Il rinnovato ottimismo sui dazi americani ha sostenuto il sentiment positivo sui listini. L’accordo commerciale Usa-Giappone alimenta la convinzione che anche l’intesa con l’Ue possa essere trovata a condizioni migliori rispetto a quanto inizialmente prospettato. All’indice Nikkei, che nell’ultima settimana si è portato sui massimi da luglio 2024, ha risposto a Wall Street l’S&P500 con un nuovo record a 6.381,3 punti, sostenuto da indicazioni incoraggianti sul fronte dei risultati societari.
Piazza Affari non è stata da meno: il Ftse Mib si è spinto fino a 41.136,2 punti, top da ottobre 2007. E il Vix, l’indice della volatilità, è sceso a 14,9 punti, valore piuttosto basso (i minimi storici sono a ridosso di 10). «Se verrà confermato l’accordo Usa-Ue, pensiamo che si materializzerà il minore dei mali, a fronte di un contesto comunque complesso per molte società e non così semplice da gestire», afferma a MF-Milano Finanza Alberto Villa, responsabile equity research di Intermonte. «La reazione positiva degli ultimi giorni è legata all’aspettativa che stia finendo una fase di estrema incertezza e si possa voltare pagina in uno scenario più stabile per la pianificazione di attività commerciali e investimenti».
Se così fosse, a Piazza Affari potrebbe tornare l’interesse sui titoli ciclici, molto penalizzati (vedere tabella in pagina) dall’incertezza post Liberation Day. Alcuni, come Prysmian, hanno già reagito. Anche i titoli del lusso, ad esempio Moncler, dopo la recente performance negativa, potrebbero riprendersi. Mentre Tenaris ed Eni restano influenzate dall’andamento del petrolio.
«Uno scenario più favorevole sui dazi può sostenere anche Pirelli e Brembo. Invece, Stellantis potrebbe finire di scendere, ma per il titolo rimangono cruciali accordi commerciali meno penalizzanti con Messico e Canada, dove la visibilità rimane molto scarsa. Infine, per Diasorin le tariffe rimangono un tema, anche se al 15%, con il titolo che ha perso molto terreno», precisa Villa. Tuttavia la guerra commerciale non è l’unico rischio. Amadeo Alentorn, lead investment manager systematic equities di Jupiter am, ha individuato altri quattro spauracchi che potrebbero impattare negativamente sui mercati.
La valuta di riserva più importante al mondo è scesa al livello più basso degli ultimi tre anni, erosa da un mix d’instabilità fiscale interna, politiche commerciali imprevedibili e mutevolezza delle alleanze monetarie globali. Il debito nazionale Usa ha superato i 36.200 miliardi e, il 16 maggio, Moody’s ha declassato il debito sovrano Usa da Aaa ad Aa1, prevedendo che quello federale raggiunga il 134% del pil entro il 2035 (98% nel 2024). Come se non bastasse il department of Government Efficiency (Doge) ha tagliato la spesa meno del previsto e il One Big Beautiful Bill dei repubblicani aggiungerà migliaia di miliardi alle passività a lungo termine del governo.
Alentorn teme che, con l’aumentare della pressione fiscale, gli Usa debbano affrontare una spesa per la difesa non programmata in seguito a disordini geopolitici e che i dazi sulle importazioni alimentino l’inflazione. Nonostante una crescita economica rallentata, la Fed potrebbe essere costretta a mantenere tassi alti a lungo. Pe via del calo delle entrate fiscali e dell’aumento dei costi di copertura del debito, i pagamenti annuali degli interessi sul debito nazionale potrebbero superare i 1.200 miliardi, spingendo le agenzie a nuovi tagli di rating. I Treasury subirebbero un sell-off, facendo salire i rendimenti e rendendo più difficile per il governo finanziarsi a costi convenienti. Di riflesso le banche centrali straniere ridurrebbero le posizioni sul debito Usa.
Nel frattempo, avverte l’esperto di Jupiter am, prima delle elezioni di metà mandato del 2026, la polarizzazione politica si potrebbe intensificare. Trump farebbe notizia nell’affermare di volere ottenere un terzo mandato, nonostante i limiti costituzionali. L’oro raggiungerebbe nuove vette e la volatilità sui listini salirebbe. La piattaforma di regolamento degli scambi dei Brics+ prenderebbe quota. Entro fine 2026, petrolio, gas naturale e metalli strategici sarebbero sempre più prezzati e regolati in yuan e rupie.
