Non fatevi ingannare dall’enfasi delle parole. La «manovra correttiva» è quasi uno sport, fra i più praticati dai governi italiani. L’origine del termine si perde nella notte dei tempi. La prima traccia reperibile nella banca dati dell’Ansa risale al 1982, all’epoca del primo governo repubblicano non guidato da un democristiano. A Palazzo Chigi c’è il repubblicano Giovanni Spadolini e il Paese ha un sacco di problemi, anche economici. L’inflazione è al 16,5% e i conti pubblici traballano da diversi anni.
Da allora le manovre correttive sono state una costante, non di rado usate solo come arma politica mediatica.
Non questa volta, però. La guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran ha scombussolato i progetti. E siccome con l’ultima finanziaria avevano già raschiato il fondo del barile, l’esplosione dei prezzi di petrolio e gas ha determinato la necessità di trovare altri soldi per attenuare l’impatto della crisi energetica. Non è altro che questo ciò che ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani evocando l’eventualità di una «manovra correttiva». Così incautamente, in una situazione non facile per il governo Meloni, da innescare una sarabanda di smentite.
Il problema però esiste ed è certo per responsabilità di chi sta oggi alla guida del Paese. Il governo si avvia a compiere a ottobre quattro anni. Il 4 settembre avrà battuto il record segnato da Silvio Berlusconi il 23 aprile 2005 diventando il governo più duraturo della Repubblica. Dunque è passato da un pezzo il momento in cui non si può più imputare a quelli che c’erano prima la responsabilità dei problemi attuali. Se oggi mancano i soldi per tappare le falle aperte dalla guerra è difficile prendersela ancora con la voragine del Superbonus di Giuseppe Conte (e Mario Draghi), che peraltro piaceva anche a Giorgia Meloni e Matteo Salvini.
Basta dare un’occhiata ai dati della Ragioneria Generale dello Stato, nemmeno questi imputabili alla gestione precedente, dato che la ragioniera Daria Perrotta è stata nominata nell’agosto 2024. I dati dicono che dal 2022 al 2026 la spesa pubblica corrente è passata da 683 a 788 miliardi. I numeri riguardano gli stanziamenti «di cassa» del bilancio dello Stato e quelli del 2026 sono naturalmente previsivi. Ma oltre 100 miliardi spesi in più nel giro di quattro anni non sono uno scherzo: la crescita è del 15,4%.
Dentro c’è tutto. Anche la voce più grossa, ossia la spesa pensionistica. Salita, fra il 2022 e le stime di quest’anno, di circa 30 miliardi: crescita che però è stata completamente azzerata dall’inflazione. Se in termini reali la spesa pensionistica è rimasta stabile, mostrando perfino una lievissima flessione (di un paio di miliardi), il resto della spesa corrente, usata per alimentare la macchina burocratica pubblica, ha continuato invece a correre. Depurato dall’inflazione, l’aumento reale della spesa corrente rispetto al 2022 è del 4,5%. Che tradotto in cifre fa 34 miliardi.
Ecco la somma che il governo avrebbe a disposizione nel 2026 se solo avesse mantenuto la spesa pubblica corrente all’identico livello di quando si è insediato. Che è un livello già decisamente esorbitante. Il fatto è che la spesa corrente appare fuori controllo da troppo tempo. Ogni tentativo di condurre una seria spending review, cioè una revisione delle uscite per eliminare sprechi e spese inutili (idea che ossessionava l’ex ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa), è fallito miseramente. I governi di turno non si sono mai impegnati con serietà a perseguire questo obiettivo preferendo la comoda strada dell’inerzia. Il che fa pensare che amministrare la cosa pubblica secondo i crismi del «buon padre di famiglia» non appartenga alla cultura della classe politica italiana. Il risultato è che dal 2000 al 2026 la spesa pubblica corrente ha galoppato passando da 343 a 788 miliardi: con un aumento del 42% in termini reali. Senza che i servizi pubblici per cui si dovrebbero pagare le tasse siano migliorati in proporzione.
In tutti questi anni c’è stato un solo momento in cui era parso scorgere la volontà di prendere il toro per le corna. Fu quando il governo di Enrico Letta nel 2013 affidò a Carlo Cottarelli l’incarico di commissario alla spending review. Lui mise a punto un piano che prevedeva risparmi fino a 34 miliardi nel 2016, dalle forniture di beni e servizi alle società partecipate inutili fino a certi privilegi delle caste militari. Quel piano non fu mai attuato. Al posto di Letta arrivò dieci mesi dopo Matteo Renzi e subito Cottarelli tornò al Fmi. E nel 2016 la spesa pubblica corrente aumentò di 33 miliardi anziché diminuire di 34. Per la mitica spending review fu il canto dei cigno. Ma c’è da dubitare che nel governo Meloni qualcuno lo ricordi. (riproduzione riservata)