Chi ha paura del lupo cattivo protagonista della favola dei tre porcellini? Se lo chiede Robert Burrows, Macro Fixed Income Portfolio Manager di M&G trattando il tema dell’inflazione nascosta nello storico blog del gruppo dedicato ai Bond Vigilantes????. Questi ultimi sono i grandi investitori nel mercato obbligazionario che intervengono sui mercati vendendo il debito pubblico degli Stati considerati poco responsabili in materia di politiche fiscali. In questo caso, il gestore nota che i governi «siedono su una montagna di debiti e la questione di come ridurlo è diventata una delle sfide più urgenti a lungo termine per l'economia».
Nonostante questo, i mercati salgono allegramente e non scontano nelle valutazioni il pericolo concreto di un’inflazione sostenuta a lungo termine. In generale, ricorda Burrows, ci sono tre modi per affrontare il debito: con un default (l'opzione meno appetibile), con la crescita (l’opzione più desiderabile ma improbabile), oppure con l’inflazione, l’esito più probabile. Aumentando il Pil a livello nominale, ragiona il gestore, «l’onere del debito a tasso fisso diminuisce in termini relativi. Questo metodo distribuisce il costo in maniera graduale tra la popolazione, erodendo il valore reale del debito pubblico, mentre i cittadini soffrono una riduzione del tenore di vita».
E mentre il debito pubblico globale sale, le aspettative di inflazione a lungo termine restano «sorprendentemente ancorate attorno al 2%». Questa stabilità suggerisce che i mercati credono nella capacità della Fed di controllare l’inflazione nel lungo periodo, ragiona il gestore. «Tuttavia, le ipotesi alla base di una tale fiducia meritano attenzione», avverte Burrows, perché in realtà emergono «pressioni strutturali sull’inflazione». Se ridurre il debito attraverso l’inflazione pare la strategia più probabile negli Usa, allora dobbiamo davvero aspettarci un lento e graduale rialzo dell’inflazione dal momento che la deglobalizzazione sta portando ad un protezionismo crescente, al rimpatrio (reshoring) delle catene di approvvigionamento e alla guerra dei dazi che portano a costi strutturalmente più alti di beni e servizi. «Anche se le tariffe vengono spesso considerate shock isolati», ragiona il gestore, «un cambiamento duraturo nelle dinamiche commerciali globali potrebbe comportare inflazione più alta nel lungo periodo».
In parallelo crescono le preoccupazioni sulla Fed: gli investitori iniziano ad avere sempre più dubbi sull’indipendenza della banca centrale di fronte alle pressioni politiche mentre gli interessi sul debito ora sono la seconda voce di spesa dopo la previdenza sociale. Certo, ridurre i tassi migliorerebbe la situazione regalando sollievo al governo. Ma lo scenario economico giustifica davvero tagli ai tassi? «Crescita forte, valutazioni record degli asset rischiosi, mercato immobiliare ai massimi storici, disoccupazione bassa e inflazione sopra l’obiettivo suggeriscono il contrario. La politicizzazione della politica monetaria rischia di minare la credibilità della Fed nella lotta all’inflazione». Ed è l’oro a fungere da indicatore di stress: è da lungo tempo considerato un bene rifugio per proteggersi dagli chock di mercato e dall’inflazione. Il punto, ora, non è se l’inflazione aumenterà temporaneamente (sta già accadendo) «ma se l’ancora a lungo termine del 2% può reggere».
Intanto i mercati continuano a prezzare una «sorprendente stabilità. Questo disallineamento suggerisce che gli investitori potrebbero sottovalutare i cambiamenti strutturali in corso». Sembra proprio che «nessuno tema davvero il grande lupo cattivo». (riproduzione riservata)