La guerra tra Stati Uniti e Iran continua a scuotere il mercato del gas naturale europeo e del petrolio. La possibilità di uno shock dell’offerta aggrava ulteriormente un outlook già teso per il rifornimento estivo e il prezzo del gas naturale europeo TTF è schizzato il 3 marzo alle 18:40 del 20% a 52 euro a megawattora (65,6 euro nell’intraday, il massimo dal 2022), comunque ancora ben lontano dai picchi a oltre 300 euro/MWh del 2022, mentre i futures sul Brent balzano del 5,89% a 82,32 dollari al barile (top intraday a 85,10) e quelli sul Wti del 5,90% a 75,43 dollari al barile (massimo a 77,97). In tre sedute il prezzo del gas TTF è balzato del 62% e il futures sul Brent del 16,7%.
Durante il conflitto di dodici giorni tra Stati Uniti e Iran terminato il 24 giugno del 2025, il TTF era salito del 13%, per poi scendere del 12% il giorno dell’annuncio del cessate il fuoco. Il 2 marzo è balzato del 40% a 45 euro/MWh dopo che il Qatar ha chiuso l’impianto di Gnl più grande al mondo (Ras Laffan), colpito da un attacco con droni iraniani.
Il pericolo per il mercato europeo del gas è la chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa il 24% dei flussi globali di GNL, la maggior parte proveniente dal Qatar (circa il 93%). L’inizio del conflitto ha già di fatto bloccato lo Stretto, ma la durata di questa situazione avrà un impatto rilevante sul prezzo del gas naturale per il resto del 2026.
In termini potenziali, sottolinea Equita, uno shock potrebbe essere di dimensioni comparabili a quello del 2022 quando è iniziata la guerra in Ucraina: la Russia riforniva allora 150 miliardi di metri cubi (bcm) di gas che si contrappongono oggi fino a 120 bcm a rischio tra chiusura di Hormuz e stop a due giacimenti israeliani.
«Determinante sarà la durata dell’interruzione: un blocco temporaneo avrebbe un impatto limitato, mentre un conflitto prolungato potrebbe generare effetti comparabili alla crisi ucraina. Riteniamo che i titoli beneficiari dell’incremento dei prezzi siano le società integrate oil & gas come Eni: utile +2% per ogni +0,8% del gas TTF», precisa Equita.
«Le incertezze sulle prossime mosse dell’amministrazione statunitense e sullo stato evolutivo del regime iraniano hanno già incorporato un «premio per il rischio» sul prezzo di riferimento del gas europeo TTF, che potrebbe continuare a salire se il conflitto dovesse protrarsi», sostiene Jonathan Schroer, ESG and Energy Strategist di Unicredit.
Non solo Stati Uniti e Qatar sono tra i principali esportatori di GNL a livello globale, ma si prevede anche che saranno le due principali fonti di crescita della produzione nei prossimi anni. Secondo i dati dell’International Energy Agency, gli Stati Uniti dovrebbero guidare questo incremento nel 2026, rappresentando il 52% della nuova offerta rispetto al 9% del Qatar. Tuttavia, la crescita dell’offerta qatariota dovrebbe aumentare significativamente nel 2027, arrivando al 25% dell’incremento globale.
Sebbene l’Europa sia molto più dipendente dal Nord America per il Gnl (la regione ha coperto il 58% del suo fabbisogno nel 2025, contro il 13% dal Medio Oriente), se i clienti principalmente asiatici del Qatar venissero privati delle forniture per un lungo periodo, la competizione per le restanti forniture globali eserciterebbe pressione al rialzo sul prezzo del gas TTF.
La quota cinese nelle vendite qatariote è aumentata costantemente fino al 23%, conferendo a Pechino un interesse significativo nell’esito del conflitto. La possibilità di interruzioni nell’offerta da parte di un grande esportatore di Gnl spiega, quindi, il «premio per il rischio» già incorporato nei prezzi globali mentre la situazione evolve.
«Sebbene l’Europa sia meno esposta direttamente alle esportazioni di Gnl qatariota rispetto a Cina e altri clienti asiatici, un’interruzione del commercio nello Stretto di Hormuz intensificherebbe la competizione globale per i flussi residui», spiega Schroer.
Anche perché, prima ancora dello scoppio del conflitto con l’Iran, l’Europa si preparava a una stagione di rifornimenti estiva impegnativa. Alla fine di febbraio, le scorte di gas in Europa erano piene solo al 30%, rispetto al 38% nello stesso periodo dello scorso anno (già molto basso) e al 62% a fine febbraio 2024. Pertanto, un picco dei prezzi poco prima dell’inizio della stagione di rifornimento è motivo di preoccupazione per le prospettive economiche europee.
