«Chi vuol esser lieto sia: di doman non v’è certezza».
Se Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico, vivesse i nostri giorni sicuramente ridurrebbe all’ultima parte, quella sopra fra virgolette, la sua famosa strofa che invece iniziava così: «Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia!» e arrivava quindi all’incertezza del domani.
E oggi sono proprio i giovani a soffrire di più non solo l’incertezza, atroce, del futuro, ma anche il drammatico presente. Sono almeno otto decenni che il mondo, finita la Seconda guerra mondiale nel 1945, non viveva un periodo così drammatico e incerto come quello attuale. E l’indice più esplicativo del momento è il boom del prezzo dell’oro: esattamente cinque anni fa valeva 50 euro al grammo; giovedì 27 novembre il valore registrato è stato di 117 euro al grammo. Quindi l’innalzamento del valore in 5 anni, e con picco negli ultimi tempi, è stato del 134%.
Sull’oro come bene rifugio, anche e soprattutto dalla paura, c’è un’ampia letteratura che potrebbe essere narrata ancora da chi ha vissuto l’ultima guerra mondiale.
Il fatto che negli ultimi cinque anni, con un crescendo progressivo, il prezzo dell’oro sia salito dove non era mai arrivato così alto che cos’è, se non una conseguenza dalla paura del futuro, sulla quale naturalmente si inserisce la speculazione? Ma fino a quando a operare con questo sentimento speculativo sono i privati, passi. Il grave è che sono in atto più manovre perché a godere del balzo dell’oro siano anche gli stati in quanto tali.
E da questo lato spiace constatare che l’Italia sia in prima fila, con il governo che tenta di avviare una manovra perché l’oro detenuto dalla Banca d’Italia passi direttamente nelle casse dello stato, come se la Banca d’Italia anche se non esattamente nella forma, essendo il suo capitale posseduto da banche e assicurazioni italiane, nella gestione non avesse come dominus il governo e quindi lo stato avendo lo stesso governo il potere di designazione e quindi di nomina del governatore e in più essendo assolutamente un istituto di diritto pubblico.
In questi ultimi giorni si sono levate molte voci autorevoli (per esempio mercoledì 26 su queste pagine, Angelo De Mattia, una vita in Bankitalia e poi l’ex direttore generale, Salvatore Rossi) perché il governo desista dalla manovra di tentare di trasferire nel patrimonio dello stato quell’oro che con una forte plusvalenza per il trend in atto è arrivato a toccare intorno a 270-275 miliardi di euro.
La manovra che il governo voleva compiere non è temeraria semplicemente perché l’oro nei forzieri della Banca d’Italia è assolutamente più sicuro, non solo dai furti, rispetto a qualsiasi collocamento di possesso da parte dello stato, ma anche perché i Trattati europei affermano che le riserve auree sono di proprietà delle banche centrali e ne vietano l’utilizzo nel bilancio pubblico. Per una ragione molto semplice: le riserve auree, come dice la parola stessa riserve, sono una sorta di ultima garanzia per la politica monetaria di tutta l’Europa rispetto alla moneta euro.
Nonostante ciò, e non si capisce in base a quale correttezza parlamentare, è stato dichiarato dal parlamento ammissibile l’emendamento 1.1 della manovra di bilancio che prevede appunto il passaggio del valore dell’oro Bankitalia al bilancio dello stato, anche se letteralmente la formula specifica dell’emendamento indica altri termini: «Le riserve auree di Banca d’Italia appartengono allo stato in nome del popolo italiano».
Non può avere, questo emendamento, altro che un valore politico perché sul piano economico e finanziario e del trattato che ha istituito l’euro, le riserve auree della Banca d’Italia sono anch’esse, come quelle degli altri stati, al sostegno dell’euro. Nello specifico, i Trattati europei stabiliscono che le riserve auree di ciascuna banca centrale sono appunto di proprietà delle banche centrali e ne vietano l’utilizzo ai fini del bilancio pubblico dei singoli stati. E poi, monsieur de la Palice spiegherebbe che la enfatica dichiarazione nell’emendamento alla legge di bilancio è quanto di più scontato ci possa essere, perché è nei fatti che le riserve auree concorrano alla solidità dell’euro e quindi a vantaggio dei cittadini e nel caso specifico di quelli italiani.
Sì, in tal senso si potrebbe anche dire che le riserve auree sono dei cittadini come del resto tutti gli altri beni degli stati, ma ciascun bene ha una funzione e quelle delle riserve auree è quella di garantire il più possibile la stabilità monetaria, che è sempre relativa ad altre monete. Quindi più forti sono le garanzie e maggiore è la tranquillità monetaria su cui i cittadini possono contare.
