Il piano di pace in 20 punti siglato dal presidente statunitense Donald Trump e dal premier israeliano Benjamin Netanyahu a Washington a favore di telecamera «direi che ha il 50% di possibilità di riuscire a mettere davero fine al conflitto in Medio Oriente». Lo ha dichiarato a MF-Milano Finanza l’ambasciatore Alessandro Minuto Rizzo, già segretario generale della Nato. A suo favore gioca molto che per la prima volta «l’accordo raggiunto dagli Usa non si limita a un cessate il fuoco ma inquadra il tema Palestina in un quadro più generale e più ampio, anche da un punto di vista regionale».
Domanda. Che cosa rende meno plausibile l’attuazione del Piano Trump?
Risposta. Più che un accordo di pace in 20 punti si tratta di un documento di indirizzo che lascia diversi punti aperti da un punto di vista operativo. Innanzitutto non è molto chiaro con che tempistiche Israele ritirerà le sue forze dal territorio di Gaza e non viene precisato cosa accadrà a detto territorio e come ne sarà gestito il controllo dopo tutto quello che è successo. Si parla solo di un’autorità sovranazionale araba (non palestinese nè tanto meno di Hamas) senza ulteriori indicazioni di tempi o di composizione.E non è da sottovalutare il fatto che uno dei punti dell’accordo prevede lo sradicamento di Hamas, che dovrebbe restituire tutti gli ostaggi (viventi e non) e chiudere qualsiasi attività militare per aprire la finestra della pace. Accettare di scomparire non è semplice per nessuna organizzazione. Molto dunque dipenderà da quanto i Paesi arabi cosiddetti moderati - Qatar, Egitto, Arabia Saudita - riusciranno a fare pressione su Hamas, convincendo l’organizzazione sunnita che comunque il conflitto con Israele è troppo impari e in ogni caso finirebbe con la distruzione totale di Hamas. E i Paesi arabi hanno tutto l’interesse in primis per convincere l’opinione pubblica domestica e internazionale, della loro affidabilità e moderazione. Certo il ritiro formalmente previsto di Israele, la ripresa degli aiuti umanitari, il rilascio degli ostaggi sono aspetti attraenti per un mondo sfinito e spingono verso il sì.
D. Una settimana fa Netanyahu ha tenuto un discorso all’Onu che negava l’ipotesi di uno Stato della Palestina, definendolo «impensabile». Crede sia davvero così?
R. Per quanto sia auspicabile, sì, credo che lo Stato palestinese sia solo un sogno. Perché il rapporto delle forze in campo è totalmente sbilanciato, con Israele che ha dimostrato di essere una superpotenza militare senza eguali, soprattutto nella regione potendo contare sull’aiuto statunitense in termini di tecnologia e di armamenti. Il governo israeliano si caratterizza per un’aggressività politica molto chiara, spostata a destra ed estremamente patriottica che non lascia spazio ad aperture.
D. Cosa blocca i Paesi europei a fare di più e cosa potrebbero fare?
R. Credo che il passato pesi nel processo decisionale dei Paesi europei. Come fanno la Germania, ma anche l’Italia e la Francia con la parentesi della repubblica di Vichy a condannare Israele senza che venga sollevato in risposta il ricordo delle atrocità commesse durante la seconda guerra mondiale? E Netanyahu non esita certo a giocare sull’antisemitismo. Non me la sento di condannare l’Europa su questo. Anche se potrebbe però agire con sanzioni sui singoli ministri israeliani super ortodossi o sui prodotti che provengono dalle colonie israeliani illegali,
D. La significativa mobilitazione popolare in tutto il mondo - acuita anche da manifestazioni e scioperi a supporto della Sumud Flotilla - crede che potrà condizionare l’azione dei governi?
R. È innegabile che l'opinione pubblica abbia scavalcato i governi. E, soffermandoci sull’Italia, la spinta si coglie già almeno, per ora, sul piano verbale. Non solo gli esponenti di governo e di maggioranza si stanno esponendo con critiche maggiori all’operato di Israele ma soprattutto la premier Giorgia Meloni ha per la prima volta aperto alla possibilità del riconoscimento della Palestina, pur se condizionato alla restituzione degli ostaggi e all’uscita di Hamas da Gaza.
D. Secondo lei, invece, perché Trump non è riuscito ad avere successo nei negoziati di pace per l’Ucraina con il presidente russo Vladimir Putin?
R. Sulla questione dell’Ucraina, il tycoon cambia idea rapidamente: una settimana accusa Putin «di essere cattivo» poi dice che «gli ucraini devono stare buoni». Insomma, Trump non si sta pienamente e davvero impegnando per fare pressione su Putin. Peserà probabilmente il fatto che la situazione economica della Russia è destinata presto a degenerare, a causa delle sanzioni (non sui prodotti di consumo che trovano un’alternativa ma su alte tecnologie) e della crescente difficoltà a vendere il gas all’estero. Quel che è certo è che non si sa quando il conflitto in Ucraina finirà. Dal canto mio, suggerirei a tutti gli attori coinvolti e agli ucraini stessi di abbassare un po’ i toni del confronto. La diplomazia è uno strumento confidenziale che non si fa in diretta tv o attraverso conferenze stampa.
D. Ma lei ritiene sia veramente possibile che Putin decida di procedere con l'invasione di altri Paesi europei?
R. Sinceramente dubito che la Russia si spinga ad attaccare altri Paesi europei senza una provocazione diretta e importante. Basta lasciarsi guidare dai fatti: se non riesce ad avanzare e vincere in Ucraina perché dovrebbe avventurarsi a invadere, per esempio, Finlandia e Svezia? (riproduzione riservata)