«La nostra previsione per il TTF 2026 è di 30-35 euro/MWh. Se il conflitto si risolvesse relativamente rapidamente, questi livelli resterebbero plausibili, soprattutto nella seconda metà dell’anno, grazie a un mercato sempre più ribassista in previsione del significativo aumento dell’offerta di GNL dagli Stati Uniti, dal Qatar e dal Canada», prevede l’esperto di Unicredit.
Il presidente statunitense Donald Trump ha già lanciato segnali contrastanti sulle sue intenzioni, pur dichiarando di immaginare un conflitto della durata di quattro-cinque settimane. Al momento, sembra che tutte le parti abbiano un forte interesse a risolvere il conflitto: per l’Iran è questione di sopravvivenza del regime; per gli Stati Uniti prezzi del petrolio sostenuti aggiungerebbero pressione indesiderata in un anno elettorale, con gli elettori già preoccupati per il costo della vita; per la Cina l’interruzione di una fonte chiave di importazioni energetiche influenzerebbe negativamente una crescita già in rallentamento.
«Nonostante questa logica favorisca una rapida distensione, il premio per il rischio nei prezzi del gas è destinato a rimanere elevato, e potenzialmente a crescere, nel breve termine, poiché gli operatori», conclude Schroer, «hanno poca chiarezza sugli esiti che le parti in conflitto sono disposte ad accettare e quindi su quando un eventuale cessate il fuoco potrebbe riportare condizioni di mercato più calme».
A causa del fermo in Qatar Goldman Sachs ha alzato le sue previsioni sui prezzi del gas in Europa per la prima metà del 2026. in particolare ha aumentato la previsione per aprile 2026 a 55 euro/MWh rispetto ai 36 euro/MWh precedenti. La previsione media per il TTF nel secondo trimestre del 2026 è di 45 euro/MWh rispetto ai 36 precedenti. «La riduzione dell’offerta di GNL in Qatar comporta una diminuzione della fornitura globale a breve termine del 19%. L’incertezza resta elevata ma, per ora, assumiamo che questo fermo sarà completamente risolto entro la fine di marzo», prevede Goldman Sachs.
Anche il petrolio esplode dopo che il presidente statunitense, Donald Trump, ha dichiarato che gli Stati Uniti faranno «tutto il necessario», mentre il Segretario di Stato, Marco Rubio, ha detto che la campagna militare sarà intensificata, non escludendo un invio di truppe via terra.
Gli indicatori del petrolio mostrano una forte tensione nel breve periodo. Il prompt spread del Brent — la differenza tra i due contratti più vicini — si è ampliato a 1,83 dollari al barile in backwardation, un segnale rialzista. Una settimana fa il divario era di 19 centesimi. Guardando più avanti, la differenza tra i contratti Brent per dicembre 2026 e dicembre 2027 è salita a 3,80 dollari.
L’impatto del conflitto in Iran ha travolto anche i mercati del trasporto marittimo. Il costo per trasportare il greggio dal Medio Oriente alla Cina ha raggiunto il 2 marzo il livello più alto di sempre, con guadagni sulla rotta di riferimento del settore a 424.000 dollari al giorno, secondo i dati del Baltic Exchange.
Arabia Saudita, Iraq, Kuwait e Emirati Arabi Uniti avevano già aumentato le esportazioni di petrolio a febbraio, mentre l’Opec+ ha deciso nel weekend di riprendere gli aumenti della produzione ad aprile. Tuttavia, la possibilità di continuare l’espansione delle esportazioni dipenderà dalla navigabilità dello Stretto di Hormuz.
Robert Rennie, capo della ricerca sulle commodity di Westpac Banking, vede il range tra 82 e 85 dollari come il limite superiore nei prossimi giorni. I precedenti aumenti dell’offerta da parte dell’Opec fornivano un parziale cuscinetto contro rialzi più marcati. Un piano statunitense per mitigare i costi energetici verrà presentato oggi, 3 marzo. Comunque, a quanto pare, l’amministrazione Trump non ha piani immediati per utilizzare le riserve strategiche di petrolio. Eventuali rilasci sarebbero probabilmente coordinati con i membri dell’International Energy Agency.
Se la chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz dovesse persistere, con le petroliere incapaci di muovere i carichi, i produttori del Golfo Persico potrebbero dover saturare le capacità di stoccaggio locali e valutare la chiusura di pozzi. JPMorgan Chase ha stimato che questa soglia possa essere raggiunta dopo 25 giorni. «La guerra sta entrando in una fase pericolosa. Più il conflitto si prolunga, maggiore sarà l’impatto sul mercato petrolifero», avvertono gli analisti di Anz. (riproduzione riservata)