Negli ultimi tempi, gli addetti ai lavori stanno guardando con crescente attenzione all'attività degli insider – ovvero dirigenti e membri dei consigli d’amministrazione – come indicatore anticipatore dei mercati. Secondo Jesse Felder – gestore di un hedge fund con diversi miliardi di dollari in gestione e analista di mercato statunitense, noto per il suo approccio contrarian e per integrare analisi fondamentale, tecnica e macroeconomica – l’analisi aggregata delle transazioni degli insider rappresenta uno degli strumenti più potenti per comprendere le tendenze future di utili ed economia.
«È il primo indicatore che ho imparato a monitorare a Wall Street. Quando si vedono cluster di acquisti da parte degli insider, di solito è un ottimo segnale: significa che i dirigenti credono nella propria azienda e considerano le azioni sottovalutate. Al contrario, ondate di vendite possono segnalare preoccupazioni sui fondamentali», ha spiegato l’esperto durante il podcast WorthNet.
Negli ultimi dodici mesi, il quadro non è rassicurante. L’anno scorso, il rapporto tra vendite e acquisti da parte degli insider ha raggiunto livelli estremi, superando 30 a 1: per ogni dollaro investito, 30 venivano incassati. Si tratta di un dato che storicamente ha anticipato periodi di recessione o cali degli utili, come accadde nel 2021, poco prima dell’avvio del mercato ribassista del 2022.
A un anno da quel picco, iniziano a manifestarsi segnali di debolezza nei mercati azionari, ma secondo Felder non abbiamo ancora visto il peggio. Stando alle parole dell’analista e gestore statunitense, le previsioni basate sui comportamenti degli insider suggeriscono che entro la fine dell’anno potremmo assistere a una vera e propria recessione degli utili, ben più profonda della flessione osservata ad aprile, innescata dagli annunci tariffari. In merito ha affermato:«Non si tratta solo di reazioni momentanee a eventi esterni. Le vendite massive indicano una visione sistemica pessimista da parte dei top manager».
Questa tendenza non si è fermata. Nella settimana dal 21 al 27 luglio, il rapporto vendite/acquisti è stato di 80 a 1. Anche osservando l’indicatore a 13 settimane, che dà una visione di medio periodo, la pressione di vendita resta forte. Per un’inversione credibile, il rapporto dovrebbe scendere sotto quota 10. Ma, al momento, non ci sono segnali di acquisti consistenti o sostenuti, come invece avvenne nella primavera del 2022, quando gli insider iniziarono ad accumulare titoli a prezzi ribassati, anticipando la ripresa di fine anno.
«All’epoca fu un segnale perfetto: mentre il consenso era pessimistico, loro stavano comprando. Ora, invece, non stanno facendo nulla di simile», sottolinea Felder.
L’analisi suggerisce che le previsioni attuali degli analisti, che stimano una crescita dell’8% degli utili per l’S&P 500, siano troppo ottimistiche. Gli insider, al contrario, si preparano a una revisione al ribasso delle stime, che potrebbe innescare un calo più marcato e duraturo dei mercati.
Oltre alle transazioni degli insider, un altro indicatore chiave è l’Economic Predictors Index, basato sulla performance relativa dei settori più sensibili all’economia reale (small cap, retail, edilizia, materiali industriali). Storicamente, durante le fasi di ripresa sostenibile, questi settori guidano i rimbalzi di mercato. È quanto accadde nel 2020, quando gli stimoli fiscali e monetari fecero decollare settori ciclici e industriali.
Ma oggi non sta succedendo. Il rimbalzo recente è stato trainato quasi esclusivamente dai titoli tecnologici più capitalizzati, i cosiddetti ‘Magnifici Sette’. Al contrario, i settori sensibili all’economia – come small cap e costruttori edili – continuano a sottoperformare.
«Questo è un segnale d’allarme. La parte più sensibile del mercato non sta partecipando al rialzo. Significa che la ripresa è debole, forse solo temporanea» avvisa Felder ai microfoni di WorthNet.
In altre parole, se non saranno proprio gli insider a crederci per primi, sarà difficile per il mercato sostenere l’attuale ottimismo.(riproduzione riservata)