti più alti, mentre in altri le differenze sono meno marcate. I fondi sono stati raggruppati in dieci macro-categorie, di cui sei azionarie e quattro obbligazionarie. Per ciascuna sono stati selezionati i cinque prodotti con le spese correnti più alte e i cinque con i costi più contenuti (tabelle in pagina). A questo parametro è stata affiancata anche la commissione di performance applicata nel 2025, esclusa dal calcolo delle spese correnti. È stato inoltre indicato il rendimento registrato nello stesso anno, così da valutare se i costi siano giustificati dai risultati conseguiti. Tra i prodotti più onerosi figurano fondi di case come Azimut, JP Morgan Am e Pictet, storicamente focalizzate sulla gestione attiva. Sul fronte opposto, i più convenienti sono soprattutto fondi passivi o indicizzati, come quelli di iShares, Vanguard e Amundi, caratterizzati da costi più bassi proprio per l’assenza di una gestione attiva volta a generare extra rendimento.
Tra gli azionari Italia, ad esempio, uno dei comparti con le spese correnti più elevate, Lemanik Sicav High Growth ha addebitato il 2,63% ma ha reso nel 2025 il 55,97%, mentre Sella Investimenti Azionari Italia, tra i meno cari della categoria, ha avuto spese correnti 2025 dello 0,8% a fronte di una performance del 32,63%. A confronto lo scorso anno l’indice Ftse Mib è salito del 30%. Nel comparto obbligazionario, dove i rendimenti sono stati mediamente più bassi degli azionari nel 2025, le commissioni hanno pesato di più sul risultato finale: tra gli obbligazionari area euro governativi, ad esempio, il più caro, il Jpm Morgan Italy Flexible Bond ha avuto una performance del 3,08% con spese correnti del 2,21%. Tra i meno cari, l’Amundi Obbligazionario Breve Termine, con spese correnti dello 0,27% ha reso il 3,21%. Nel complesso, anche se i fondi hanno beneficiato dell’andamento positivo dei mercati nel 2025, il tema dei costi resta centrale per gli investitori soprattutto in una fase come l’attuale di correzione. La crescente diffusione degli Etf sta spingendo i gestori attivi a dimostrare il valore aggiunto delle proprie strategie. Negli Usa, ad esempio, la competizione ha già portato a una netta riduzione delle commissioni. (riproduzione riservata)