Bce-Fed, come cambia lo scenario sui tassi con la crisi Usa-Iran? Ecco le attese sulle prossime mosse
Bce-Fed, come cambia lo scenario sui tassi con la crisi Usa-Iran? Ecco le attese sulle prossime mosse
Un aumento duraturo dei prezzi di petrolio e gas farebbe salire l’inflazione

di Francesco Ninfole 02/03/2026 21:45

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La Bce non ha fretta di rispondere all’aumento dei prezzi dell’energia e aspetta di capire se i rialzi di petrolio e gas saranno duraturi. Per il momento la guerra nel Medioriente è un motivo in più per mantenere l’approccio «agile» sui tassi, con decisioni «riunione per riunione», visto l’ulteriore incremento dell’incertezza per l’economia europea.

Gli operatori monetari hanno ridotto le (già basse) probabilità di un taglio dei tassi quest’anno. I mercati sono ancora più convinti che Francoforte non si muoverà nella riunione del 19 marzo e sarà ferma per tutto il 2026.

La Bce monitora «con grande attenzione la situazione globale per comprenderne le conseguenze economiche», ha detto la presidente Christine Lagarde.

«Non sappiamo molto, quindi non mi affretterei certo a reagire a eventuali movimenti dei prezzi dell’energia», ha sottolineato il governatore belga Pierre Wunsch. «Se la situazione dovesse protrarsi più a lungo e se l’aumento dei prezzi dell’energia fosse più consistente, allora dovremo applicare i nostri modelli e vedere cosa succede». Per il momento secondo Wunsch «bisogna «guardare oltre» e vedere quali saranno gli sviluppi, restando aperti ad altri scenari».

Anche secondo il governatore irlandese Gabriel Makhlouf e quello austriaco Martin Kocher è «troppo presto» per trarre conclusioni.

Di solito i banchieri centrali «guardano oltre» (look through), cioè osservano gli sviluppi senza intervenire, in caso di variazioni temporanee dei prezzi dell’energia perché l’obiettivo è mantenere l’inflazione al 2% nel medio termine. Sarà perciò decisivo valutare la durata di uno shock energetico, l’impatto sulle aspettative di inflazione e gli eventuali effetti di secondo livello, per esempio sui salari.

L’Eurozona ha vissuto soltanto pochi anni fa un forte rialzo dei prezzi energetici, dopo l’invasione russa dell’Ucraina. È presumibile che l’esperienza recente spinga ancora di più alla cautela i banchieri centrali di Francoforte.

Gli analisti attendono le prossime proiezioni macroeconomiche Bce di marzo che però potrebbero non includere l’impennata di ieri dei prezzi dell’energia.

Le proiezioni macroeconomiche e l'obiettivo di inflazione

Le ultime previsioni, pubblicate a dicembre, erano basate su petrolio a 65 dollari quest’anno (ha raggiunto i 78 dollari) e gas a 33 euro (43 euro).

Va ricordato però che le proiezioni mostravano l’inflazione quest’anno all’1,9% e il prossimo all’1,8%, quindi sotto l’obiettivo del 2%. Non a caso, prima della crisi iraniana, c’erano soprattutto timori al ribasso. C’è quindi un po’ di margine sul carovita.

Inoltre l’effetto al rialzo sull’inflazione potrebbe essere compensato nel medio periodo da quello legato alla minore crescita economica. Il maggiore costo di gas e petrolio ha impatto negativo sul pil e potrebbe contrastare le attese di una crescita più sostenuta quest’anno (1,2% secondo le ultime stime Bce).

Resta però da capire di quanto e per quanto saliranno i costi energetici. Per Berenberg «un aumento sostenuto del prezzo del petrolio di 15 dollari al barile potrebbe aumentare l’inflazione nell’Eurozona di quasi lo 0,5%. Ma Trump farà di tutto per evitare un aumento duraturo dei prezzi dell’energia che potrebbe danneggiarlo sul fronte interno in vista delle elezioni di novembre».

Per la Fed lo scenario è in parte diverso rispetto alla Bce. L’economia americana è più protetta da un forte aumento dei prezzi dell’energia grazie all’ingente produzione interna.

Inoltre Kevin Warsh prenderà a maggio il posto di Jerome Powell alla presidenza: questo fattore potrebbe rendere la Fed più colomba da giugno. Il mercato continua così a prevedere due tagli negli Usa quest’anno, ma le riduzioni dei tassi potrebbero diventare più difficili in caso di forte escalation in Iran. Secondo gli economisti l’inflazione negli Stati Uniti potrebbe risalire verso e oltre il 3% anche a causa di dazi e stimolo fiscale. (riproduzione riservata)