La metamorfosi del fintech: multipli sempre più bassi e simili a quelli delle banche. È il momento di entrarci?
La metamorfosi del fintech: multipli sempre più bassi e simili a quelli delle banche. È il momento di entrarci?
Ormai il 63% del giro d’affari del settore proviene da attività di banking. Una dinamica che si sta per riflettere anche nei multipli, vista anche la crescita massiccia delle licenze bancarie. Il report di McKinsey

di di Marco Capponi 22/05/2026 20:00

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È una storia curiosa, quella del settore fintech. Fino a oggi il comparto - quando si parla del suo posizionamento all’interno di un portafoglio di investimento - è stato sempre considerato per la seconda parte del suo nome: un cugino di primo grado della tecnologia. E i numeri sembrano confermarlo: attualmente il rapporto prezzo-utili dell’indice Msci World Imi Fintech Innovation è pari a 35,6. Quello dell’Msci World Information Technology è pari a 39, contro un multiplo di 24 dell’Msci World classico.

Ma se si guarda ai multipli prospettici la musica cambia: il p/e atteso del fintech a un anno scende a 17, quello del tech è pari a 23, l’Msci World a 19. Insomma, il fintech è in prospettiva meno caro rispetto alle azioni globali. Cosa raccontano questi numeri? Che il fintech, per la conformazione che sta prendendo, si sta avvicinando sempre più alla prima metà del suo nome (quella finanziaria), anche nel suo ruolo in portafoglio. Anche se il p/e atteso dell’Msci World Banks è ancora più basso, inferiore a 12.

Fintech in formato banca

Ad avallare questa tesi è anche uno studio di McKinsey che, numeri alla mano, parte da una considerazione interessante: «L’arrivo del fintech in modalità banca potrebbe portare con sé un repricing al ribasso delle valutazioni: oggi gli operatori fintech sono valutati con multipli tech, ma se iniziano a contabilizzare depositi e mutui nei propri bilanci gli investitori potrebbero applicare i multipli più contenuti del settore bancario».

D’altronde, come si vede nella tabella in pagina ormai il 63% dei 650 miliardi di dollari di ricavi globali delle società fintech arriva da attività di banking: pagamenti, che pesano per 250 miliardi (e sono l’attività da cui molti colossi come Mastercard, Visa o PayPal sono partiti), ma anche attività di lending (120 miliardi) e depositi (40). Mentre il restante 37% del giro d’affari proviene da attività di wealth e asset management, capital market e settore assicurativo.


Cosa succede in Europa

Sul fatturato totale l’Europa vale circa 110 miliardi, anche se rispetto alle altre aree del globo la conformazione che il fintech ha assunto nel Vecchio continente è peculiare. Dopo i pagamenti (circa un terzo del fatturato complessivo), il secondo bacino di ricavi è il business assicurativo (17%), seguito da asset e wealth management (14%).

Risulta invece ancora comprimaria la componente del lending e dei depositi, già molto sviluppata - ad esempio - nell’Asia-Pacifico e in America Latina. Al di là dei singoli mercati regionali però la tendenza è ormai definita: le realtà fintech, nate come verticali specializzati in singole attività (pagamenti, investimenti, robo-advisory) si stanno progressivamente trasformando in banche a tutti gli effetti. McKinsey calcola come solo nel 2025 siano state 21 le fintech che hanno richiesto la licenza bancaria negli Usa - più che nei quattro anni precedenti messi insieme - con tempi di approvazione ridotti del 40%. In Europa, ricorda il report, Monzo ha ottenuto la licenza irlandese, Revolut quella del Regno Unito (e ha chiesto quella francese), mentre l’unicorno britannico Zilch ha annunciato all’inizio di quest’anno l’acquisizione della lituana Fjord Bank per la licenza europea.

La nuova era

Secondo lo studio il settore è dunque entrato in una nuova fase di maturità dopo le grandi iniezioni di capitali di rischio (spesso non giustificate dai fondamentali) del biennio 2021-21 e la successiva fase di reset. Nonostante ciò, la ripresa ancora non si è ancora pienamente riflessa nei corsi borsistici: basti pensare che l’indice Msci World Imi Fintech negli ultimi cinque anni ha registrato una performance annualizzata in dollari negativa dell’1,3%, anche se dal suo lancio nel 2016 sovraperforma ancora l’Msci World di circa 3 punti percentuali all’anno.

McKinsey vede però margini di ripresa: secondo quanto risulta nel report, le fintech crescono tre volte e mezzo più velocemente delle banche tradizionali, ma rappresentano ancora solo il 4% dei ricavi dei servizi finanziari.

In che direzione va il settore

Poste queste premesse, il colosso della consulenza identifica la fase attuale come l’inizio della «quinta era» del fintech e individua quattro forze strutturali che ne stanno cambiando le regole e che potrebbero trainarne la ripartenza. «La prima è l’intelligenza artificiale: le fintech la stanno già utilizzando per sviluppare in poche settimane prodotti che prima richiedevano anni, servire segmenti di clientela prima non sostenibili e aumentare l’efficienza», commenta Nunzio Digiacomo, senior partner di McKinsey.

La seconda «è la crescita degli asset digitali, come stablecoin e depositi tokenizzati: grazie a transazioni istantanee a costi minimi, il loro potenziale nei pagamenti internazionali e nelle rimesse è sempre più evidente». C’è poi il tema già affrontato delle «licenze bancarie, sempre più viste non come un vincolo ma come una leva strategica per accedere a funding più efficiente, accelerare l’espansione e rafforzare la relazione con i clienti». E per finire, la nuova generazione delle «fintech orizzontali: aziende software che supportano gli operatori tradizionali nei processi di digitalizzazione» anziché mettersi in competizione con loro. (riproduzione riservata)