In seguito ai recenti attacchi israeliani e statunitensi sugli impianti nucleari iraniani, il Parlamento iraniano ha votato a favore della chiusura dello Stretto di Hormuz. La decisione è in attesa di essere approvata dal Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale. Nello Stretto passano 20 milioni di barili di petrolio al giorno, il 20% del consumo globale. Destinazione: Cina, India, Giappone, Corea del Sud, Singapore e Stati Uniti.
Se l’Iran chiudesse lo Stretto di Hormuz, si interromperebbero le forniture globali di greggio. Anche se esistono rotte di esportazione alternative, hanno però una capacità limitata. In risposta a una riduzione dell’offerta, i prezzi dell’oro nero salirebbero. Spedire beni attraverso camion, aerei o navi e produrre beni a base di petrolio diventerebbe più costoso. Le aziende scaricherebbero i costi più elevati sui clienti, l’inflazione aumenterebbe e la Fed rinuncerebbe a un taglio dei tassi. L’azionario crollerebbe.
I microchip sono un’altra risorsa fondamentale, alla base di moltissimi oggetti: da computer e telefoni ad auto, dispositivi medicali e macchinari industriali. La produzione più avanzata di semiconduttori si concentra a Taiwan e in Corea del Sud. Si stima che Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (Tsmc) produca il 90% della fornitura globale di chip per i computer più avanzati. Apple e Nvidia dipendono molto da Taiwan. Il Chips and Science Act, approvato dal presidente Biden nel 2022, si proponeva di rafforzare la produzione di semiconduttori su suolo americano. Nel 2025 Trump l’ha ridisegnato per enfatizzare la produzione interna. Tuttavia, nonostante Tsmc abbia aperto un sito di produzione di chip in Arizona, la tecnologia Usa rimane dipendente dalle catene di distribuzione internazionali.
Le tensioni tra Stati Uniti e Cina potrebbero aggravarsi fino a sfociare in una guerra commerciale per la tecnologia. Trump potrebbe imporre che tutti i chip usati nei settori fondamentali siano «Made in America». In risposta, la Cina inasprirebbe i controlli, le multe e introdurrebbe nuove regole sulla localizzazione dei dati, sospenderebbe la concessione di licenze e rallenterebbe lo sdoganamento per i beni legati ai semiconduttori. Tsmc sospenderebbe alcune delle spedizioni all’estero. Le strozzature delle catene di fornitura peggiorerebbero. E i tempi di consegna si allungherebbero. Le azioni di Tsmc, Apple, Nvidia e altre aziende tecnologiche soffrirebbero. Dominerebbe la stagflazione.
Probabilmente il periodo 2025-2029 sarà il quinquennio più caldo mai documentato. Sia i livelli del mare sia le temperature si stanno alzando, con conseguenze per milioni di persone che vivono in zone costiere. Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico ha previsto un aumento dei livelli globali del mare compreso tra 0,15 e 0,29 metri entro il 2050. Si stima che eventi estremi che si verificano una volta ogni 100 anni si presenteranno almeno una volta all’anno in oltre la metà di tutte le località in cui si misurano le maree. Un aumento del livello del mare di 0,3 metri aumenterebbe in modo significativo la frequenza e la gravità di inondazioni costiere negli Stati Uniti. Entro il 2040 o 2050, l’aumento del livello del mare potrebbe portare sottacqua parti di Miami, New Orleans e il Sud-Est Asiatico.
Le compagnie di assicurazione smetterebbero di erogare polizze per le proprietà ad alto rischio e ottenere un mutuo diventerebbe difficile o impossibile. I titoli garantiti da mutui ipotecari subirebbero un forte riprezzamento. I valori delle proprietà in aree costiere, aride e inclini agli incendi precipiterebbero. Ma, a differenza del 2008, non ci sarebbe un salvataggio finanziario per cui si inaugurerebbe una nuova era di instabilità dovuta al clima.
«Non sappiamo se uno dei rischi di cui abbiamo parlato si concretizzerà ma le preoccupazioni degli investitori a loro riguardo sono sufficienti a muovere i mercati. In tempi di incertezza, è importante per gli investitori essere ben diversificati», afferma Alentorn, convinto che avere in portafoglio il tradizionale azionario long-only e le obbligazioni non basti più.
Gli investitori, suggerisce l’esperto, dovrebbero considerare un aumento della diversificazione includendo asset alternativi come l’azionario market neutral, che ha una bassa correlazione con l’azionario e l’obbligazionario tradizionale. «Una strategia azionaria market neutral punta a generare alpha (rendimenti superiori a un benchmark di liquidità), piuttosto che dipendere dalla direzione del mercato. Bilanciando posizioni lunghe e corte», spiega, «ha l’obiettivo di generare rendimenti non correlati all’andamento del mercato, offrendo una possibile resilienza in contesti sia di crescita che di contrazione». (riproduzione riservata)