Enrico Letta: le stablecoin Usa minacciano l'Europa digitale
Enrico Letta: le stablecoin Usa minacciano l'Europa digitale
L’Europa è in ritardo rispetto al modello americano. E l’euro digitale potrà affermarsi solo se si riuscirà a farlo percepire ai cittadini come un vantaggio. Altrimenti nessuno lo userà. Parla Enrico Letta

di di Jole Saggese 28/11/2025 22:25

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La guerra in Ucraina, la competizione tra Stati Uniti e Cina anche sull’Ai stanno spostando sempre di più il confronto sul terreno della sovranità digitale e monetaria oltre che sulla finanza, la difesa e l’energia.

In questo contesto Enrico Letta, presidente dell’Istituto Jacques Delors, già presidente del consiglio e incaricato dalla Commissione europea di elaborare il rapporto sul futuro del mercato unico, ha messo in guardia sul ruolo crescente delle stablecoin americane.

Non sono solo un’innovazione tecnologica, come ha spiegato a Class Cnbc, ma anche uno strumento capace di rafforzare il dollaro e sostenere indirettamente il debito degli Stati Uniti, accentuando uno squilibrio che può penalizzare l’Europa. Per questo il ritardo europeo sull’euro digitale e l’accelerazione delle iniziative private nel mondo delle stablecoin diventano un tema strategico, non più soltanto tecnico.

Domanda. Quanto è urgente completare l’integrazione europea adesso alla luce del nuovo contesto geopolitico e economico?

Risposta. Se non si integrano i mercati finanziari europei in un unico grande mercato presto, i nostri risparmi continueranno ad andare verso gli Stati Uniti, che hanno un mercato unico e molto più profondo. I nostri mercati, piccoli e frammentati, non riescono a dare i risultati necessari. E’ una corsa contro il tempo. I 27 Paesi hanno deciso, nell’ultimo Consiglio europeo, di completare l’integrazione entro il 2028. I tre grandi temi sono: energia, connettività e mercati finanziari. Sono esattamente i tre ambiti in cui l’Italia è più in difficoltà. I nostri costi dell’energia sono molto alti: cinque volte quelli della Svezia e il doppio di quelli della Francia. La mancanza di interconnessioni e la frammentazione in 27 mercati ci penalizzano fortemente.

D. Sul fronte delle stablecoin e dell’euro digitale che partita sta giocando l’Europa?

R. L’Europa è in ritardo e difficilmente potrà replicare il modello americano, dove le stablecoin servono anche a sostenere il debito Usa. È una vicenda complessa, resa ancora più delicata dall’intervento diretto del presidente americano. In Europa però c’è un grande lavoro sull’euro digitale, portato avanti anche dalla componente italiana della Bce.

È un tema che riguarda il futuro dei pagamenti digitali. Quello che è fondamentale capire adesso è il ruolo che vogliamo avere. Protagonisti o solo spettatori? La partita è solo all’inizio e non è ancora chiaro come si svilupperà. Molto dipenderà della scelta dei cittadini.

D. Le iniziative private delle diverse banche sulle stablecoin potranno ridurre l’efficacia dell’euro digitale?

R. Più che ridurla, rendono ancora più urgente che la Bce si muova rapidamente.
Ma l’euro digitale deve soprattutto essere percepito come un vantaggio per il cittadino. Oggi oltre l’80% dei cittadini europei, e il 75% degli italiani, non tornerebbe alle monete nazionali. Questo dimostra che l’euro è percepito come una protezione. L’euro digitale deve essere percepito allo stesso modo. Se non viene visto come un vantaggio, nessuno lo userà.

D. Corsa contro il tempo anche sull’Unione dei risparmi e degli investimenti.

R. Significa costruire un’unione dei risparmi e degli investimenti. Commissione e Consiglio hanno deciso di puntarci. Oggi il risparmio è male allocato: dorme nelle banche o finisce quasi soltanto in titoli di Stato. Rispetto alle altre grandi economie mondiali, siamo tra quelli che utilizzano peggio il proprio risparmio.