A presentare l’emendamento relativo alle riserve auree è stato, come primo firmatario, il capo gruppo di FdI, Lucio Malan e quell’enfatica dichiarazione è ricca di una certa retorica. Che quindi si faccia appello al popolo passi: poco conta visto chi è il partito di maggioranza a richiederlo. Ma non fa specie che lo stesso partito ipotizzi questa enfatica dichiarazione che le riserve auree passino da Bankitalia a qualche forziere dello stato in nome del popolo italiano. Se c’è in Italia, a prescindere dai trattati europei che sono inequivocabili, una istituzione che ancora gode del pieno rispetto del popolo italiano questa è la Banca d’Italia.
Per fortuna, alla fine ad archiviare la vexata questio dell’emendamento aurifero, evitando che sia inserito in manovra, è intervenuta l’intelligenza istituzionale della presidente del consiglio Giorgia Meloni.
Scusate, cari lettori, questo excursus, ma una settimana fa si sono svolte le elezioni in tre importantissime regioni del Paese con un esito disastroso sul piano della partecipazione al voto anche solo rispetto a cinque anni fa. Tutto ciò dovrebbe spingere l’insieme dei partiti a domandarsi come recuperare la fondamentale partecipazione al voto, operazione per la quale la maggioranza di governo dovrebbe impegnarsi, eliminando grida da comizio postbellico e da polemiche ridicole sul piano sostanziale.
Resta il fatto inequivocabile che il rialzo costante del valore dell’oro è l’indice della crescente sfiducia dei cittadini di tutto il mondo, o almeno di larghissima parte di esso, nei confronti dell’andamento gestionale dell’economia e dei rapporti fra stati e blocchi, tipica dei tempi di pre-guerra.
E la conferma ulteriore che il mondo è tornato, per paura, alla ricerca spasmodica dell’oro viene anche da una notizia californiana. A Jamestown, alla base della Sierra Nevada appunto nella ricchissima California, c’è chi insegna, avendo esperienza di miniera, come si deve muovere la padella per setacciare la terra e far emergere l’oro. E lo fa anche con un giornalista inglese che è andato sul posto proprio per documentare il ritorno della febbre dell’oro dell’epopea americana dei cowboy. Sotto gli occhi del giornalista, il cercatore minatore di vecchia data, fa emergere, setacciando la terra, una pipita di poco più grande di mezza unghia di un dito mignolo.
Del resto, se l’aumento del prezzo su base cinque anni è stato del 134%, il massimo del prezzo è stato toccato un mese fa circa, con 120 euro al grammo.
Tutto questo indica ancora in maniera più drammatica (se mi è consentita questa espressione forte) che la febbre dell’oro non è altro che la febbre da preoccupazione per i cittadini del mondo del futuro di essi stessi. E alcuni analisti americani non si preoccupano di prevedere che il valore dell’oro possa arrivare l’anno prossimo a 5.000 dollari all’oncia, 140 euro al grammo.
Che il presidente Donald Trump abbia fatto il pieno, oltre che di criptovalute, anche di certificati di proprietà dell’oro?
Speriamo di no, perché proprio lui, che per ora è il più potente del mondo, ha dato un contributo sostanziale di preoccupazione ai cittadini del mondo per il modo in cui opera, magari ottenendo anche qualche risultato concreto come a Gaza, ma con la mancanza di linearità e quindi di messaggi coerenti l’uno con l’altro al posto di messaggi ognuno contrario dell’altro, come gli è tipico.
L’esame più importante che il presidente Trump deve sostenere è quello della guerra in Ucraina. Le promesse non sono il massimo a quanto si apprende per le modalità in cui è stato redatto il documento di partenza della pace; ma questo poco conterebbe se gli Usa avessero la forza, comunque, di far cessare la guerra da parte della Russia verso un Ucraina ridotta all’esasperazione e che può contare con certezza solo sull’appoggio europeo. Ed è appunto paradossale che l’Europa, salvata nel ’45 dagli Stati Uniti abbia oggi i peggiori rapporti degli ultimi 80 anni con gli stessi Stati Uniti. Si diceva una volta che Usa ed Europa erano il blocco occidentale di un mondo democratico, civile, rispettoso dei cittadini. Vi pare che con quanto è avvenuto (e non penso principalmente ai dazi) e per quanto sta avvenendo ogni giorno, che Usa ed Europa siano ancora un blocco? Che ci crede ancora o almeno mostra di crederci è rimasta solo la presidente Meloni. Mentre è necessario che il rapporto fra Usa ed Ue ritorni a essere quello degli ultimi 80 anni, perché solo la civiltà europea unita a quella che era l’implementazione americana della democrazia, possono salvare il resto del mondo. Sono un illuso? Speriamo di no. Ma c’è da fare da parte di tutti, non solo dei politici ma di tutti i cittadini, un lavoro straordinario, di grandissimo respiro.
Pagina di apertura di economia de il Giornale di mercoledì 26. Occhiello: «Nuovi equilibri. In piazzetta Cuccia lo sprint finale per liquidare il dg Vinci e l’ex-ad Nagel» - Titolo: «Generali, Donnet e Sironi verso l’addio entro la fine dell’anno».
