L’inflazione nell’Eurozona è scesa su livelli di normalità e da qualche mese si muove attorno all’obiettivo Bce del 2%. È un netto miglioramento rispetto al picco raggiunto a ottobre 2022, quando era al 10,6%. Eppure molte persone hanno la percezione di una situazione difficile sui prezzi. Soprattutto quando vanno al supermercato.
Una persona su tre teme di non poter comprare il cibo che desidera, secondo un sondaggio della Commissione Ue. Questa sensazione è giustificata. In totale i prezzi alimentari sono aumentati di circa un terzo rispetto al pre-Covid.
Inoltre l’inflazione nel comparto è stata più elevata di quella complessiva (ha sfiorato il 16% annuo a inizio 2023) ed è tuttora più persistente (a settembre è stata del 3%, rispetto al 2,2% complessivo).
A inizio 2023 alcune imprese hanno aumentato i prezzi nonostante iniziasse a calare il costo delle materie prime alimentari. In seguito il divario tra inflazione del cibo e quella complessiva è stato più ampio rispetto alle medie storiche.
A tutto ciò bisogna aggiungere che il livello dei prezzi alimentari è sotto gli occhi delle persone ogni giorno, a differenza di quello di altri beni. E il costo del cibo incide in modo rilevante sulle persone con redditi inferiori.
Nel complesso questo scenario ha riflessi anche per la Bce, perciò è stato analizzato da alcuni economisti di Francoforte (Elena Bobeica, Gerrit Koester and Christiane Nickel).
La Bce ha l’obiettivo di mantenere al 2% l’inflazione totale che ha quattro componenti: energia, servizi, beni di consumo e alimentari. Il peso attribuito al cibo è di circa il 20%, più del doppio di quello dato all’energia.
I prezzi alimentari sono saliti in modo diverso a seconda dei prodotti e dei Paesi. Quelli della carne di manzo, del pollame e del maiale sono ora superiori di oltre il 30% rispetto a fine 2019. Quelli del latte sono aumentati di circa il 40% e quelli del burro del 50%. I prezzi di caffè, olio d’oliva, cacao e cioccolato sono aumentati ancora di più, tra il 50 e il 60%.
Per quanto riguarda i Paesi, il costo del cibo è aumentato del 28% in Italia, più o meno lo stesso livello della Francia. L’incremento è stato invece superiore in Spagna (+34%) e Germania (+37%). Il maggiore balzo è stato negli Stati baltici, attorno al +55%.
A livello generale, l’invasione russa dell’Ucraina ha inciso attraverso l’aumento del costo dei fertilizzanti e dell’energia (soprattutto del gas). Più di recente ha pesato il rialzo dei costi del lavoro e delle materie prime alimentari, anche a causa del cambiamento climatico. Questi fattori hanno influenzato in modo diverso i Paesi dell’Eurozona.
Secondo l’analisi Bce, l’inflazione dei prezzi alimentari è influenzata anche da forze strutturali di lungo termine. A livello globale il rialzo dei redditi nei mercati emergenti ha aumentato la domanda di materie prime agricole, esercitando una pressione al rialzo sui prezzi. A livello domestico, invece, la crescita della produttività nel comparto agricolo tende a essere inferiore a quella di altri settori.
Infine secondo gli economisti Bce il cambiamento climatico sta emergendo come un altro fattore chiave: eventi meteorologici estremi, come siccità e inondazioni, stanno diventando più frequenti e possono compromettere le filiere alimentari.
Per esempio i lunghi periodi di siccità nel sud della Spagna nel 2022 e nel 2023 hanno portato a forti aumenti dei prezzi dell’olio d’oliva, mentre quelli del caffè e del cacao sono saliti molto per le avverse condizioni meteo in Ghana e Costa d’Avorio.
Guardando al futuro, «è molto probabile che l’impatto di tendenze strutturali come il cambiamento climatico si intensificherà», rileva l’analisi di Francoforte.
Secondo gli economisti Bce, il costo del cibo influenza in modo significativo le aspettative di inflazione, incidendo così sulle richieste salariali e sui rischi di effetti di secondo livello sul carovita.
Questo impatto però non si è verificato nell’ondata di inflazione legata a pandemia e guerra in Ucraina. Gli stipendi non hanno mai rincorso i prezzi in una spirale pericolosa. Al contrario l’incremento dei salari è stato inferiore: un fattore importante per il calo dell’inflazione complessiva, assieme alla discesa dei prezzi dell’energia.
Un bene per l’economia, ma ha avuto un costo: la perdita del potere d’acquisto dei privati. In Italia in particolare i salari reali sono scesi del 7,5% tra inizio 2021 e inizio 2025. Così le famiglie europee hanno preferito finora essere caute nelle spese.
È questo un elemento che può pesare ancora sulla crescita economica europea, anche se la Bce si aspetta un aumento dei consumi legato alla ripresa dei salari rispetto all’inflazione negli ultimi mesi. Una dinamica positiva che sarebbe agevolata dalla frenata dei prezzi alimentari. (riproduzione riservata)