D. Qualche strumento in più oggi c’è, ad esempio il Fondo nazionale strategico a sostegno delle pmi.
R. Il punto centrale è uno strumento europeo con garanzia europea, che permetta al risparmiatore di non correre grandi rischi e di avere migliori rendimenti, utilizzando quel risparmio per finanziare transizione verde, digitale e sicurezza. Se immaginiamo di finanziare tutto solo con risorse pubbliche nazionali, con i livelli di debito che abbiamo diventa impossibile. Lo possono fare soltanto i Paesi meno indebitati. Gli altri rischiano di restare indietro.

D. Poter uscire prima dalla procedura d’infrazione in aggiunta alla promozione di Moody’s come aiuterebbe l’Italia?

R. Sono certamente buone notizie, molto positive, che aiutano l’economia e rendono l’Italia più credibile a livello europeo. Uscire dalla procedura di infrazione ed essere promossi nel rating, per la prima volta dopo 23 anni, significa avere una voce più forte in Europa proprio nel momento in cui si devono decidere le nuove politiche di investimento comuni.

D. Il rally a cui stiamo assistendo sui mercati è l’inizio di un nuovo ciclo o il rischio è quello di una bolla?

R. Molto dipende dalla percezione che siamo verso la fine della fase più drammatica della guerra in Ucraina, che ha avuto effetti devastanti anche sull’economia. A questo si aggiunge l’euforia legata all’intelligenza artificiale, soprattutto negli Stati Uniti e in Cina, con l’idea che possa moltiplicare crescita e produttività. Mettendo insieme i due effetti, il clima che vediamo oggi sui mercati diventa più comprensibile.

D. Ormai ci siamo, nel vivo della discussione della manovra. Le chiedo se ha una sua lettura: può essere una manovra difensiva in questo momento? Che valutazione sta facendo?

R. Guardi, non lo so. Io parto sempre da una considerazione per me fondamentale: le singole manovre annuali dei Paesi europei hanno oggi un ruolo molto marginale rispetto alle grandi scelte che andrebbero fatte a livello europeo per dare forza e spinta agli investimenti. L’Italia è probabilmente, tra tutti i Paesi europei, quello che ha più bisogno di investimenti decisi insieme. Se ne discute molto a livello nazionale, ma lo stesso sta succedendo in Francia e in Germania.

Il tema di fondo è che non si sblocca a livello europeo la discussione su cosa fare dopo il Pnrr. I fondi del Next Generation Eu finiscono l’anno prossimo e, al momento, non c’è nulla dopo, perché i Paesi non si sono messi d’accordo. Questa è la cosa che mi preoccupa di più per l’Italia e per i Paesi mediterranei. Se ci leghiamo solo a quello che possiamo tirare fuori dai bilanci nazionali, i margini sono molto scarsi. Quindi è in Europa che la partita si deve giocare.

D. L’obiettivo della manovra è anche accelerare l’uscita dalla procedura di infrazione e questo si può legare alla recente promozione di Moody’s, la prima dopo 23 anni.

R. Sono certamente buone notizie, molto positive, che aiutano l’economia e rendono l’Italia più credibile a livello europeo.
Uscire dalla procedura di infrazione ed essere promossi nel rating significa avere una voce più forte in Europa per spingere su nuove politiche di investimento comune dopo il Next Generation Eu.

D. Che cosa significa concretamente costruire una «savings and investment union»?

R. Significa costruire un’unione dei risparmi e degli investimenti. Commissione e Consiglio hanno deciso di puntarci. Oggi il risparmio è male allocato: dorme nelle banche o finisce quasi solo in titoli di Stato. Rispetto alle altre grandi economie mondiali, siamo tra quelli che utilizzano peggio il proprio risparmio.

D. Il rally degli ultimi mesi è una bolla o l’inizio di un nuovo ciclo?

R. Molto dipende dalla percezione che siamo forse alla fine della fase più drammatica della guerra in Ucraina. A questo si aggiunge l’euforia legata all’intelligenza artificiale, soprattutto negli Stati Uniti e in Cina, con l’idea che possa moltiplicare la crescita e l’occupazione. È un tema da verificare, soprattutto sugli effetti reali sul lavoro, ma l’euforia c’è. Se si combina con una percezione di minore tensione geopolitica, il clima che vediamo oggi sui mercati diventa più comprensibile. (riproduzione riservata)