Pagina di apertura di economia del Corriere della sera di giovedì 27: Titolo: «Generali, verso l’addio a Natixis - Si apre la partita dei vertici». Sommario: «La decisione al Board del 19 dicembre. Le mosse degli azionisti per la governance».
Che ne pensate, voi lettori, vedendo accostati i due titoli? Sparato il Giornale. Possibilista, ancora il Corrierone. Chi è più vicino alla realtà? Tutti e due, perché quello del giornale fondato da Indro Montanelli e ora nel portafoglio del proprietario di cliniche non solo nel Lazio, Antonio Angelucci, attraverso Tosinvest srl, è chiaramente dalla parte di Francesco Gaetano Caltagirone. Del resto dallo stesso Caltagirone, sia pure in via indiretta, nel 1996 aveva acquistato anche Il Tempo con sede davanti al Parlamento: indirettamente perché Caltagirone (editore impuro, lo avrebbe definito Piero Ottone ex direttore del Corriere) lo aveva parcheggiato per un anno al collega Domenico Bonifaci avendo nel mirino il ben più importante Messaggero. Quindi non meraviglia la tesi sostenuta dall’ex-foglio di Montanelli, celebrando una sorta di de profundis dei due bravissimi vertici di Generali. Mentre il Corriere sa che se si compisse quanto i bookmakers offrono alla pari, vista l’alta probabilità che si avveri, ne andrebbe via un altro pilastro del sistema democratico del mondo assicurativo e finanziario.
E certo questo non per demerito o peggio colpa di Luigi Lovaglio, straordinario banchiere (anche se avvisato di reato proprio giovedì 27), nonché del suo braccio destro, il vice direttore generale vicario, Maurizio Bai, l’unico che ha tenuto botta negli anni terribili di Mps; bensì perché, nonostante Mps abbia attraverso Mediobanca la quota più alta, il 13%, di Generali, a menare la danza sulle stesse Generali sono Caltagirone e Francesco Milleri, formidabile capo del gruppo Del Vecchio, che si è trovato sulla stessa linea del costruttore romano per lo sgarbo che egli stesso e soprattutto Leonardo del Vecchio subirono quando offrirono una donazione di 500 milioni di euro agli Ospedali Ieo e Monzino, due eccellenze italiane. Come è stranoto, ma vale ripeterlo, Alberto Nagel, erede della volontà di Enrico Cuccia, rifiutò la donazione, cominciando fin da allora a costruirsi l’estromissione da Mediobanca avvenuta sia pure a distanza di molti anni.
Si dirà, si è verificata una congiuntura astrale per cui due banchieri seri e tosti come Lovaglio e Bai si sono trovati a incontrare sulla loro strada verso Mediobanca, dopo aver risanato Mps, un uomo feroce come Caltagirone (avvisato di reato per aggiotaggio e ostacolo alla attività di vigilanza di Consob, Bce e Ivass) e un bravissimo manager (Milleri, anch’egli avvisato per gli stessi reati) che insieme allo scettro del comando aveva ricevuto da Del Vecchio il legato di far fuori Nagel, reo di non aver consentito la donazione di 500 milioni. Naturalmente c’è stato il cemento (calma, lo dico figurativamente!) di interessi diversi ma convergenti e questa ormai e realtà. Una triste realtà contro due uomini di grande valore come il ceo di Generali, Philippe Donnet, e il presidente, Andrea Sironi, anche presidente della Bocconi dopo esserlo stato della Borsa. Ma da Trieste arrivano lai giustificati per quello che è diventato un clima fetido, verso il quale Lovaglio e Bai non possono fare molto visto che, in Generali, Caltagirone e Milleri (scusi, Delfin) sono azionisti diretti, essendolo inoltre anche di Mps.
Ci può essere qualche entità e qualche manager che potrebbe riportare la democrazia nella Trieste che fu liberata e non è più libera? La magistratura si è palesata con gli avvisi di garanzia resi noti il 27 dal sito del Corriere. Anche per questo, qualcun altro c’è, eccome, ma non è detto che voglia immischiarsi, ora, in questa vicenda dai significati e le sfaccettature plurime.
Ma se Nagel non avesse rifiutato la donazione… anche Milleri avrebbe potuto essere un alleato del buon e corretto esercizio della attività manageriale. Senza ruggito del Leone e solo per il bene del non entusiasmante mercato borsistico italiano, dove Generali è sempre stato un riferimento assoluto proprio per un azionariato differenziato nonostante il 13% di Mediobanca.
P.S. Qualcuno aveva dubbi che l’Italia potesse contare su un grande banchiere per una grande banca? Se li aveva, glieli ha tolti l’assegnazione a Carlo Messina, consigliere delegato e ceo di Intesa Sanpaolo del titolo di European banker of the the year. E soprattutto se volesse la controprova, recuperi la profonda e limpida analisi che Messina ha fatto dell’Italia e dell’Europa nell’intervista a Fabio Tamburini. (riproduzione riservata)